martedì 19 aprile 2016

E se...


Scelse un pomeriggio come gli altri, un mercoledì qualunque di una settimana qualsiasi in un mese soleggiato ma fresco, una cornice senza troppo barocco, così, se mai qualcosa avesse assunto un significato, avrebbero reso quel mercoledì unico. In realtà non era così certa della comunione d'intenti che pareva sottostare a quella scelta più evocata che voluta, ma i suoi pensieri avevano lasciato spazio alle intenzioni e poi erano divenute azioni, prima che potesse rendersene conto e ricredersi.

La tratta del treno sarebbe durata almeno 40 minuti: troppi per impedire alla mente di inscenare il suo gioco delle parti. Era un continuo "e se...": e se piove? e se ho fame? e se non fossi così interessante? e se non fosse lui così interessante? Nella sua poca esperienza aveva potuto constatare solo la chiarezza dei suoi gusti: se piace, si capisce. Si sente. Ma a cosa poteva paragonare tutto ciò? In passato si era lasciata lusingare dai fiacchi tentativi di approccio di taluni o dai goffi gesti di altri. Se l'era cavata con un classico e sempre efficace "disinteresse della pratica". Funzionava così: se capiva di non essere realmente coinvolta, spariva lentamente e gradualmente, a volte rendendosi pure un po' stronza. C'era solo una cosa poco chiara: tempo dopo, quando chiaramente lo scevro interesse era crollato nel disseminante imbarazzo di casuali incontri, provava disagio nel non trovarsi più nel centro nevralgico dell'altrui agire. Ma fiera, senza accennare al disagio, screpolava la patina di gelo e si augurava di non rivedere più il malcapitato. Negli anni aveva costellato di idealismi l'altro sesso, decorando a piacimento ogni esemplare maschio che incrociava nel cammino. Così ricca di artifici e sovrastrutture, si era creata ormai una prigione mentale, tanto bella quanto inutile. 

Il ricordo più pulito e sincero risale al primo giorno del IV ginnasio, quando aveva appena 14 anni: nella nuova classe c'erano solo sconosciuti che sembravano così diversi da quelli con cui si era rapportata fino a quel momento. Se le si chiedesse che ricordo conserva di quella prima esperienza, non parlerebbe di latino o di insegnanti paurosi, ma di quel volto da cui non riuscì a staccare gli occhi di dosso per l'intera mattinata, isolandosi totalmente, incredula, guardinga ma affascinata, come un gioco di colori nella giungla, di cui percepisci il pericolo, ma che invoca solo bellezza. Lui era alto, nessun brufolo, chiaro e...anche scarsetto! Ma questo lo scoprì solo qualche settimana dopo, quando il fascino si disperse nella passività del suo esistere. 

Se piace, si capisce. Lei lo avrebbe capito all'istante e la sua paura più grande era non riconoscere cosa la impauriva di più: placet o non placet. Se l'esito sarà stato negativo, archivierà la pratica nel reparto "fallimenti", il più affollato della sua testa. Poi ci rimuginerà su per giorni, forse settimane e infine archivierà anche la conversazione what's app, perchè senza traccia non c'è sudditanza. Coverà un po' di delusione, si sentirà rifiutata e penserà di non essere all'altezza. Poi combatterà a muso duro contro questi pensieri di morte "psicologica" e "alla fine sorge sempre il sole"
Il vero guaio risiede nel "sì". E' quando le cose vanno bene che non sappiamo seriamente che fare, come comportarci, perchè sarebbe inaccettabile non fare nulla, lasciare che le cose prendano la piega che vogliono. No. Bisogna manipolare, condurre, giostrare, problematizzare insomma. 

Sapeva quanto male ci fosse nel fantasticare il tocco inaspettato, i sorrisi di complicità, il freno goloso all'ardore, il godimento nello scoprirsi belli insieme. Un marciapiede sabbioso solcato dalle converse macchiate, le mani sudaticce e i ghigni e le smorfie che non sai come possano sembrargli. Le battute incomprese a cui ridere per educazione, e fingere di sapere, mentire spudoratamente se la conversazione tocca argomenti ignoti. Pensare già a quando questa storia sarà un racconto comico da suggerire alle amiche e ascrivere la propria realtà ad un universo altro, lontano, che l'unica cosa che conta è lì, è ora. Dimenticare il resto e parlare troppo, per nascondere i buchi di insicurezza.
E se nel quadro perfetto si insinuasse la magia, toccherebbe al bacio condurla tra le stelle. 

lunedì 21 marzo 2016

Il cuore pieno di cose

Sono disordinata. 
Sposto le cose, le tiro fuori, le mescolo, le stropiccio a volte, le guardo. So che non sono al loro posto ma non faccio nulla, resto passiva mentre stanno lì a indurirsi, a perdere il significato iniziale, a mettere radici sotto forme che non avevo previsto. I vestiti, la mia borsa, la scrivania, la testa e chiaramente il cuore. 

Passiva mi lascio sentire, tipicamente chiusa nel retro schermo in una stanza mai troppo sgombra e, se la testa collabora, mi concentro su cose che un giorno mi serviranno ma che faccio fatica a comprendere, inchiodata a un pregiudizio che rende ogni riga un'enigma. 

Le ore scorrono veloci, che mi prende un colpo per ogni giornata che passa e che è già una collezione accresciuta di cose belle e brutte. Cose che guardo, passiva, e mi lascio investire. Sono una sagoma fantasma, esse mi attraversano e basta. Non c'è traccia di passaggio poi. Dormo in quiete, mangio. 

C'è della ruggine sulla punta della lingua, mentre le dita delle mani appaiono elastiche ed esercitate. Qualcosa mi infastidisce e non ne prendo controllo. Una costellazione di potenziali bellezze si schianta nel vetro della realtà: ancora le posso guardare e, come nel sogno ti appresti ad assaggiare leccornie desiderate, allo stesso modo sprofondi nella triste consapevolezza del nulla di fatto, quelle bellezze non le posseggo ancora.  

Nel sollievo di una doccia calda, nell'ora che precede lo sposalizio con le lenzuola, per quanto brucino gli occhi, attendo ancora lo scricchiolio di un ciottolo che frana a dire che "qualcosa sta cambiando". Quasi fosse un gioco di sopravvivenza, che se perdi non mangi, faccio tutto secondo le regole in precedenza acquisite e lunghi respiri per appianare l'anima, e lunghi brividi che corrono sulla schiena e il collassare improvviso dello stesso pensiero pauroso. 

E rimango a guardare passiva che questo accade, ricrescono i peli dall'ultima coraggiosa movenza verso l'estetica convenzionale e mi conforta il pensiero che ogni cosa possa ricominciare. 

Non è il luogo, non è la sera per dare  un volto o più volti a quelle pezze di cuore frammentato. Bruciano gli occhi ed anche il cuore, fa male a tratti, nel rivivere in un pensiero, il tradimento, l'incomprensione, il sotteso stridore, la rabbia, il dolore.   

giovedì 18 febbraio 2016

Lo stato delle cose #2

Sono seguite diverse altre passeggiate dall'ultima in cui descrivevo rammaricata la realtà circostante. Molte sono state in solitaria, alcune in compagnia e in quei casi osservare diventava un esercizio molto più stimolante. Passeggiate lungo l'asfalto e i marciapiedi scorticati, arricchiti d'erba, frutto del perenne guizzo della natura che si ribella al cemento e fa le pernacchie ai passanti ignari, nessuno dei quali si improvvisa ambasciatore di decoro. L'inverno da queste parti non è particolarmente freddo o grigio, quest'anno non è stato neanche eccessivamente bagnato, piuttosto vuoto. Un' aurea di silenzio e penombra incorniciano il paese, quasi tutte le sere, eccetto per quei quadrati o rettangoli ricoperti di teli bianchi, con un fungo a riscaldarli, troppo pieni per la varietà imprecisa di persone, troppo incostanti nel rivitalizzarsi oltre i sabato sera altalenanti. Questo posto è una festa discontinua, un rullo occasionale, è come un fumatore il cui vizio reale è la dissacrante pigrizia. Tra i colori di un quadro apparentemente desolato, compaiono schizzi freschi di buona volontà: disillusi commemoratori, inconsapevoli avanguardisti, sfiduciati cantanti (e calciatori), i protestanti del "va bene così", quelli che "chi si accontenta gode" e i miei preferiti, i giustificatori che addormentano le coscienze.

Dentro, nei focolai illuminati dagli schermi TV e le pompe di calore che sparano aria assecondando l' intorpidimento, accade il giorno. Il rituale fiabesco delle vite che si mettono in movimento, un tempo scandite da un tocco di campana, ora si sussegue come un coro di automatismi: l'unica costante è lo sguardo ansioso sull'orologio digitale del telefono smart. Perdersi nel tempo è rimasto più un racconto nostalgico, un rammarico dei grandi; i piccoli, infatti, per loro natura, non fanno caso al tempo e ancora riescono, se liberi dal poliziesco controllo dei genitori, a vivere il momento. Tra le quattro mura della stanza più affollata della mia casa, il nitido color legno deve suggerire accoglienza e ritrovo. Raro è il silenzio, quasi a farsi beffe del mondo circostante. Le posate d'acciaio sbattono nell'apposito contenitore di scolo o dentro le sezione del cassetto predisposto a conservarle. Gli spiccioli frullano nelle tasche dei pantaloni di mio padre, disimpegnato e annoiato. Tutt'altra storia riguarda mia madre, nelle cui pantofole riecheggia ogni passo come tonfo di guerra. 
C'è un'uscita che conduce alla strada, ma sempre in funzione di quel rituale fiabesco, essa è più entrata e sosta al limite per gli innumerevoli visitatori. I più familiari accostano la tenda e sorridono, incurante del quadro giornaliero che possono trovarsi davanti. Noi siamo sempre impreparati e veniamo sorpresi nei più normali momenti di intimità, specie attorno alla tavola. 
E' dopo pranzo che la stanza suole diventare una bolgia di voci, un call center senza telefoni, un accavallamento disordinato e convulso, uniformato dal solo odore di caffè, rigorosamente fuoriuscito dalla moka. 

Ho creduto a lungo che fosse così in molte case di questo posto. Mi dovetti ricredere quando, nella folle avventura di uno spettacolo portato in scena con inesauribile volontà, incontrai molti visi oltre la maschera che, forse per tutelarci, facciamo indossare alle persone. E fu proprio attraversando i corridoi delle loro case, entrando nel riflesso puro delle loro vite, incrociando i loro sguardi nudi. Il bilancio impietoso denota poca felicità e molta solitudine, ma mai , mai e in nessun caso, è privo di speranza. Forse quel rituale fiabesco intristito e monotono ci salva ancora, o forse ci uccide lentamente. Ho imparato però il grande potere curativo che risiede nell'evadere il tempo, e nel ribellarsi per 20 giorni o poco più, in un crescente e ricco stato di adrenalina, con il bagaglio pieno di amici, all'incessante accadimento dei giorni qui. 

Lo stato delle cose non presenta segni costanti di miglioramento, ma il medico ha detto che qualche molecola sana sta viaggiando e circola veloce nei pressi dello spirito. 

giovedì 31 dicembre 2015

Vivere senza noia

Non siamo sciocchi, oggi non si chiude null'altro che un giorno convenzionale e domani sbaglieremo a scrivere le date  nei compiti in classe, nei verbali, nei nostri diari segreti.
Solo che è sempre prevalente in noi quell'esigenza di ritualizzare e quindi anche io insomma, mi ritrovo qui a tirare le somme. Lo facevamo già alle elementari, un conto dopo l'altro, addizioni su addizioni e poi scrivevamo: "Rispondo: A Ludovico rimangono 5 caramelle".
10, lode e bacio in fronte dalla maestra.
I conti sei costretto a farli prima o poi, e tutti, non appena giunge il 31 dicembre, buttiamo lo sguardo ai giorni trascorsi, col giusto distacco che da solo ci permette di non sbagliare.

Un anno fa brindai nell'intimo cubicolo di un' auto popolata, e fu una bella metafora: la ricchezza dell'essenziale.
Ma rimanevo comunque troppo legata alla paura di quello che sarebbe stato, con uno sguardo anticipatorio e ingombrante  che non lasciava spazio all'hic et nunc.
Quello che so oggi invece, è che non avere paura è difficilissimo e che lo sforzo di metterla da parte rimarrà e persisterà finchè non diventerò una donna migliore e più libera. Ma quest' anno che verrà mi interessa meno, perchè ho molto per cui dire "grazie" alla luce di un passato recente e continuo.

Prima di tutto a me stessa per tutte le volte che mi sono concessa di "sentire" piuttosto che di "pensare", per aver compiuto passi importanti, per aver  uscito la testa della tana e provato a dire: "ehi, non la penso come te!"; grazie perchè il pensiero è diventato realtà quando ho deciso di mettermi in gioco e la mia opinione è arrivata davvero lontano, dove non potevo neppure immaginare. Grazie per la sincerità, per le lacrime e i miei momenti densi, grazie.

Poi per il dono della verità: due frasi mi hanno accompagnato in questo cammino, due asserzioni chiare, semplici e dirette. Da un lato l'augurio intriso di certezza: "che sia per te l'anno della svolta", dall'altro il limite incessante oltre il quale inizia la vita: "non puoi negarti la possibilità di sbagliare ancora". Così mi sono messa in testa di scrivere, di schierarmi politicamente, di ricominciare a studiare, di farlo con gusto.

Dico grazie ancora per i nuovi volti che popolano la mia vita, volti e nomi come Kelo, Bea e Fede che sembra siano usciti dal cappello magico con un colpo di bacchetta, e abbiano preso posto provvidenzialmente al mio fianco, così dissimili quando parliamo, così simili quando comunque ci capiamo. E altri nomi consueti, ribattezzati nell'accettazione del cambiamento mio e loro, ma legati da quel filo di seta indistruttibile.

Grazie a chi crede in me ogni giorno, per gli attestati di stima e per i "no" ricevuti; grazie a chi condivide tacitamente la responsabilità di un ruolo a volte pesante; grazie per i tuoi limiti, perchè li hai confessati. Grazie per i miei limiti, costanti punti di partenza. Grazie per la musica, che affranca l'anima, per il sonno della notte, per il cibo sano e buono, per la campagna, per il mare, la montagna e quei panorami pazzeschi. Grazie a questo blog che mi fa stare bene, grazie per i piccoli progetti di ogni giorni e quelli grandi che non vogliono smettere di imparare.

Grazie perchè si ringrazia davvero solo quando ci si sente riconoscenti alla vita, e chi è grato è grande. Grazie per il motto che da ieri mi accompagna, che prende posto di #mipisto, che pure mi ha regalato tanto gioie. #Viveresenzanoia sarà l'unica cosa che conta già: è facile, puoi provare anche tu.
Si parte dal presupposto che la vita è un dono, ciò implica profondo rispetto per il tempo che passa e gli ingranaggi si muovono quando fissi degli obiettivi piccoli e grandi, a breve, a medio e a lungo termine. E' un cubo di Rubik dove le combinazioni possibili sono infinite e ad ogni mossa ne cambi qualcuna: il segreto è la costanza, il risultato è il cambiamento, l'evoluzione. Vivere senza noia è lavorare ogni giorno, ma con uno spirito diverso, capace di rinnovarsi, che abbia rispetto per le tue passioni e volontà, che fare una cosa senza voglia è morte. Il dovere deve diventare una contingenza favorevole, un compromesso sensato, altrimenti sei fuori.

Vivere senza noia, il gioco che aspettavi.

Buon 2016!

giovedì 24 dicembre 2015

Caro Gesù Bambino #4

Caro Gesù Bambino, 
l'attesa della tua venuta sta volgendo al termine, la notte delle notti si sta per compiere ma il mio
cuore è ancora carico e appesantito da questo tempo di incertezze e incostanti rese. 
Così ho ritardato il momento in cui avrei fatto lo sforzo di ritornare all'essenziale, al nostro appuntamento che è ormai diventato un rito. L'esigenza di dialogare con Te si è fatta forte proprio adesso che l'essenziale mi sembra così ricco e la testa carica di pensieri si arrende alla volontà di lanciarsi per cadere all'indietro come da un palazzo altissimo e nel volo limitarsi a guardare il cielo.  
Nell'immensità è così complicato orientarsi! 

L'ultimo passo è sempre un passo nel buio: non sapere cosa ci aspetta è il rischio da correre per accogliere quel cambiamento tanto atteso. Lasciarsi andare è un fatto di stomaco: è l'attimo in cui anima e corpo scelgono insieme la biforcazione al bivio tra affidarsi e negarsi. Ma prima è necessario percorrere una almeno una strada. La mia è stata piena, lo è tuttora e sono molto grata per questo. Quando si è fatta impervia ho sentito la fatica, quando ho condiviso un tratto ho sentito il passo leggero, quando seppur dritta l'ho percorsa da sola mi sono sentita incompleta. 
Ma i momenti migliori sono stati senz'altro quelli in cui mi sono resa conto dell'importanza del cammino, della pericolosità di rimanere ferma a guardare. 

A lungo ho cercato una carreggiata su misura per me, illuminata abbastanza, confortevole alquanto, lineare e semplice. Ma è stato solo quando mi sono incamminata che ho potuto verificarne lo stato. 
La straordinarietà di questa storia non risiede nel coraggio, non esistono eroi, non lo sono affatto. Ho legittimato il mio percorso investendolo di unicità solo quando ho potuto assaporarne l'ordinario. 
Ho l'impressione, caro Gesù, che ciò che è veramente grande io debba ancora incontrarlo: l'amore ad esempio. La scommessa non è trovarlo, non è cercarlo, non è possederlo. Nessuna scommessa è affanno: l'amore è fiducia mossa da un'inquietudine naturale. Il bisogno di contenere l'altro esige un'apertura ad esso. Una disposizione che è anzitutto abbandono di sè, un segreto sottile quanto complicato. Farsi altro, sentire l'altro, essere altro. 

Non è forse questo il tuo segreto, Gesù? Non è forse per questo che sei stato mandato? Non sei tu un grande atto d'amore? 
Dio si è fatto Uomo, ha mandato Suo Figlio perchè potesse salvare l'Umanità. 
Questa non è la risposta alle questioni esistenziale che attanagliano l'uomo. 
Questo è il mio Natale: la più bella e vera contraddizione. 

Così, ho sorriso dietro il vetro di una finestra sul mare con l'acqua limpida da poter vedere il fondale, il sole battente che vivifica i colori, l'aria fredda che rende tutto più speciale e non mi è sembrato affatto insolito per questo dicembre; ho sorriso allargando lo sguardo su un altro cuore impaziente, virtuoso, valente, splendido, un cuore incastonato in un vulcano di bellezza ed emozioni, intriso di speranza, bisognoso dello stesso grande amore e non mi sono stupita del fatto che tale bellezza fosse reale e fosse di fronte a me. 

Caro Gesù Bambino, vorrei ridurre questa preghiera all'essenziale, così Ti amerò stanotte, nudo e regale, semplice e potente. A te solo oggi posso innalzare il grido silenzioso di un cuore trepidante e desideroso che ha imparato a chiedere, che vuole imparare a donare.  

giovedì 3 dicembre 2015

Sabbenerica, Nonno

Oggi abbiamo salutato il nonno, ma più ci penso più mi rendo conto che è corretto dire "oggi ho conosciuto meglio il nonno"...

Quando mio padre 29 anni fa lasciò il suo paese per costruire una nuova famiglia qui dove viviamo, inevitabilmente prese le distanze dalla realtà che lo aveva visto crescere. 
Non ho mai riflettuto su quanto questo possa avere cambiato le cose, influendo sui legami della nostra vita. Legami forti e saldi che comunque si sono mantenuti e sono cresciuti, legami che di speciale hanno soprattutto quello che non si dice, che si da per scontato, che è naturale. Un legame che sai che c'è e basta, che si nutre della stessa sicurezza che emana: un legame di famiglia.

Forse per questo e per l'interminabile scorrere delle ore degli ultimi due giorni, il bagno nei ricordi mi è sembrato come immergersi in acque nuove e sconosciute, dove l'eccesso emotivo ha prodotto sorrisi e lacrime allo stesso modo, un bagno a metà fra che ciò avevo vissuto e ciò che mi ero persa perchè lontana, perchè distante, ma che tuttavia mi sono permessa di immaginare, oggi che il tutto era soffrire, era andare.

Devo essere stata una bambina antipatica, e non devo essere sembrata felice durante le nostre visite domenicali. Non saprei dirlo, ma so che le volte migliori sono state quelle in cui insieme le combinavamo: come quando cambiammo la disposizione dei quadri del soggiorno in quella casa dove ricordo esserci solo una stanza per piano, e salire fin sù era una conquista rara, e quel lettone sembrava avvolto da un velo di mistero e grandezza, agli occhi di una ragazzina impudente ma sensibile. 

Poi era tipicamente Natale e arrivavamo di mattina intorno alle 10, nelle fredde e umide mattine in cui, finchè non eravamo veramente tutti, non sembrava festa. Ma il nonno era pronto già: alto, magro, i capelli bianchi, pochi invero, gli zigomi alti che salutarlo era come scontrarsi in pista da ballo, il naso lungo che mio padre ereditò smussato ed io presi infine misurato (ma ne riconosco il tratto slanciato, bello, oserei dire importante), mentre in Tv ascoltava il concerto di musica classica che amava, stando seduto sulla sdraio che guai a sedertici per un attimo...

Era pronto: sentiva il rumore della macchina e affacciava al balcone, poi ci accoglieva con un sorriso di felicità; spariva per un attimo e ricompariva con aria compiaciuta, finchè non tirava fuori le banconote da 50 e ce ne dava una per ciascuno, indistintamente. 

Non parlava molto, ma di certo osservava tanto: interveniva quando bisognava che la smettessimo di importunare la nonna che già da un pò aveva smesso di ricordare, di riconoscere, di dialogare con tutti noi. Anche quando si "armava" al gioco delle carte , prendeva posto silenziosamente e agiva da intenditore, poichè trascorreva ogni giorno i pomeriggi al circolo. Certo, lo scopone richiedeva un'abilità non da poco e si arrabbiava se sbagliavi a giocare la tua mano. Il suo tono rauco e profondo non era mai eccessivo, era un uomo pacato. Non ricordo di averlo mai visto seriamente arrabbiato, forse per preservarci dalle questioni che richiedono severità. 

Era saggio proprio in virtù di questo silenzio, come chi ha vissuto a pieno un'esistenza costellata di cose e persone: la vendemmia, il motozappa, la vita sociale tra i coetanei, le tradizioni impresse nella memoria del cuore, il rispetto espresso in quel sottile "sabbenerica" mai negato ad alcuno. Fino all'ultimo periodo in cui al circolo non era più voluto andare, e che sentiva le forze lasciarlo, tu lo sapevi che stava arrivando il momento di andare, quando hai chiesto la pizza per un'ultima volta e ti arrabbiasti per quel mancato appuntamento di una domenica di qualche mese fa. Ma non provo rammarico: con il cuore strisciato come l'asfalto e mille e più preghiere in testa, sono venuta a salutarti, senza quell'angoscia che ci prendeva ultimamente quando andavamo via e inevitabilmente ci domandavamo se fosse stata l'ultima. Buffo come ad ora non ricordi quel momento, probabilmente perchè in compagnia del tuo solo respiro abbiamo fatto ancora festa insieme.

Sei stato coraggioso, eri pronto anche quel venerdì, nonostante le lacrime, unico segno di paura e commozione quando le parole sono diventate troppo difficili da pronunciare. Solo un uomo come te poteva trovare il coraggio di amare in eterno, di creare un legame di unione che ha portato frutto ogni giorno per quasi 60 anni; insieme con la nonna Giovanna e una grande famiglia come sono grandi le famiglie quaggiù, insieme punti di riferimento ed esempio: il nonno mi ha insegnato la lezione più grande mostrandomi come l'amore vada oltre la vita stessa, vada oltre l'esserci. L'amore che accudisce e risana le ferite, l'amore che condivide il dolore e lo supporta, l'amore che nella longevità è capace di schioccare baci forti e privi di vergogna, questo amore è stato in grado di coltivare e possedere, come il dono più prezioso, come la ricchezza più grande.

Era un padre, il padre di mio padre e pertanto mi ha lasciato in eredità un nome e cognome che mai come oggi sono fiera di portare, perchè ne ho scoperto l'identità più profonda, sancita da quel gesto sincronico di quanti oggi al tuo passaggio in piazza hanno calato la coppola dalla testa e hanno abbassato lo sguardo a te, certamente dicendo tra se e se "Sabbenerica Vossia", e tu che la coppola ce l'avevi accanto perchè non volevi andare via senza, avrai risposto "Sabbenerica".

E allora, che tu sia benedetto nonno, 
ora e sempre, benedetto da noi tutti, 
benedetto tra gli angeli del cielo; 
che tu sia benedetto accanto al Padre,
là dove non serve nemmeno respirare
e il battito del cuore è solo riposto
più forte
nel petto di chi hai protetto per restare.




mercoledì 25 novembre 2015

Un nuovo rito


"Che cosa è un rito?" disse il Piccolo Principe.
"Anche questa è una cosa da tempo dimenticata", disse la volpe.
"E' quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore. 
C'è un rito per esempio, presso i miei cacciatori. 
Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio.
Allora il giovedì è un giorno meraviglioso!
Io mi spingo sino alla vigna. 
Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi
i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza."

(Antoine De Saint-Exupery - Il Piccolo Principe)

Il Piccolo Principe potrebbe essere una continua citazione, un continuo spunto, una continua riscoperta. E' uno di quei libri che andrebbero letti in diversi momenti della vita, per raccontarci ogni volta una storia solo apparentemente uguale, e per aprire finestre della nostra esistenza che non sapevamo di avere, che avevamo sotterrato o solo messo da parte. Non c'è  da stupirsi perciò se parto proprio da questo, da uno stralcio di dialogo dell' indimenticato incontro tra la volpe e il Piccolo Principe. Forse non è tra i più ricordati, tra i più citati nei post di tumblr, ma la metafora del rito mi ha riportato ai fatti di questi giorni e al mio rapportarmi con essi.

Oggi per esempio, abbiamo tutti detto "No" alla violenza sulle donne: noi, tuttologi praticanti la nostra professione sui social, abbiamo condiviso più o meno consapevolmente un pensiero, dietro cui sta un'idea ben più ampia, ben più complessa e articolata, di cui le immagini "panda" (così sono stati ribattezzati i visi macchiati dagli ematomi procurati dai colpi maschi) sono solo la punta dell'iceberg.

E' successo oggi perchè il 25 novembre è la giornata contro la violenza sulle donne.
Un rito.

Il 27 gennaio sarà anche quest'anno il giorno della memoria della Shoah. Il genocidio degli ebrei avvenuto 70 anni fa e che sovente commemoriamo con manifestazioni, simboli e suoni di tromba. Tuttavia questo non ha impedito che scoppiasse un'altra guerra, o meglio che le guerre cessassero di esistere.
Infatti se alcuni imbracciano i fucili e sparano su folle, fanno la guerra.
Infatti se gli aerei lasciano cadere le bombe sulle terre contese per le loro ricchezze, fanno la guerra.
Infatti se gruppi che si dichiarano religiosi si fanno saltare in aria nei tram, nelle piazze e negli aerei di linea, fanno la guerra.
Infatti quegli ebrei sono morti invano.

Senza il rito della danza del villaggio, la volpe non poteva avvicinarsi alla vigna a fare (la sua) festa.
Exupery descrive un equilibrio: un tacito compromesso fra l'uomo e le creature per garantire il naturale ciclo vitale. Dal giorno dopo infatti, sarebbe ripresa la caccia.
Ma i riti di oggi sono solo delle buone scuse per l'uomo, i riti non cambiano le cose, le scandiscono: ricordarci che una cosa è sbagliata, non ci impedisce di farla comunque.

Qualcosa ha appiattito le nostre esistenze, e quindi le nostre coscienze. Abbiamo smesso di incontrarci per ristabilire i naturali equilibri, abbiamo smesso di sederci attorno a una tavola la domenica e mangiare primo e secondo, abbiamo smesso di invitare un amico a bere un caffè, abbiamo smesso di telefonare per chiedere "come stai?", abbiamo smesso di qualificare le nostre vite con i riti che scandivano l'esatta misura del tempo. Li abbiamo sostituiti con riti di facciata: con messaggi estemporanei, con parole brevi e vuote, con foto che immortalano la prossima corsa al "Mi piace".
Privandoci dei riti, abbiamo svuotato noi stessi della nostra essenza: l'umanità.

Da questo alla guerra il passo è stato graduale: secondo qualcuno la guerra è connaturata all'uomo, probabilmente al suo stato primordiale. Se le tribù africane si fanno la guerra, è perchè non hanno ancora vissuto la loro evoluzione, non hanno conosciuto un medioevo, un umanesimo, un rinascimento, un illuminismo, un esistenzialismo.
Non tappe obbligate, solo la nostra storia. E se nonostante questo l'uomo è tornato a farsi morire con i proiettili, è perchè abbiamo stoppato l'evoluzione delle nostre coscienze, avendo occhi su tutto, abbiamo smesso di interrogarci su qualche cosa, dando per scontata una realtà celata da un nuovo velo di Maya: lo schermo digitale.

Ma che può saperne una 23enne che vive in un paese di 2000 anime?

Da qui vedo il mare, alle spalle le montagne: sorge un sole meraviglioso, si respira aria pulita. Ma qui fatico a incontrare l'altro, a farlo schiudere dalle sue croste putride di conservazione e consumo.
E per quanto mi sforzi, ritorno sola al solo annerire di pagine.
Così battezzo un nuovo rito, per non morire ancora: sotto quel sole, davanti a quelle montagne, sul balcone che si affaccia sul mare, riconoscerò un piccolo principe che ho incontrato, che incontrerò
e sarò più umana, e sarai più umano.