martedì 9 maggio 2017

Slow down

Non sono mai stata costante nella mia vita. 
Ci sono decine di romanzi lasciati a metà sugli scaffali, c'è una collana di quaderni chiamata "Scrivere" di cui ho comprato i primi7-8 numeri in abbonamento e poi ho mollato, forse perchè avevo preso con eccessiva fretta quella decisione e mi ero convinta che potevo trovare tante strade alternative per raggiungere non so bene cosa nella mia vita. 
Una vita fa: quando nel tentativo di rimettere ordine nella mia testa, finivo per complicare ancora di più tutto, assecondando la logica del "tutto e subito" pur di dimostrare agli altri che non mi discostavo tanto dall'immagine che potevano avere di me.
Poi mi sono sbarazzata dell'altrui giudizio e niente, sono rimasta incostante, fatta eccezione per alcune piccole cose. 
Come questo blog che ancora non ho fatto invecchiare,
Come la palestra: ottima annata fra squat e addominali.

Ma siamo in primavera inoltrata e il sole chiama a raccolta, il manto stradale appena rifatto è ideale per costeggiare uno splendido panorama, così mi sono detta "vado a correre". Ok, ok. Slow down.
Ci avrei provato almeno. Con quella tendenza a giustificarmi che ho, lo spazio del compromesso era dietro l'angolo. 

Non immaginavo che la scelta migliore si sarebbe rivelata un'altra. 
"Mamma sto uscendo, lascio il telefono a casa, vado verso la Valtur, in caso sapete dove cercarmi".
Andiamo, non avevo dove metterlo, ero senza tasche...
No, non è neanche questo il punto. Ho iniziato a camminare, ho aumentato il ritmo, "Vai Sofia!"-urla di incoraggiamento nella mia testa, corro. Corro guardandomi i piedi e mi chiedo se è quella la postura più giusta, se metto bene i piedi...ho dolore alla pancia, come se le budella stessero prendendosi a pugni lì dentro. Dannazione, slow down. 

Il dolore si localizza e si fa apparentemente più forte, così inizio a respirare come ci avevano insegnato alle elementari, inspirando e portando su le braccia, facendo un cerchio e poi buttarle giù ed espirare, tutto fuori. Tutto down. Ho percorso correndo circa 200 metri prima di pensare che stavo per finire stecchita sulla statale 113 e che se ne sarebbero accorti troppo tardi. Oh, ma dai, slow down.

Slow down. Alzo la testa e mi concentro sui rumori: lascio che passino alcune auto e mi infastidisco per un motore evidentemente "elaborato" il cui rombo fatica ad allontanarsi, ma poi resto sola col rumore della sabbia e di piccolissimi ciottoli sotto i piedi, quanto basta per mettere in fuga le lucertole. Sull'altro lato qualcosa tra i cespugli lascia qualche fruscio, mentre cinguettii sempre più insistenti si accordano sulla chioma di un albero. Continuo a camminare. Superata una grossa curva si apre un altro pezzo d'asfalto in pendenza, ho avuto la sensazione di non ricordare quel tratto, proiettata come ero a ciò che mi aspettava più in là. Diverse macchine che venivano nel senso opposto suonavano il clacson appena un attimo prima di incrociarmi, rallentare comporta anche l'incontrare.

Il mare era increspato e sporco, nonostante il sole tirava un'arietta fredda, ma a prescindere dalla primavera desideravo fermarmi. Solo per stare lì a guardare un po' un panorama visto e rivisto centinaia di volte. Mi sentivo quasi a disagio. Che stavo facendo? Assolutamente nulla. Erano attimi per me, potevo farne ciò che volevo pur non  avendo come condividere. Chissenefrega, sto bene. Guarda là quella roccia, chi si accorge del suo invecchiare? Abusata come sfondo digitale, dipinta, esposta, mentre affronta stagioni e intemperie, usura del tempo e innesti dell'uomo. Slow down. 
Non c'è niente che tu debba fare ed è bellissimo così. 
Nessun mondo da salvare, nessun amico da ascoltare, sopravviverà tutto e tutti per un'ora. Attenderanno. 
Slow down.
E' tempo di rientrare, con tutto il tempo che voglio. 




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