giovedì 3 dicembre 2015

Sabbenerica, Nonno

Oggi abbiamo salutato il nonno, ma più ci penso più mi rendo conto che è corretto dire "oggi ho conosciuto meglio il nonno"...

Quando mio padre 29 anni fa lasciò il suo paese per costruire una nuova famiglia qui dove viviamo, inevitabilmente prese le distanze dalla realtà che lo aveva visto crescere. 
Non ho mai riflettuto su quanto questo possa avere cambiato le cose, influendo sui legami della nostra vita. Legami forti e saldi che comunque si sono mantenuti e sono cresciuti, legami che di speciale hanno soprattutto quello che non si dice, che si da per scontato, che è naturale. Un legame che sai che c'è e basta, che si nutre della stessa sicurezza che emana: un legame di famiglia.

Forse per questo e per l'interminabile scorrere delle ore degli ultimi due giorni, il bagno nei ricordi mi è sembrato come immergersi in acque nuove e sconosciute, dove l'eccesso emotivo ha prodotto sorrisi e lacrime allo stesso modo, un bagno a metà fra che ciò avevo vissuto e ciò che mi ero persa perchè lontana, perchè distante, ma che tuttavia mi sono permessa di immaginare, oggi che il tutto era soffrire, era andare.

Devo essere stata una bambina antipatica, e non devo essere sembrata felice durante le nostre visite domenicali. Non saprei dirlo, ma so che le volte migliori sono state quelle in cui insieme le combinavamo: come quando cambiammo la disposizione dei quadri del soggiorno in quella casa dove ricordo esserci solo una stanza per piano, e salire fin sù era una conquista rara, e quel lettone sembrava avvolto da un velo di mistero e grandezza, agli occhi di una ragazzina impudente ma sensibile. 

Poi era tipicamente Natale e arrivavamo di mattina intorno alle 10, nelle fredde e umide mattine in cui, finchè non eravamo veramente tutti, non sembrava festa. Ma il nonno era pronto già: alto, magro, i capelli bianchi, pochi invero, gli zigomi alti che salutarlo era come scontrarsi in pista da ballo, il naso lungo che mio padre ereditò smussato ed io presi infine misurato (ma ne riconosco il tratto slanciato, bello, oserei dire importante), mentre in Tv ascoltava il concerto di musica classica che amava, stando seduto sulla sdraio che guai a sedertici per un attimo...

Era pronto: sentiva il rumore della macchina e affacciava al balcone, poi ci accoglieva con un sorriso di felicità; spariva per un attimo e ricompariva con aria compiaciuta, finchè non tirava fuori le banconote da 50 e ce ne dava una per ciascuno, indistintamente. 

Non parlava molto, ma di certo osservava tanto: interveniva quando bisognava che la smettessimo di importunare la nonna che già da un pò aveva smesso di ricordare, di riconoscere, di dialogare con tutti noi. Anche quando si "armava" al gioco delle carte , prendeva posto silenziosamente e agiva da intenditore, poichè trascorreva ogni giorno i pomeriggi al circolo. Certo, lo scopone richiedeva un'abilità non da poco e si arrabbiava se sbagliavi a giocare la tua mano. Il suo tono rauco e profondo non era mai eccessivo, era un uomo pacato. Non ricordo di averlo mai visto seriamente arrabbiato, forse per preservarci dalle questioni che richiedono severità. 

Era saggio proprio in virtù di questo silenzio, come chi ha vissuto a pieno un'esistenza costellata di cose e persone: la vendemmia, il motozappa, la vita sociale tra i coetanei, le tradizioni impresse nella memoria del cuore, il rispetto espresso in quel sottile "sabbenerica" mai negato ad alcuno. Fino all'ultimo periodo in cui al circolo non era più voluto andare, e che sentiva le forze lasciarlo, tu lo sapevi che stava arrivando il momento di andare, quando hai chiesto la pizza per un'ultima volta e ti arrabbiasti per quel mancato appuntamento di una domenica di qualche mese fa. Ma non provo rammarico: con il cuore strisciato come l'asfalto e mille e più preghiere in testa, sono venuta a salutarti, senza quell'angoscia che ci prendeva ultimamente quando andavamo via e inevitabilmente ci domandavamo se fosse stata l'ultima. Buffo come ad ora non ricordi quel momento, probabilmente perchè in compagnia del tuo solo respiro abbiamo fatto ancora festa insieme.

Sei stato coraggioso, eri pronto anche quel venerdì, nonostante le lacrime, unico segno di paura e commozione quando le parole sono diventate troppo difficili da pronunciare. Solo un uomo come te poteva trovare il coraggio di amare in eterno, di creare un legame di unione che ha portato frutto ogni giorno per quasi 60 anni; insieme con la nonna Giovanna e una grande famiglia come sono grandi le famiglie quaggiù, insieme punti di riferimento ed esempio: il nonno mi ha insegnato la lezione più grande mostrandomi come l'amore vada oltre la vita stessa, vada oltre l'esserci. L'amore che accudisce e risana le ferite, l'amore che condivide il dolore e lo supporta, l'amore che nella longevità è capace di schioccare baci forti e privi di vergogna, questo amore è stato in grado di coltivare e possedere, come il dono più prezioso, come la ricchezza più grande.

Era un padre, il padre di mio padre e pertanto mi ha lasciato in eredità un nome e cognome che mai come oggi sono fiera di portare, perchè ne ho scoperto l'identità più profonda, sancita da quel gesto sincronico di quanti oggi al tuo passaggio in piazza hanno calato la coppola dalla testa e hanno abbassato lo sguardo a te, certamente dicendo tra se e se "Sabbenerica Vossia", e tu che la coppola ce l'avevi accanto perchè non volevi andare via senza, avrai risposto "Sabbenerica".

E allora, che tu sia benedetto nonno, 
ora e sempre, benedetto da noi tutti, 
benedetto tra gli angeli del cielo; 
che tu sia benedetto accanto al Padre,
là dove non serve nemmeno respirare
e il battito del cuore è solo riposto
più forte
nel petto di chi hai protetto per restare.




mercoledì 25 novembre 2015

Un nuovo rito


"Che cosa è un rito?" disse il Piccolo Principe.
"Anche questa è una cosa da tempo dimenticata", disse la volpe.
"E' quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore. 
C'è un rito per esempio, presso i miei cacciatori. 
Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio.
Allora il giovedì è un giorno meraviglioso!
Io mi spingo sino alla vigna. 
Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi
i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza."

(Antoine De Saint-Exupery - Il Piccolo Principe)

Il Piccolo Principe potrebbe essere una continua citazione, un continuo spunto, una continua riscoperta. E' uno di quei libri che andrebbero letti in diversi momenti della vita, per raccontarci ogni volta una storia solo apparentemente uguale, e per aprire finestre della nostra esistenza che non sapevamo di avere, che avevamo sotterrato o solo messo da parte. Non c'è  da stupirsi perciò se parto proprio da questo, da uno stralcio di dialogo dell' indimenticato incontro tra la volpe e il Piccolo Principe. Forse non è tra i più ricordati, tra i più citati nei post di tumblr, ma la metafora del rito mi ha riportato ai fatti di questi giorni e al mio rapportarmi con essi.

Oggi per esempio, abbiamo tutti detto "No" alla violenza sulle donne: noi, tuttologi praticanti la nostra professione sui social, abbiamo condiviso più o meno consapevolmente un pensiero, dietro cui sta un'idea ben più ampia, ben più complessa e articolata, di cui le immagini "panda" (così sono stati ribattezzati i visi macchiati dagli ematomi procurati dai colpi maschi) sono solo la punta dell'iceberg.

E' successo oggi perchè il 25 novembre è la giornata contro la violenza sulle donne.
Un rito.

Il 27 gennaio sarà anche quest'anno il giorno della memoria della Shoah. Il genocidio degli ebrei avvenuto 70 anni fa e che sovente commemoriamo con manifestazioni, simboli e suoni di tromba. Tuttavia questo non ha impedito che scoppiasse un'altra guerra, o meglio che le guerre cessassero di esistere.
Infatti se alcuni imbracciano i fucili e sparano su folle, fanno la guerra.
Infatti se gli aerei lasciano cadere le bombe sulle terre contese per le loro ricchezze, fanno la guerra.
Infatti se gruppi che si dichiarano religiosi si fanno saltare in aria nei tram, nelle piazze e negli aerei di linea, fanno la guerra.
Infatti quegli ebrei sono morti invano.

Senza il rito della danza del villaggio, la volpe non poteva avvicinarsi alla vigna a fare (la sua) festa.
Exupery descrive un equilibrio: un tacito compromesso fra l'uomo e le creature per garantire il naturale ciclo vitale. Dal giorno dopo infatti, sarebbe ripresa la caccia.
Ma i riti di oggi sono solo delle buone scuse per l'uomo, i riti non cambiano le cose, le scandiscono: ricordarci che una cosa è sbagliata, non ci impedisce di farla comunque.

Qualcosa ha appiattito le nostre esistenze, e quindi le nostre coscienze. Abbiamo smesso di incontrarci per ristabilire i naturali equilibri, abbiamo smesso di sederci attorno a una tavola la domenica e mangiare primo e secondo, abbiamo smesso di invitare un amico a bere un caffè, abbiamo smesso di telefonare per chiedere "come stai?", abbiamo smesso di qualificare le nostre vite con i riti che scandivano l'esatta misura del tempo. Li abbiamo sostituiti con riti di facciata: con messaggi estemporanei, con parole brevi e vuote, con foto che immortalano la prossima corsa al "Mi piace".
Privandoci dei riti, abbiamo svuotato noi stessi della nostra essenza: l'umanità.

Da questo alla guerra il passo è stato graduale: secondo qualcuno la guerra è connaturata all'uomo, probabilmente al suo stato primordiale. Se le tribù africane si fanno la guerra, è perchè non hanno ancora vissuto la loro evoluzione, non hanno conosciuto un medioevo, un umanesimo, un rinascimento, un illuminismo, un esistenzialismo.
Non tappe obbligate, solo la nostra storia. E se nonostante questo l'uomo è tornato a farsi morire con i proiettili, è perchè abbiamo stoppato l'evoluzione delle nostre coscienze, avendo occhi su tutto, abbiamo smesso di interrogarci su qualche cosa, dando per scontata una realtà celata da un nuovo velo di Maya: lo schermo digitale.

Ma che può saperne una 23enne che vive in un paese di 2000 anime?

Da qui vedo il mare, alle spalle le montagne: sorge un sole meraviglioso, si respira aria pulita. Ma qui fatico a incontrare l'altro, a farlo schiudere dalle sue croste putride di conservazione e consumo.
E per quanto mi sforzi, ritorno sola al solo annerire di pagine.
Così battezzo un nuovo rito, per non morire ancora: sotto quel sole, davanti a quelle montagne, sul balcone che si affaccia sul mare, riconoscerò un piccolo principe che ho incontrato, che incontrerò
e sarò più umana, e sarai più umano.

domenica 25 ottobre 2015

Le mie domeniche bestiali #2


Logiche inarrivabili finché non le vivi, finché non ci sei dentro. È una lezione che non impari una volta sola, ma ogni volta si ripete. Ho smesso di costruirne un film di cui non ero più neanche protagonista, se credo nel divino, devo attuarlo nel reale. Solo così, standoci dentro finché non hai male ai muscoli, finché perdi la voce e il vento arruffa i capelli, quando lasci andare le paure e dai spazio solo alla fiducia, quando mandi in frantumi il gesso del formalismo e ti animi, solo così esce fuori te stesso, quello sconosciuto soggiacente, incontra te e trasforma il mero equilibrio in preziosa armonia, sprigiona il vero taciuto dal convenzionale, diventa la tua personalissima poesia. Comprendi il senso del lasciare, l'importanza dell'andare e la bellezza del rimanere: scopri novità sul tuo conto che rinnovano il modo di vedere il mondo, gli altri e infine te stesso. Un'altra domenica bestiale, un altro viaggio. Le bionde certezze, gli sguardi complici, gli abbracci sicuri, le parole mai scontate, la misura giusta, i caffè all'inizio del giorno e l'ultimo dal sapore malinconico,  i punti di riferimento di sempre, l'osservatore lontano che si unisce al coro riconoscendosi nell'unico simbolo che accarezza tutti, un segno di croce sincronizzato in quanto puntuale e preciso. E ancora il misurarsi, la naturalità di gesti e note, come un copione già usato, che riproponi perché è bello e basta. Lo sforzo nel comprendere, la curiosità dei ragazzi, la loro voglia indiscreta, attenti, altamente pretenziosi e severamente critici. Genuini. Esemplari. Preziosi. La riserva di adrenalina alimentata dall'esigenza di amore, e più ami più canti, e più esigi e più dai, la formula perfetta, il segreto immacolato, il divino nell'umano, l'azione trasparente del Dio progettante si fa storia con l'io narrante. Una pagina colorata di creatività e calore, un disegno poderoso, una chiara Bellezza. Perciò mi sta a cuore, essendo essa stessa io, oggi nell'impavida veste della mia domenica bestiale.

martedì 13 ottobre 2015

Tu chiama piano

Avrei voluto dire qualcosa.
Non poteva essere un caso, non così: con il vento che si faceva sempre più forte e il giorno che diventava sera attorno a noi. Le macchine si inseguivano senza fretta e i loro rumori non mi recavano disturbo, il flusso di ragazzi si ripeteva incostante nel suo saliscendi consueto, con chissà quante storie su quelle gambe, con chissà quali emozioni e quel minimo comune denominatore che li rende categoria di questa società. Solo per pochi attimi mi soffermai sul loro viavai e sulla strada, per il resto riuscivo a sentire persino le orecchie tese e l'animo dispiegato. La bocca si era asciugata nelle parole spese per darmi ragione di un'irrazionalità pressante, nello sfogo di una descrizione in cui i silenzi lasciavano spazio all'irrisolto. <<Non è la soluzione>>. Quelle parole rituonarono nella mia mente a lungo, aprendo con delicatezza la porta delle verità più profonde. Il suo volto era così dolce: stava seduta con la schiena curvata in avanti, scomposta, mentre la testa sembrava volersi fare sempre più piccola tra le spalle, racchiusa poi dalla folta chioma nera. Non riusciva a non mangiarsi le unghia, così teneva alcune dita della mano e le pizzicava continuamente. Parlava tanto, spesso ribadiva gli stessi concetti, ma non era mai stancante ascoltarla. Esattamente come ricordavo che fosse. Quando non ero io a dire da me con sincerità quello che pensavo, lei riusciva comunque a leggerlo e sbattermelo in faccia forte, ma senza fare male. Non so come ci riuscisse, non so dove trovasse quella misura perfetta. So che su quella panchina di legno il tempo sembrava non essere passato, almeno per quanto riguarda quel luogo dell'anima dove teniamo gli affetti più cari, i legami di vita buona. I suoi occhi si fecero gonfi e si riempirono di rossore, tratteneva a fatica le lacrime.
Avrei voluto dire qualcosa.
Ma le parole si fanno burle di noi quando dovrebbero garantire la loro parte. <<Mi dispiace...>> fu il massimo che riuscii a pronunciare, fin troppo consapevole di non avere armi, di non avere ancora una volta la soluzione. Accettai di non essere un eroe e feci l'unica cosa che trovai avere un senso in quel momento, cercando il suo sguardo, sostenendo così il suo dolore. Ci fu un tempo in cui rinfrescavamo le ferite tamponandole di abbracci e custodivamo il dono dell'incontro condividendo l'intimità del sonno. Poi accadde la vita e cadde violentemente là, dove le macchine passano senza fare troppo rumore e i passi si sprecano nelle suole di gomma: qualcosa si è spezzato, qualcosa è rimasto intatto.
Avrei voluto che la bocca riuscisse a dire quello che il cuore gridava.
L'unica risposta, se c'è stata, è rimasta sospesa nel vento della sera ormai fatta convinta.
Chissà se con la sua misura perfetta l'ha colta, chissà se la custodirà, tirandola fuori quando bisognerà solo andare avanti. Allora "Tu chiama piano ed arriverò io, in un attimo, quell'attimo anche mio".

martedì 6 ottobre 2015

Ottobre

La cosa che preferisco di questo posto è che può essere ciò che voglio: un giorno è il mio diario, un giorno il mio reportage, un altro il mio banco di prova, oppure il mio laboratorio. Oggi è il mio flusso di coscienza, un esperimento che consiglio di fare a tutti. Scriverò senza regole, senza logica, forse addirittura senza punteggiatura. Scriverò per il piacere di farlo, per catalogare dentro di me i pensieri, come quando facciamo ordine in stanza e buttiamo alcune cose, quelle che non servono effettivamente o quelle troppo vecchie. Butterò anche quelle che non sono mai esistite, perchè sanno troppo di astratto.

 Mi sono data degli orari e in linea di massima li rispetto: le mie giornate sembrano essersi rimpicciolite, ma la sensazione di non riuscire in quello che mi prefisso per il giorno si fa sentire lo stesso; questa nuova vita esige una scansione, esige regole, ma soprattutto un metodo. Ci sono cose che sono diventate facilissime come fare sintesi, e altre difficilissime, come iniziare una nuova serie TV. Badate che per me le serie TV sono importanti tanto quanto un capitolo del manuale che mi guarda dalla scrivania. Ma a questo vorrei dedicare un altro post, un'altra finestra. Mi sento molto coinvolta ma anche tanto impacciata, mi sforzo di pensare solo giorno per giorno dentro la programmazione dell'obiettivo minimo. Mi rassicura il tempo, ma non voglio perderne. Mi piace lasciare spazio all'improvvisazione e ritrovami in sella alla bici in orari anomali, anche solo per un pò. L'aria addosso mi fa sentire bene, mi rinfranca, anche se quando mi fermo mi sento accaldata. Mi piace scampanellare ed evitare i dossi, mi piace pedalare lentamente per il gusto di osservare gli alberi e le case, le strade, il fango, l'erba, il cielo, il mare, e molleggiare sul tratto in pietra che mi porta fino alla Torre, entrare e raggiungere il balcone. E non importa se è cupo o c'è sole, non
importano umidità e vento, devo assaporare quello scatto e ricaricarne l'effetto nella mia testa. E' una possibilità più unica che rara: rimirare lo stesso luogo in centinaia di sfumature differenti. Non stanca. Non mi stanca. Poi riprendo la strada e pedalo fino a fuori, dove il sole tramonta per ultimo e arriva ancora un pò del suo calore. E' ottobre: gruppi di ragazzini corrono per strada come se inseguissero un gatto, ma vanno anche loro verso il loro posto, quello che scelgono quel pomeriggio. Conoscono tutte le strade, non vogliono nascondersi, le sentono loro, non devono chiedere il permesso. Bazzicano impunemente sudaticci e boccacceschi, scendono fino al mare o raggiungono il parco giochi, a volte entrano nei negozi per acquistare chissà cosa. I più grandi sono dislocati tra il campetto comunale, dopo essersi organizzati sul gruppo pensato apposta su what's app, i muretti del parco dove qualcuno sosta anche con la macchina, neopatentato, e i tragitti che dividono le loro case dalla palestra o dalla cartolibreria, dove ricevono l'ultimo libro di testo appena arrivato. E' ottobre: le mamme chiaccherano in piazza mentre i figli piccoli giocano con i loro tricicli o monopattini oppure ancora con una palla nello spazio rimasto a loro più fedele possibile, per questo vuoto, per essere riempito dalla loro fantasia. Nei tavoli del bar permangono i soliti amanti della birra in bottiglia servita ghiacciata, commentando i match del campionato di serie A e, con la stessa importanza, quelli di terza categoria. Le donne più anziane e qualcuna di mezza età all'orario si dirigono verso la chiesa, dove sarà celebrata l'Eucarestia o, se il parroco non c'è, la liturgia della parola, ma loro non mancheranno l'appuntamento. La nazionale che attraversa il paese è la strada più vivace, le macchine si accostano ambo i lati fregandosene dei segnali di divieto, cerco di non dare fastidio a quelle che invece transitano normalmente e prendo su per traverse a caso, spostandomi dove si respirano i profumi di cucinato. Il vicinato tende ancora a raggrupparsi davanti le entrate di casa più spaziose, per tenersi compagnia, attenti osservatori del flusso che non cambia, informati su tutto, anche su quello che non avresti voluto sapere, è fondamentale, per loro, offrirti quell'informazione al sapore di conquista. Non mi soffermo mai a lungo in un punto, preferisco registrare il moto continuo e riempirmi di ciò che mi circonda. Se tra i miei pensieri persistono dei visi in particolare, è quasi certo che li incrocerò davvero, così mi sembra di incontrarlo con frequenza, me è solo nella mia mente che persistono, come se fosse rimasto qualcosa di taciuto tra noi. Ticchetto il campanello solo con chi ho una certa confidenza, non voglio risultare invadente. A volte ho l'impressione che la gente vada di corsa anche qui dove il tempo
sembra essere costantemente in ritardo. Se non fossi ingessata nelle convenzioni, mi fermerei a parlare con tutti, anche con chi mi sta antipatico e spiegargli perchè. Non c'è qualcuno che preferisco non vedere, mi piace la gente qui, ha le sue stranezze, le sue singolarità. Sono le considerazioni nel complesso che non mi piacciono, ma quelle sono inevitabili quando si tirano le somme. E' proprio questo il concetto di comunità, e il tirare le somme non è altro che dare attributi alla comunità. Così ciascuno degli abitanti di questo luogo è affezionato alla propria casa, per dire. eppure sento di dire più o meno certamente che questa comunità non sente il senso di appartenenza a se stessa. A me non spetta giudicare, ma mi è possibile osservare, ed è ancora più impegnativo condividere quello che si pensa. Quando incontro i miei coetanei fuori da qui e riflettiamo su uno stesso argomento, poi mettiamo in comune quello che abbiamo pensato; così torno a casa con la mia meditazione personale nel bagaglio, ma anche con quella dell'altro. Questo è un concetto facile da comprendere. Tuttavia spesso mi capita di interagire con la mia gente di qui, e di tornare a casa svilita per via del suo essere pervicace a tutti i costi. O del mio essere poco capace di ascoltare. E' finita la vendemmia, è arrivato il tempo delle olive. Mia madre schiaccia quelle verdi, poi le lascia in acqua e sale diversi giorni, infine riempie una ciotola scolandone un pò e le condisce con olio, origano e aglio. La scorsa domenica la nostra tavola era ricca di prodotti semplici e buoni: c'erano le melanzane fritte ricoperte con salsa e spolverate con la ricotta, una bella frittata di patate e dei funghi porcini ottimi. Dopo pranzo ho glissato sulle faccende e mi sono stesa sul letto accanto a papà. Poi abbiamo guardato insieme la partita dell'Inter che ha pareggiato. Ora è seconda in classifica, mentre la Juve inspiegabilmente è giù in fondo. A noi in fondo non interessa, ma ci piace prendere in giro lo zio in uno scambio ironico che allieta i
momenti insieme. Non tutto è così roseo come descritto, ma ho citato la mia famiglia solo per dire che essere comunità è faticoso, è stressante, a volte ti sta stretto e a volte vorresti andare a vivere da solo. Ma poi arriva la sera, ripensi ai momenti vissuti e ti rendi conto che non sarebbe altrettanto bello, altrettanto vero, altrettanto ricco, se non fosse così arduo. Oggi ho scoperto che ottobre è il mese della capra e che esiste una pagina esilarante su facebook che consiglio a tutti: "Capre che salgono su cose". Ottobre è il mese del rodaggio, è "di nuovo" ottobre, ma è anche un "nuovo" ottobre. Una nuova possibilità.

martedì 8 settembre 2015

Zona Policlinico, un'altra primavera


Itaca è sempre stata vera, reale.
E' la lettura che diamo alle cose che cambia le prospettive.
Se riusciamo a sentire con la pancia,
anche i nostri occhi vedranno la direzione. 
Questa ragazza ha imparato a leggere
i segnali indistinti del proprio essere. 
E adesso è cresciuta. 

Palermo,19/04/2013

Zona Policlinico.

Una finestra in mezzo a cento altre di una via in mezzo a decine altre in una città, un pomeriggio di primavera. Non ci si ferma ad ascoltare il canto degli uccelli quando cinguettano, perché non ci siamo abituati o forse perché non abbiamo mai osato farlo. Eppure scorrono parallele le loro vite alle nostre. Fastidiosi rumori di città poi, movimento continuo: motori di macchine che sopraggiungono sempre più forti e vanno via di nuovo portando con sé gradualmente quel trambusto, rumori forti e insostenibili di marmitte ormai andate e voci; voci cupe per lo più, voci maschie, che mettono insieme parole di una lingua che con difficoltà assimileresti alla tua, raccontano il poco di un improvvisato meccanico di Ballarò. Odori. Come guardare figure di uno stesso quadro: cambiano man mano che sposti lo sguardo. Anche gli odori, se muovi un passo si mischiano quasi impercettibilmente fino a farsi accettare dai tuoi sensi, che verosimilmente, accogliendoli, li eliminano. Non solo rumori e odori, non solo. All’improvviso il canto africano di una donna che tiene pulita la casa o la casupola, o per meglio dire, la baracca. Eppure sale un canto sereno e le parole nell’aria cosa dicono non conta ormai, voce candida, pulita e docile di madre. Un uomo,  nella stessa casa, chinato, strofina un panno nell’acqua di una bacinella di plastica: schiuma e acqua che si infrangono nelle sue mani. Scene di quotidianità semplice racchiudono la poesia di una vita chissà quanto piena di vita stessa. Case e casupole e rumori. Chiudo bene le imposte alla sera, quasi a volere impedire a quel mondo di entrare ed entrarmi dentro, così che non possa valicare le schermate della mia anima fragile, talmente ostinata a mantenere il suo assetto di villeggiatura. Come se dovesse finire presto. Come se non durerà a lungo. Silenzio. Mura che raccolgono solo respiri, luce fioca che si fa buio mai troppo in fretta, tempo che non vuole trascorrere, anima che vuole fuggire, anima che trova ristoro solo in carta e parole. Tempo che non vuole passare, insostenibile pena della vita che colpisce. Ricordi. Albergano nel passato, affacciandosi di tanto in tanto sul davanzale della mia testa. Quando tutto era diverso. Qualcosa meglio, qualcosa peggio. Quando tutto andava pure come ora, senza sapere dove, ma non era importante. Campana di vetro la vita passata. Campana che non suona la vita ora. Sera di una primavera gioiosa. Una macchina ferma ad aspettare il mio arrivo, il pensiero di momenti ancora tutti da trascrivere nella memoria. Affetti. Visi conosciuti che amo, sensazione di pace meritata il mio tempo con loro. Baluardi del mio naufragio non ancora consumato, caposaldo della mia salvezza. Desideri. Anime che devono ancora incontrarsi e anime perdute nell’ultimo abbraccio mancato, nella disperata speranza del ritorno, nell’illusione del cambiamento. Sopravvivenza. Quando questa storia non parlerà di emozione ma solo di apatia e rifiuto. Nostalgie e sogni. Sogni. Sbiadite immagini partorite con sforzo, assenti nel sonno della notte. Richiamo. La resa del silenzio: il suono. Saliva inghiottita prima di un respiro. E aria inspirata nei polmoni risale e si trasforma nella dolcezza di un semplice sorriso. E’ finita.
               

                                                                                                                                            

giovedì 20 agosto 2015

Prologo

Descrivi il caos.
Sorrise con aria sicura, come se quel compito non la mettesse in difficoltà. Faceva sempre così di fronte alle prove, o se riceveva un rimprovero. Era il suo modo di recepire il colpo, fiera, perchè qualunque fosse stato l'esito di quei momenti, non rimaneva mai sorpresa. Sembrava così forte fuori, mentre dentro moriva. In quei giorni si aggirava camminando ovunque andasse come uno specchio in frantumi e rimesso insieme con l'adesivo, così fragile che un soffio di parole dolci, o solo accorte, l'avrebbero definitivamente atterrata. Non aveva mai negato a nessuno la sua anima, e adesso la sua anima negava ogni tentativo dell'altro di farsi spazio. Una corazza di follia, incidentata ripetutamente e schiacciata dal peso insostenibile degli sguardi vigenti. Eppure aveva una grande inquietudine dentro che attendeva di venire fuori come una tempesta di vento che sposta l'ordine naturale delle cose, che abbatte i pali, che alza polveroni per strada. 

Così cominciò:
<<Il caos è silenzioso, lento, furbo, irremovibile, irrispettoso. Il caos è ciò che accade quando ti accorgi che il tuo metro di paragone nella vita sono gli altri, per esempio. Oppure quando la paura di fare un passo in qualsiasi direzione ti blocca perfettamente nel mezzo della strada e le voci, come auto nel traffico che battono sul clacson, ti suggeriscono la mossa; e tu vorresti farla, vorresti dare compimento a ogni suono, ma resti paralizzato e non puoi vedere cosa impedisce il regolare transito. Caos è il battito del tuo cuore che combatte il panico, è soffermarti su un momento, un viso, un'immagine, un luogo e sentire l'aria mancare. Caos è piangere e gridare e battere i pugni perchè forse solo così capiranno quanto male hai, quanto male fa, quanto sei stremato dalla lotta. E' ritrovarsi soli e sentire la solitudine spegnere ogni tua voglia, ogni piccolo sogno che si dissipa nell'oscurità. Caos è una volta. Poi passa. Può durare qualche giorno o qualche settimana; sa ritrovarti, sa inseguirti, sa avvelenare le tue serate di spensieratezze, ma in definitiva il caos è tuo, come ogni sorriso e ogni gioia. E' tuo come sono tue le scarpe. E ognuno c'ha il proprio, e ci fa i conti sempre.>>

Caotici sono stati anche gli ultimi giorni in quel di Itaca. C'era una ragazza impaurita come la prima volta, c'era quella stanca e senza entusiasmo, c'erano la giovane frizzante e quella riflessiva, l'arguta e la saccente, ce n'era pure una nuova, sconosciuta. E tutte si sono date da fare. Hanno cantato, ballato, pregato, riso, si sono commosse, si sono meravigliate e hanno fatto a botte tra loro. C'erano anche altri che a volte la osservavano, oppure hanno usato indifferenza o freddezza. E lei si è accorta di tutto. Adesso il mare della sua vita si sta alzando, le onde iniziano a incresparsi di bianco e il colore della superficie si fa più scuro. Mare incazzato. In rivolta. Si piega su se stesso ad ogni sbattimento, si ritira e ricomincia. Il suo caos è un mare in tempesta. 
Stolta. Cieca. 

Ascolta la Sua voce. Mangia il Suo pane. Fatica ad ogni passo. Contempla le Sue grandezze. 

Sorrise con aria sicura, come se quel compito non la mettesse in difficoltà. Faceva sempre così di fronte alle prove, o se riceveva un rimprovero. Era il suo modo di recepire il colpo, fiera, perchè qualunque sarebbe stato l'esito di quella sfida, era il momento di viverla.