martedì 13 ottobre 2015

Tu chiama piano

Avrei voluto dire qualcosa.
Non poteva essere un caso, non così: con il vento che si faceva sempre più forte e il giorno che diventava sera attorno a noi. Le macchine si inseguivano senza fretta e i loro rumori non mi recavano disturbo, il flusso di ragazzi si ripeteva incostante nel suo saliscendi consueto, con chissà quante storie su quelle gambe, con chissà quali emozioni e quel minimo comune denominatore che li rende categoria di questa società. Solo per pochi attimi mi soffermai sul loro viavai e sulla strada, per il resto riuscivo a sentire persino le orecchie tese e l'animo dispiegato. La bocca si era asciugata nelle parole spese per darmi ragione di un'irrazionalità pressante, nello sfogo di una descrizione in cui i silenzi lasciavano spazio all'irrisolto. <<Non è la soluzione>>. Quelle parole rituonarono nella mia mente a lungo, aprendo con delicatezza la porta delle verità più profonde. Il suo volto era così dolce: stava seduta con la schiena curvata in avanti, scomposta, mentre la testa sembrava volersi fare sempre più piccola tra le spalle, racchiusa poi dalla folta chioma nera. Non riusciva a non mangiarsi le unghia, così teneva alcune dita della mano e le pizzicava continuamente. Parlava tanto, spesso ribadiva gli stessi concetti, ma non era mai stancante ascoltarla. Esattamente come ricordavo che fosse. Quando non ero io a dire da me con sincerità quello che pensavo, lei riusciva comunque a leggerlo e sbattermelo in faccia forte, ma senza fare male. Non so come ci riuscisse, non so dove trovasse quella misura perfetta. So che su quella panchina di legno il tempo sembrava non essere passato, almeno per quanto riguarda quel luogo dell'anima dove teniamo gli affetti più cari, i legami di vita buona. I suoi occhi si fecero gonfi e si riempirono di rossore, tratteneva a fatica le lacrime.
Avrei voluto dire qualcosa.
Ma le parole si fanno burle di noi quando dovrebbero garantire la loro parte. <<Mi dispiace...>> fu il massimo che riuscii a pronunciare, fin troppo consapevole di non avere armi, di non avere ancora una volta la soluzione. Accettai di non essere un eroe e feci l'unica cosa che trovai avere un senso in quel momento, cercando il suo sguardo, sostenendo così il suo dolore. Ci fu un tempo in cui rinfrescavamo le ferite tamponandole di abbracci e custodivamo il dono dell'incontro condividendo l'intimità del sonno. Poi accadde la vita e cadde violentemente là, dove le macchine passano senza fare troppo rumore e i passi si sprecano nelle suole di gomma: qualcosa si è spezzato, qualcosa è rimasto intatto.
Avrei voluto che la bocca riuscisse a dire quello che il cuore gridava.
L'unica risposta, se c'è stata, è rimasta sospesa nel vento della sera ormai fatta convinta.
Chissà se con la sua misura perfetta l'ha colta, chissà se la custodirà, tirandola fuori quando bisognerà solo andare avanti. Allora "Tu chiama piano ed arriverò io, in un attimo, quell'attimo anche mio".

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