Oggi abbiamo salutato il nonno, ma più ci penso più mi rendo conto che è corretto dire "oggi ho conosciuto meglio il nonno"...
Quando mio padre 29 anni fa lasciò il suo paese per costruire una nuova famiglia qui dove viviamo, inevitabilmente prese le distanze dalla realtà che lo aveva visto crescere.
Non ho mai riflettuto su quanto questo possa avere cambiato le cose, influendo sui legami della nostra vita. Legami forti e saldi che comunque si sono mantenuti e sono cresciuti, legami che di speciale hanno soprattutto quello che non si dice, che si da per scontato, che è naturale. Un legame che sai che c'è e basta, che si nutre della stessa sicurezza che emana: un legame di famiglia.
Forse per questo e per l'interminabile scorrere delle ore degli ultimi due giorni, il bagno nei ricordi mi è sembrato come immergersi in acque nuove e sconosciute, dove l'eccesso emotivo ha prodotto sorrisi e lacrime allo stesso modo, un bagno a metà fra che ciò avevo vissuto e ciò che mi ero persa perchè lontana, perchè distante, ma che tuttavia mi sono permessa di immaginare, oggi che il tutto era soffrire, era andare.
Devo essere stata una bambina antipatica, e non devo essere sembrata felice durante le nostre visite domenicali. Non saprei dirlo, ma so che le volte migliori sono state quelle in cui insieme le combinavamo: come quando cambiammo la disposizione dei quadri del soggiorno in quella casa dove ricordo esserci solo una stanza per piano, e salire fin sù era una conquista rara, e quel lettone sembrava avvolto da un velo di mistero e grandezza, agli occhi di una ragazzina impudente ma sensibile.
Poi era tipicamente Natale e arrivavamo di mattina intorno alle 10, nelle fredde e umide mattine in cui, finchè non eravamo veramente tutti, non sembrava festa. Ma il nonno era pronto già: alto, magro, i capelli bianchi, pochi invero, gli zigomi alti che salutarlo era come scontrarsi in pista da ballo, il naso lungo che mio padre ereditò smussato ed io presi infine misurato (ma ne riconosco il tratto slanciato, bello, oserei dire importante), mentre in Tv ascoltava il concerto di musica classica che amava, stando seduto sulla sdraio che guai a sedertici per un attimo...
Era pronto: sentiva il rumore della macchina e affacciava al balcone, poi ci accoglieva con un sorriso di felicità; spariva per un attimo e ricompariva con aria compiaciuta, finchè non tirava fuori le banconote da 50 e ce ne dava una per ciascuno, indistintamente.
Non parlava molto, ma di certo osservava tanto: interveniva quando bisognava che la smettessimo di importunare la nonna che già da un pò aveva smesso di ricordare, di riconoscere, di dialogare con tutti noi. Anche quando si "armava" al gioco delle carte , prendeva posto silenziosamente e agiva da intenditore, poichè trascorreva ogni giorno i pomeriggi al circolo. Certo, lo scopone richiedeva un'abilità non da poco e si arrabbiava se sbagliavi a giocare la tua mano. Il suo tono rauco e profondo non era mai eccessivo, era un uomo pacato. Non ricordo di averlo mai visto seriamente arrabbiato, forse per preservarci dalle questioni che richiedono severità.
Era saggio proprio in virtù di questo silenzio, come chi ha vissuto a pieno un'esistenza costellata di cose e persone: la vendemmia, il motozappa, la vita sociale tra i coetanei, le tradizioni impresse nella memoria del cuore, il rispetto espresso in quel sottile "sabbenerica" mai negato ad alcuno. Fino all'ultimo periodo in cui al circolo non era più voluto andare, e che sentiva le forze lasciarlo, tu lo sapevi che stava arrivando il momento di andare, quando hai chiesto la pizza per un'ultima volta e ti arrabbiasti per quel mancato appuntamento di una domenica di qualche mese fa. Ma non provo rammarico: con il cuore strisciato come l'asfalto e mille e più preghiere in testa, sono venuta a salutarti, senza quell'angoscia che ci prendeva ultimamente quando andavamo via e inevitabilmente ci domandavamo se fosse stata l'ultima. Buffo come ad ora non ricordi quel momento, probabilmente perchè in compagnia del tuo solo respiro abbiamo fatto ancora festa insieme.
Sei stato coraggioso, eri pronto anche quel venerdì, nonostante le lacrime, unico segno di paura e commozione quando le parole sono diventate troppo difficili da pronunciare. Solo un uomo come te poteva trovare il coraggio di amare in eterno, di creare un legame di unione che ha portato frutto ogni giorno per quasi 60 anni; insieme con la nonna Giovanna e una grande famiglia come sono grandi le famiglie quaggiù, insieme punti di riferimento ed esempio: il nonno mi ha insegnato la lezione più grande mostrandomi come l'amore vada oltre la vita stessa, vada oltre l'esserci. L'amore che accudisce e risana le ferite, l'amore che condivide il dolore e lo supporta, l'amore che nella longevità è capace di schioccare baci forti e privi di vergogna, questo amore è stato in grado di coltivare e possedere, come il dono più prezioso, come la ricchezza più grande.
Era un padre, il padre di mio padre e pertanto mi ha lasciato in eredità un nome e cognome che mai come oggi sono fiera di portare, perchè ne ho scoperto l'identità più profonda, sancita da quel gesto sincronico di quanti oggi al tuo passaggio in piazza hanno calato la coppola dalla testa e hanno abbassato lo sguardo a te, certamente dicendo tra se e se "Sabbenerica Vossia", e tu che la coppola ce l'avevi accanto perchè non volevi andare via senza, avrai risposto "Sabbenerica".
E allora, che tu sia benedetto nonno,
ora e sempre, benedetto da noi tutti,
benedetto tra gli angeli del cielo;
che tu sia benedetto accanto al Padre,
là dove non serve nemmeno respirare
e il battito del cuore è solo riposto
più forte
nel petto di chi hai protetto per restare.

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