In un caldo pomeriggio di luglio, spiaggiati presso Torre
Conca (spiaggia conosciuta ai più come "Valtur" per chiara sedimentazione
storica), un aggregato giovanile attorno a pezzi di ombra e pietriccio meno
infuocato, trascorreva il tempo tra sollazzo e siesta.
In quel contesto
paradisiaco fatto di vuoto legittimato dal tempo di ferie, una riflessione
lampante fu suggerita da un soggetto singolare ma ormai familiare, che
trascorre presso di noi le vacanze. "Se li attiriamo tutti noi quelli così
è perché evidentemente anche noi lo siamo".
"Anomali", echeggiai in risposta.
Come una sorta di macchia che ci portiamo addosso sul vestito pulito, come un
fardello di cui non riusciamo a liberarci. Anomali e forse anche contenti di esserlo.
Chi siamo?
Cosa siamo?
Qual è la mia casa?
Qual è la mia cultura?
Faccio
fatica a riconoscermi in un luogo che ho sempre considerato mio, perché scopro
- a malincuore - che non in molti me ne danno atto. Scopro, ancora peggio, che
a pochi altri importa e infine, se non fosse già abbastanza, scopro addirittura
che per alcuni il mio posto non esiste nemmeno. Come un pezzo di terra cancellato dalla
carta geografica.
Ma non devo certo rendere conto ad altri della mia
identità e di quanto questa si misuri con il mio paese, le sue tradizioni e il
suo volteggiare di stagione in stagione: increspandosi a settembre,
raggomitolandosi a dicembre, stiracchiandosi a marzo e facendo capriole a
luglio (che bellezza il mio paese!).
Così chiudo la bacheca di Facebook e provo
a dimenticare ciò che ho letto, metto da parte il disgusto e provo a capire.
Provo a frazionare la colpa, avendo chiaro che frazione significa parte uguale, non
parte più piccola, non parte di minore importanza.
Subito mi torna in mente Don Chishiotte e la sua eterna lotta contro i mulini a vento, immagine impressa nel comune intendere come una causa persa. I cinici hanno molta affinità con le cause perse. E, a proposito di fardelli, io cinica non lo sono. Così passeggio avanti e indietro sulla riva del mio mare nelle vesti di sognatrice e a tratti, di credulona. Puntualmente smentita dagli atti di sfiducia della gente, da quella indiferrenza ostentata a tutti i costi e dalla continua sospensione del giudizio verso cose che - in ogni santo caso - non ci riguardano.
Così a sognatrice, credulona e sentimentale, aggiungo anche sola. Sola in questa faccenda di pensare che invece ciò che c'è attorno a me interessa eccome. Ha bisogno del mio interesse e che io mi senta incarnata in esso. Ha bisogno che me ne preoccupi, anche a costo di dire cosa non va, cosa non funziona e come potrebbe migliorare.
A cominciare da chi, ancor peggio degli indifferenti, tiene taciuti i problemi. Da chi si propone come punto di riferimento, e poi per primo avalla atteggiamenti campanilisti. Incapaci di dare l'esempio, perchè forse, in fondo, è più comodo combattere con i mulini a vento, che la battaglia è sicuro persa, ma lo schieramento è sempre quello di chi ci ha provato e a cui non si può pertanto rimproverare nulla.
Insomma, è come se gli Immacolati avessero deciso di prendere Castel Granito senza un piano strategico, come se Cercei non avesse mai pensato all'Alto Fuoco ma solo a far fuori l'Alto Passero, come Daenerys che pensa di conquistare i Sette Regni unicamente con tre draghi. O come me, che a volte sferro attacchi dal mio blog senza munirmi di difesa.
Sognatrice, credulona e sola.


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