giovedì 3 agosto 2017

Anomalie


In un caldo pomeriggio di luglio, spiaggiati presso Torre Conca (spiaggia conosciuta ai più come "Valtur" per chiara sedimentazione storica), un aggregato giovanile attorno a pezzi di ombra e pietriccio meno infuocato, trascorreva il tempo tra sollazzo e siesta. 

In quel contesto paradisiaco fatto di vuoto legittimato dal tempo di ferie, una riflessione lampante fu suggerita da un soggetto singolare ma ormai familiare, che trascorre presso di noi le vacanze. "Se li attiriamo tutti noi quelli così è perché evidentemente anche noi lo siamo". 
"Anomali", echeggiai in risposta. 

Come una sorta di macchia che ci portiamo addosso sul vestito pulito, come un fardello di cui non riusciamo a liberarci. Anomali e forse anche contenti di esserlo. 
Chi siamo? 
Cosa siamo? 
Qual è la mia casa? 
Qual è la mia cultura? 

Faccio fatica a riconoscermi in un luogo che ho sempre considerato mio, perché scopro - a malincuore - che non in molti me ne danno atto. Scopro, ancora peggio, che a pochi altri importa e infine, se non fosse già abbastanza, scopro addirittura che per alcuni il mio posto non esiste nemmeno. Come un pezzo di terra cancellato dalla carta geografica. 

Ma non devo certo rendere conto ad altri della mia identità e di quanto questa si misuri con il mio paese, le sue tradizioni e il suo volteggiare di stagione in stagione: increspandosi a settembre, raggomitolandosi a dicembre, stiracchiandosi a marzo e facendo capriole a luglio (che bellezza il mio paese!). 
Così chiudo la bacheca di Facebook e provo a dimenticare ciò che ho letto, metto da parte il disgusto e provo a capire. Provo a frazionare la colpa, avendo chiaro che frazione significa parte uguale, non parte più piccola, non parte di minore importanza. 

Subito mi torna in mente Don Chishiotte e la sua eterna lotta contro i mulini a vento, immagine impressa nel comune intendere come una causa persa. I cinici hanno molta affinità con le cause perse. E, a proposito di fardelli, io cinica non lo sono. Così passeggio avanti e indietro sulla riva del mio mare nelle vesti di sognatrice e a tratti, di credulona. Puntualmente smentita dagli atti di sfiducia della gente, da quella indiferrenza ostentata a tutti i costi e dalla continua sospensione del giudizio verso cose che - in ogni santo caso - non ci riguardano.

Così a sognatrice, credulona e sentimentale, aggiungo anche sola. Sola in questa faccenda di pensare che invece ciò che c'è attorno a me interessa eccome. Ha bisogno del mio interesse e che io mi senta incarnata in esso. Ha bisogno che me ne preoccupi, anche a costo di dire cosa non va, cosa non funziona e come potrebbe migliorare. 



A cominciare da chi, ancor peggio degli indifferenti, tiene taciuti i problemi. Da chi si propone come punto di riferimento, e poi per primo avalla atteggiamenti campanilisti. Incapaci di dare l'esempio, perchè forse, in fondo, è più comodo combattere con i mulini a vento, che la battaglia è sicuro persa, ma lo schieramento è sempre quello di chi ci ha provato e a cui non si può pertanto rimproverare nulla.

Insomma, è come se gli Immacolati avessero deciso di prendere Castel Granito senza un piano strategico, come se Cercei non avesse mai pensato all'Alto Fuoco ma solo a far fuori l'Alto Passero, come Daenerys che pensa di conquistare i Sette Regni unicamente con tre draghi. O come me, che a volte sferro attacchi dal mio blog senza munirmi di difesa. 
Sognatrice, credulona e sola. 

martedì 11 luglio 2017

Ho trovato un senso


Fin dall'infanzia tutti interiorizziamo i caratteri simbolici legati al contesto urbano di residenza e al tempo stesso impariamo a distinguere tali caratteri da quelli connessi ad altri contesti urbani. Si determina un processo di identificazione affettiva alla città, sviluppando dei sentimenti di appartenenza territoriale: ci si sente parte di una comunità spazialmente definita, affettivamente coinvolti nelle vicende che la riguardano, si rimane colpiti dai giudizi che vengono espressi positivamente o negativamente su di essa.  Anche nell'era della mobilità, proprio chi si muove tende a evidenziare i propri sentimenti di identificazione con la città di origine, per fissare un punto di riferimento simbolico, che li aiuti a organizzare e dotare di senso la propria esperienza di vita. Ma non è solo la città che trasferisce i propri caratteri ai soggetti individuali, è altrettanto importante la relazione inversa: quella che va dagli abitanti alla città. La connotazione simbolica della città non è una qualità astratta, essa è prodotta dall'agire concreto dei cittadini: tanto da quelli che vi hanno abitato nel passato, lasciando tracce materiali ed immateriali, quanto quelli che vi abitano nel presente.  Questi ultimi non si limitano a ricevere passivamente un patrimonio lasciato dalla tradizione ma se ne appropriano attivamente, interpretandolo, modificandolo, e in determinate circostanze rifiutandolo del tutto o in parte. In ogni caso questa interazione fra simboli urbani e l'agire degli abitanti non solo contribuisce a costruire l'identità dei soggetti, ma favorisce anche il consolidamento dell'identità della città come singolare e irripetibile, dotata di un'aura culturale che la contraddistingue inequivocabilmente.

Ogni volta che mi accingo a parlare della mia realtà sono assalita da mille timori, e più di tutto dalla concreta possibilità di essere fraintesa. Ma non è possibile sganciarmi da qui stasera, da quella manciata di asfalto e mare che ancora è -per lo più- la mia Itaca. Così paro il colpo prima che possa essermi sparato addosso, sperando di non essere tradita dalla mia stessa casa. E' così da sempre, da quando ho indossato la prima maglia con lo stemma del mio paese, in quel misto di cotone e plastica sempre di una taglia di troppo. E volevo vincere perchè così Finale avrebbe vinto.
Non lo sapevo allora che senso avesse cantare sugli autobus al ritorno dalle gite: "olio petrolio benzina minerale per battere Finale ci vuol la nazionale"; stasera rimpiango di non aver cantato a squarciagola per paura di essere rimproverata.
La domenica a messa c'erano degli standard insostituibile, delle persone verso cui provavo profonda ammirazione e che al contempo mi inquietavano, forse per la loro autorevolezza, forse perchè non volevo deluderle. Ma loro c'erano sempre, ed era bello saperle per certo lì, a condividere con te uno spazio, un rito.
Così quello spazio è diventato mio tutto, dentro, fuori, cadenzato secondo le età e le esperienze che per fortuna la vita ti offre: sotto l'albero in piazza anche se piove, tanto lì l'acqua non arriva; il pallido ricordo un tendone per la pace, ma chissà come ci ritrovavamo sempre dietro quella tenda. La fase della rotonda alla Torre e quella, più bizzarra, delle panchine che scendono dal Dolce Vita, nonostante siano sempre là, immobili.
I pomeriggi a Torre Conca con le carte e i tuffi dallo scoglio, quello alto, anche se restavo a metà altezza, che non sono poi così temeraria. E la musica bombata della Notte Rock che seguivo solo da lontano.
Che ve lo racconto a fare di quando abbiamo conquistato la nostra posizione ai tavoli del bar e di quel Natale con uno scirocco incredibile che ci fece spogliare tutti e ballare come fosse agosto. E tutto questo aveva senso perchè ero a casa anche fuori casa.
"Sofia, dove sei?" - chiedeva mia madre al telefono, quando ancora il coprifuoco non era stato debellato dall'età che avanza. "A Finale", ho risposto il 90 per cento delle volte.

Poi siamo usciti allo scoperto, oltre lo scenario intimistico del cerchio magico delle amicizie. E ci siamo applicati a quell'arte dell'esporsi che scongiura il rischio dell'emarginazione, per quanto ci si possa sentire emarginati qua. Facevamo baccano, ma era per tutti. Per i ragazzi che ho avuto l'onore di accompagnare in cento e più cammini associativi, per me e i miei compagni di avventura che si sono accollati sagre, cacce al tesoro, carnevali e show.
Oggi, a volte, ci diamo alla cultura. E insomma, facciamo qualcosa di più serio.
Ma, voglio dire, in ogni caso abbiamo associato sempre e solo un simbolo al nostro agire, il posto in cui viviamo.
Quando si sviluppa un sentimento così forte però, si corre il rischio di non vederlo replicato in chi ti sta intorno, se provi un po' di stanchezza e vorresti passare il testimone una volta soltanto. Forse bisognava pensarci prima e assicurarsi che quello che stavamo facendo fosse condiviso, che non ricercavamo un passatempo ma che c'era un sottile richiamo più forte, sopravvissuto incontrastato al vuoto che comunque ci circonda (è scientifico). Quel denominatore c'era, c'è e ci sarà. Cambierà forma, subirà qualche violenza forse, si rinnoverà.
Oggi scopro che c'è un fondamento disciplinato in tutto ciò, c'è una sociologia del territorio osservabile e, in modo irruento, veritiera.
E ho un culo pazzesco a studiarlo, oltre che a viverlo.

martedì 13 giugno 2017

La vasca (titolo di un post che risulterà strano)




Mi lavo ogni sera, ma non è solo questione di routine.


Compio sempre gli stessi movimenti con la medesima durata, involontariamente, come un automa, solo che stasera me ne sono accorta.

Entro in vasca, l'acqua scorre calda, abbasso col tallone destro la bocca dello scolo, verso il Vidal sulla spugna e inizio dalla gamba destra, nonostante il collo e le ascelle siano sempre più umide e appiccicaticce. Gamba sinistra e poi i piedi, con particolare cura, sfregando di più, perché i piedi sono certamente più sporchi.

Le braccia su fino alla spalla e finalmente un po' d'acqua cola sulla schiena. Un brivido intenso, poi strizzo più forte per fare cadere la schiuma e mi bagno davvero, è la schiuma a pulirmi già, come se lì non ci fosse bisogno di sfregare. Petto, seno, ventre, le cosce sopra e sotto. La spugna finisce da sola in ammollo, assorbe l'acqua che continuo a gettarmi addosso provocando uno strano piacere.

Poi mi concentro sul rumore dell'acqua che muovo, muovendomi. Ho chiuso il rubinetto: sento l'acqua calda nelle parti del corpo a contatto, mentre l'aria scontra la mia schiena e aleggia sulle spalle provocando un lieve raggelo. Premo l'erogatore del detergente, sciacquo il viso, il collo passandovi le mani e ne verso ancora un po' per un bidet.

Con lo stesso tallone destro premo sul boccone e l'acqua va via. Ruoto il rubinetto modulando la temperatura dell'acqua, e quindi il getto fa scorrere via la schiuma dalle gambe, dalle braccia, qualche secondo in più lo trattengo sui piedi, e di nuovo sul busto mentre con una mano accompagno via ogni bollicina.

Poggio il braccio destro sul bordo esterno della vasca e il gomito del sinistro sull'altro lato, faccio leva e mi alzo puntualmente immaginando un potenziale scivolone. L'acqua che si era accumulata dietro il sedere, rimasta in parte bloccata dall'importanza delle mie cosce, arriva come un fiume in piena presso lo scolo, mentre so di avere ancora la schiena insaponata.

Allora in piedi l'acqua può arrivare piano, leggermente lungo tutto il corpo, indugiando per scongiurare l'inevitabile freddo che segue quando il calore non c'è più. Chiudo il rubinetto, prendo l'accappatoio, lo indosso, esco la gamba destra poggiandomi leggermente sul lavabo, avendo cura di non immettere troppo peso sulla sinistra, immagino una distorsione al ginocchio (ogni sacrosanta sera) ed esco per intera.

Mi asciugo il viso temporeggiando sul lino, poi sono davanti lo specchio: mi avvicino fino a quasi toccarlo con il naso e mi guardo dritta negli occhi, ritrovandomi.

venerdì 2 giugno 2017

Un nuovo spazio nel cuore

Non c'è tempo per gli indugi quando un nuovo amore bussa prepotente alla porta del nostro cuore.
Esige di essere accolto e protetto, esige ogni possibile sguardo. 
Ci sono amori che non chiedono il permesso: entrano di soppiatto e irradiano ogni anfratto dell'anima.
Questi amori si coltivano nell'attesa paziente, nella fatica crescente dei passi di una madre, dell'adrenalina nella corsa di un padre.
Tiene col fiato sospeso fino all'esplosione di gioia dell'annuncio che profuma ancora di incredulità.
E racconta la promessa di un viaggio che ha già fatto scalo in ogni singolo cuore raggiunto da quella notizia. 
Quando nasce un amore così, che tu sia pronto o meno, che tu l'abbia previsto o meno, hai già fatto largo nel tuo cuore perché una nuova vita ha concordato il tuo tempo: tutto, una parte; ha preso le misure di un nuovo compromesso che titola "insieme"; ha reso più bella quella storia chiamata famiglia e silenziosamente nella notte ha bagnato con le lacrime i volti più duri.
Alla più forte, alla più tenera: benvenuta piccola Eva!

domenica 28 maggio 2017

Ostaggio

Stasera sembrava inevitabile chiudere la giornata sulla tastiera. Ho talmente tanti pensieri in testa che stavano finendo per comprimersi tutti, lasciando solo un ammaccone. Sono stanca, probabilmente per via della lunga concentrazione che ho provato ad avere per diverse ore, mentre il mio corpo non chiedeva che una fuga veloce verso un cantuccio silenzioso. 

E invece sono rimasta: dai bambini, sotto il sole, tra le chiacchiere e davanti a un piatto caldo. Volevo esserci almeno tanto quanto volevo andare via. Così ho finito per fare entrambe le cose, chissà se qualcuno lo ha notato che dentro di me ballavano le scimmie come al circo, mentre camminavo a testa alta sotto l’ultimo tramonto. 

A proposito, l’ho visto tutto, quella linea di colore calda che da arancio diventa rossa e da rossa a violacea e infine blu, blu come la notte. C’era solo uno spicchio di luna e a terra una marea di oleandri e gelsomini. Un odore pazzesco. Il mare non si distingueva, ma è rassicurante saperlo al suo posto.

Già, al suo posto. Come i libri sulla scrivania pronti a un lunedì ingiustificato; come i vestiti ammucchiati sulla sedia che posso giurare “erano solo un cambio”; come il romanzo sul comodino che non voglio ancora aprire, perchè ogni obbligo mi sta stretto, e non c’è energizzante migliore della volontà. Arriverà il suo momento, o forse no, sarà la storia di un libro non letto e racconterà le vicende di una ragazza intelligente ma che a volte non si applica; buona, ma a volte indifendibile; capace, ma spesso fragile.


E può spaventare quel vuoto che si intravede come il fondo di una tazzina di caffè, dopo che ne hai bevuta la dose giornaliera e hai eseguito il rito di sempre: zuccherato, patinato, stretto. Come se l’anima avesse di nuovo fatto i conti col terrore che chiede un pezzo di quella come riscatto: ciò che non c’è diventa martellante, ciò che c’è opaco, ciò che respiro un caldo punto di tregua. Ancora un intermezzo, poi sarà ancora così, incerto, disordinato, molle. 
Mi sento come in ostaggio, un pezzo di valore, in attesa di uno scambio, di pagarmi a prezzo di dolore.

lunedì 22 maggio 2017

Siamo a Praga


Ci sono due modi per affrontare un viaggio: prepararsi, leggere, programmare, conoscere quello che si intende visitare, oppure partire, scevri di ogni pregiudizio e semplicemente curiosare, scegliere, scoprire passo dopo passo i luoghi, i cibi e le usanze.
Non c'è una regola assoluta e l'una direzione non esclude l'altra.

Praga però mi ha insegnato che tutti i luoghi comuni sui viaggi sono veri: apre la mente, comprovato; aiuta a scoprire i propri limiti e punti di forza, comprovato; sorprende, molto vero; allontana dalla propria quotidianità per tornare ad apprezzarla e, pur essendo una parentesi di vita, ha un perfetto valore reggente. Scuote.

Praga è una città sospesa, puntellata di realtà.
In ciò che ho visto, negli odori che ho annusato e nei sapori che mi sono concessa, c'è stato un filtro costante, la mia personalissima percezione. Sarebbe troppo facile dire che Praga è magica, ma posso raccontarvi di come essa sembri così immobile, così immutabile al tempo e salva dai debordi della modernità. Voglio dire, la tecnologia c'è, è incastonata in essa, ma i suoi sentieri sono rimasti medievali, e passeggiando si ha la sensazione che da un momento all'altro possa arrivare un cavallo al trotto che traina una carrozza e che da essa scenda un duca o un reale di Boemia.

A Praga ho trovato il sole e la quiete di un prato.
L'andirivieni sul ponte Kurlov o gli incroci possibili di una piazza, la beatitudine dei giardini che circondano ora chiese ora castelli e quintali di storia che racconta e racconta un pezzo d'Europa prima in auge, poi ferita, spesso dominata. 
Muri dentro muri, città dentro città, strade percorse, pulite e organizzate. Una lingua, il ceco, magari priva di una forte identità, magari distante eppure ritmica. 

Praga mi ha tolto una coperta di dosso. 

Come al solito avevo pensato al peggio, così ho messo in valigia una felpa in più e una canotta in meno. Eppure mi ha lasciata in mutande, rivelando però che quel nuovo costume mi stava a pennello e che posso fare a meno di tante cose, di tutte quelle barocche sovrastrutture, e innalzarmi su alte guglie, raggiunte da lineari scale a chioccia, ora a destra, ora a sinistra, ma sempre in alto. 


Praga mi ha riconsegnato sguardi puri e complicità di ferro.
Li avevo messi in cassaforte per non consumarli e senza un cambio stavano per finire svalutati. 
Eravamo a Praga, ma una parte di me lì c'è rimasta, perchè non si torna interi mai.
Si torna rinnovati. 


martedì 9 maggio 2017

Slow down

Non sono mai stata costante nella mia vita. 
Ci sono decine di romanzi lasciati a metà sugli scaffali, c'è una collana di quaderni chiamata "Scrivere" di cui ho comprato i primi7-8 numeri in abbonamento e poi ho mollato, forse perchè avevo preso con eccessiva fretta quella decisione e mi ero convinta che potevo trovare tante strade alternative per raggiungere non so bene cosa nella mia vita. 
Una vita fa: quando nel tentativo di rimettere ordine nella mia testa, finivo per complicare ancora di più tutto, assecondando la logica del "tutto e subito" pur di dimostrare agli altri che non mi discostavo tanto dall'immagine che potevano avere di me.
Poi mi sono sbarazzata dell'altrui giudizio e niente, sono rimasta incostante, fatta eccezione per alcune piccole cose. 
Come questo blog che ancora non ho fatto invecchiare,
Come la palestra: ottima annata fra squat e addominali.

Ma siamo in primavera inoltrata e il sole chiama a raccolta, il manto stradale appena rifatto è ideale per costeggiare uno splendido panorama, così mi sono detta "vado a correre". Ok, ok. Slow down.
Ci avrei provato almeno. Con quella tendenza a giustificarmi che ho, lo spazio del compromesso era dietro l'angolo. 

Non immaginavo che la scelta migliore si sarebbe rivelata un'altra. 
"Mamma sto uscendo, lascio il telefono a casa, vado verso la Valtur, in caso sapete dove cercarmi".
Andiamo, non avevo dove metterlo, ero senza tasche...
No, non è neanche questo il punto. Ho iniziato a camminare, ho aumentato il ritmo, "Vai Sofia!"-urla di incoraggiamento nella mia testa, corro. Corro guardandomi i piedi e mi chiedo se è quella la postura più giusta, se metto bene i piedi...ho dolore alla pancia, come se le budella stessero prendendosi a pugni lì dentro. Dannazione, slow down. 

Il dolore si localizza e si fa apparentemente più forte, così inizio a respirare come ci avevano insegnato alle elementari, inspirando e portando su le braccia, facendo un cerchio e poi buttarle giù ed espirare, tutto fuori. Tutto down. Ho percorso correndo circa 200 metri prima di pensare che stavo per finire stecchita sulla statale 113 e che se ne sarebbero accorti troppo tardi. Oh, ma dai, slow down.

Slow down. Alzo la testa e mi concentro sui rumori: lascio che passino alcune auto e mi infastidisco per un motore evidentemente "elaborato" il cui rombo fatica ad allontanarsi, ma poi resto sola col rumore della sabbia e di piccolissimi ciottoli sotto i piedi, quanto basta per mettere in fuga le lucertole. Sull'altro lato qualcosa tra i cespugli lascia qualche fruscio, mentre cinguettii sempre più insistenti si accordano sulla chioma di un albero. Continuo a camminare. Superata una grossa curva si apre un altro pezzo d'asfalto in pendenza, ho avuto la sensazione di non ricordare quel tratto, proiettata come ero a ciò che mi aspettava più in là. Diverse macchine che venivano nel senso opposto suonavano il clacson appena un attimo prima di incrociarmi, rallentare comporta anche l'incontrare.

Il mare era increspato e sporco, nonostante il sole tirava un'arietta fredda, ma a prescindere dalla primavera desideravo fermarmi. Solo per stare lì a guardare un po' un panorama visto e rivisto centinaia di volte. Mi sentivo quasi a disagio. Che stavo facendo? Assolutamente nulla. Erano attimi per me, potevo farne ciò che volevo pur non  avendo come condividere. Chissenefrega, sto bene. Guarda là quella roccia, chi si accorge del suo invecchiare? Abusata come sfondo digitale, dipinta, esposta, mentre affronta stagioni e intemperie, usura del tempo e innesti dell'uomo. Slow down. 
Non c'è niente che tu debba fare ed è bellissimo così. 
Nessun mondo da salvare, nessun amico da ascoltare, sopravviverà tutto e tutti per un'ora. Attenderanno. 
Slow down.
E' tempo di rientrare, con tutto il tempo che voglio.