Ci sono due modi per affrontare un viaggio: prepararsi, leggere, programmare, conoscere quello che si intende visitare, oppure partire, scevri di ogni pregiudizio e semplicemente curiosare, scegliere, scoprire passo dopo passo i luoghi, i cibi e le usanze.
Non c'è una regola assoluta e l'una direzione non esclude l'altra.
Praga però mi ha insegnato che tutti i luoghi comuni sui viaggi sono veri: apre la mente, comprovato; aiuta a scoprire i propri limiti e punti di forza, comprovato; sorprende, molto vero; allontana dalla propria quotidianità per tornare ad apprezzarla e, pur essendo una parentesi di vita, ha un perfetto valore reggente. Scuote.
Praga è una città sospesa, puntellata di realtà.
In ciò che ho visto, negli odori che ho annusato e nei sapori che mi sono concessa, c'è stato un filtro costante, la mia personalissima percezione. Sarebbe troppo facile dire che Praga è magica, ma posso raccontarvi di come essa sembri così immobile, così immutabile al tempo e salva dai debordi della modernità. Voglio dire, la tecnologia c'è, è incastonata in essa, ma i suoi sentieri sono rimasti medievali, e passeggiando si ha la sensazione che da un momento all'altro possa arrivare un cavallo al trotto che traina una carrozza e che da essa scenda un duca o un reale di Boemia.
A Praga ho trovato il sole e la quiete di un prato.
L'andirivieni sul ponte Kurlov o gli incroci possibili di una piazza, la beatitudine dei giardini che circondano ora chiese ora castelli e quintali di storia che racconta e racconta un pezzo d'Europa prima in auge, poi ferita, spesso dominata.
Muri dentro muri, città dentro città, strade percorse, pulite e organizzate. Una lingua, il ceco, magari priva di una forte identità, magari distante eppure ritmica.
Praga mi ha tolto una coperta di dosso.
Come al solito avevo pensato al peggio, così ho messo in valigia una felpa in più e una canotta in meno. Eppure mi ha lasciata in mutande, rivelando però che quel nuovo costume mi stava a pennello e che posso fare a meno di tante cose, di tutte quelle barocche sovrastrutture, e innalzarmi su alte guglie, raggiunte da lineari scale a chioccia, ora a destra, ora a sinistra, ma sempre in alto.
Praga mi ha riconsegnato sguardi puri e complicità di ferro.
Li avevo messi in cassaforte per non consumarli e senza un cambio stavano per finire svalutati.
Eravamo a Praga, ma una parte di me lì c'è rimasta, perchè non si torna interi mai.
Si torna rinnovati.
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