Le mie domeniche bestiali mi piace viverle al contrario, cioè ripensandole.
Sono insolite perchè prima di tutto, iniziano con una sveglia puntata a differenza di tutte le altre. Ma poi capita sempre che prima che parta il suono, mi ritrovo a controllare l'orario e chiedermi perchè sono già sveglia. Ci sono dei vestiti lì ad attendere già dalla sera prima di essere indossati, più o meno sempre gli stessi, o meglio, sono i colori che non cambiano. Rosso vivo per tenere sempre a mente che non si indossa solo un tessuto, si indossa lo spirito giusto. E' ovvio che preparandomi, qualcosa la scorderò a casa. E' altrettanto indiscutibile che una volta a bordo dell'auto che mi porterà alla meta, i conti non tornino: qualcosa manca, qualcosa non la so proprio, qualcosa potrebbe stupirmi. Sempre presente è invece quel bruciore di stomaco e ogni colazione tristemente lasciata, non consumata.
Il viaggio è tempo di trepidazione ma anche di tensione, così cerco di non muovermi più di tanto altrimenti inizio a pensare che non mi sento bene. E' un viaggio sempre condiviso, e questo è bello; significa che nelle mie domeniche bestiali non sono mai sola. Forse è qui che accade, non ne sono certa. Ho aperto lo sportello della macchina per scendere, oggi come sempre, ed è stato come impostare il cambio automatico per guidare, come rileggere ancora una volta lo stesso libro ma scoprirne sempre nuove sfaccettature. Sta di fatto che non mi sono più fermata.
Non so se faccio bene o se faccio male, se me la cavo oppure sono un disastro, se avrei fatto meglio a rimanere a casa o se posso fare la differenza. So che in campo sono scesa per intero, con le mie responsabilità ma anche con la mia persona, so che non ci sarà finzione, perchè non ci sarà tempo di pensare, verrà fuori e basta. Io le vivo così le mie domeniche bestiali, a 100 all'ora, e non mi fermo se non è il mio corpo a farlo, non mi fermo se non finisce la festa.
Il resto si consuma in sguardi: lunghi, complici, improvvisi, cercati...sguardi che valgono più di intere conversazioni, che conservano intatta l'essenza dell'amicizia, che profumano di gioia, che restano a sera nel sorriso inebetito di me viva.
Menzione d'onore a certi abbracci, figli dell'estroversione, maturati nel tempo dell'attesa, esplosi nella grazia di un momento.
Le domeniche bestiali si vivono due volte, per questo sono anche speciali. Finita la festa, inizia un'altra storia, più bella per certi versi: si dice "elaborare" in genere, io non la farei così tecnica. E' il mio mondo tanto quanto quello appena vissuto, dove mi sento ancora come un libro conosciuto ma sempre nuovo per ogni occhio passante dalle sue parole. E mi fa sentire innocente, forse anche fragile. C'è una grande verità racchiusa in quei momenti, ne sono certa, e mi concede il privilegio di schiudersi per rivelarsi. Non è solo cumulo di emozioni, non è solo gioia: sembra più vera pace...
Così amo trattenermi più che posso con essa, lasciandomi addosso quei colori, ripensando a quegli sguardi, rivivendo la mia domenica bestiale.
Scelgo di vivere la mia vita un carattere alla volta, a ragione di un impulso che si esaurisce sulle battute finali di una tastiera o nell'incontrollato movimento del polso.
domenica 25 gennaio 2015
giovedì 15 gennaio 2015
Cortili di speranza
Il sole d'inverno dalle mie parti non è una rarità, è un'occasione.
C'è un luogo in cui il sole diventa una meravigliosa cornice dorata nei mattini limpidi di gennaio. L'abbigliamento della gente che da lì passa o che sosta corazza i corpi ma non li scioglie. L'aria è fresca ma la temperatura percepita è certamente più bassa delle media stagionale. 10 gradi di brivido in cerca di piume e sciarpe e stivali bassi di pelle, a stretto contatto con la terra sotto i piedi.
Il sole è un'occasione perchè tutto intorno a quel cortile puoi vedere delle colline alte che presto lo copriranno e rimarrà solo il freddo umido che proviene dal vicino mare. E' ancora più speciale perchè alcune sovrastrutture fanno ombra sul grande marciapiede...così quel sole ti invita a cogliere i momenti di piacevole calore.
Ho atteso che si liberasse una panchina proprio in direzione dei suoi raggi. Una volta seduta ho potuto constatare che fosse meno comoda di quanto pensassi, o di quanto chiunque possa pensare guardandola in piedi, stanco. Tuttavia quel punto mi ha consentito di godere del tempo di attesa che in esso si consuma quotidianamente...
Nell'atmosfera si percepisce un rispettoso movimento. C'è caos ma non fa caos: voglio dire, ci sono le macchine in doppia fila, ma la gente pazienta e aspetta che qualcuno torni a spostarle se dovessero uscire; l'unica strada di transito, a una sola corsia, facilmente si ingorga, ma la gente pazienta, mentre il capo della fila compie le operazioni necessarie per far salire a bordo un anziano; c'è l'autobus che collega alla città, ma passa davvero poche volte al giorno, e la gente alla fermata attende senza scomporsi; c'è un grande uso di telefonini e molteplici conversazioni in atto, ma nessuno urla.
I volti cambiano castantemente, ospiti dello stesso luogo: è una forma insolita di dinamismo che non rinuncia alla staticità. Un grande paradosso.
In esso ho scoperto la gentilezza di un buongiorno rauco pronunciato da una vecchia signora che, rispettosamente, decide di condividere con me il posto, consapevole dei suoi diritti e profondamente riverente nei confronti del mio spazio, allo stesso tempo. Difatti non ha invaso nulla, mi ha ripagato con un sorriso di cortesia.
Carrozzelle di pazienti. Già...neanche loro hanno perso l'occasione del sole d'inverno. Mi concentro sul loro sguardo e penso: quanta rabbia. Vado a fondo. Mi ravvedo: non è rabbia, è il segno della lotta. Loro, i pazienti, non sono affatto dinamici, piuttosto statici, ma non è per via della stanchezza, è solo tregua.
Benedico la mia corazza, ma mi trovo indifesa altrove: nei pensieri. Non posso comprendere il loro dramma. Mi trovo forse nel cortile del dolore?
Una donna spinge il marito, le ruote della sedia girano indisturbate. Si ferma, si abbassa lentamente e sussurra all'orecchio dell'uomo: "ti va di scendere e fare due passi?"
Poco lontano un ragazzo- avrà la mia età - mi colpisce il suo volto molto pallido e dagli occhi scavati, non riesco a cogliere il suo sguardo ma vengo subito distratta da chi gli sta intorno, familiari suppongo e trovo conferma nel coro di sorrisi che all'improvviso illumina i volti.
E' ormai chiaro: non si tratta di dolore, sono nel cortile della speranza.
martedì 23 dicembre 2014
Caro Gesù Bambino #3
Caro Gesù Bambino,
ti ho atteso nella semplicità dei
miei giorni, riservandoti uno spazio nelle mie giornate perché potessi
approfondire un po’ di più quel mistero che questa notte rappresenta. Questo è
il mio 22esimo Natale, ma nessuna monotonia nelle sue sempre nuove
sfaccettature. Mi sono sforzata quest’anno di riscoprire la gioia nella tua
venuta, ed è stato proprio un mattino di qualche giorno fa ad offrirmi uno
spunto interessante per rendere dignità a questo mio sentimento. Al mio
risveglio con un semplice conto alla rovescia ho realizzato che avevo ancora
davanti a me la prospettiva di giorni belli, ricchi di appuntamenti e incontri
e piccoli momenti di magia, momenti tutti da vivere ancora. Così ho intuito che
il modo giusto per attendere fosse godere appieno di ogni ora donata. Ho
pensato alla tua venuta come il coronamento di un percorso, il traguardo di una
corsa, la meta di una maratona. Sì, forse un po’ lo è, perché questa sarà la
notte delle notti, quella in cui ogni emozione toccherà il suo apice, quella in
cui potremo finalmente cantare “Gloria in excelsis deo!”. Non vedo l’ora che
sia quell’ora in particolare, per scoppiare, e portare dietro con il botto ogni
mia singola parola rimasta taciuta, i
gesti incompiuti, i sorrisi mancati, tutte le occasioni in cui non ho reso
giustizia alla mia vita. Caro Gesù, devo proprio chiedertelo, accogli ogni mia
mancanza perché possa fare posto solo alla gioia che viene da te e con te.
Come dicevo, questo è il mio
Natale numero 22, e mi sembra di avere appena cominciato! Questa è una buona
cosa, perché esprime la mia voglia di prendere a morsi questo tempo in cui la
mia vita è calata. Sì, Gesù, prendere a morsi, proprio come farei con un
panino, per farlo mio innanzitutto e poi per
trarne costantemente occasioni. Non mi ha mai sfiorato il pensiero di
abitare un mondo buio e brutto; ho sempre sostenuto invece quanto grande fosse
quest’ opera dai caratteri naturali immensi, dalla molteplicità assoluta,
decorata di grazia, ricca e bella. Un’opera però, che ha conosciuto la
corruzione quasi in contemporanea con la sua creazione. Ma la corruzione è già
prodotto di qualcos’altro, non fa parte delle sue caratteristiche naturali. Sai
che c’è? Prenderò a morsi anche la corruzione, non per farla mia stavolta, ma
per farla fuori soltanto. Non si può pretendere di cambiare le cose rimanendo
fermi. Gesù, mi scuserai, ma appena avrò concluso la mia festa intima con te,
correrò fuori e farò festa col mondo!
Ho un invito sul mio comodino
ultimamente: “ti aspettiamo”, così recita sinteticamente. Dovremmo
rivoluzionare un po’ quest’abitudine dell’invito, così poco collante tra chi
invita e chi viene invitato. Non si può comunicare la voglia di presenza senza
la presenza stessa! Voglio dire, vediamo se sei d’accordo, vogliamo continuare
a fare gli inviti? Bene! Che siano in grado di tirare fuori le braccia dal
biglietto e accogliere in un abbraccio quanti desideriamo avere accanto! Che
sia il nostro corpo a invitare: due mani che si stringono in segno di saluto ma
solo per un secondo, perché poi quella stretta è già diventata patto. E gli
occhi facciano la loro parte! Occhi aperti dentro una testa tenuta alta,
spalancati sul volto dell’altro, come a dire “ti sento” e credo davvero in ciò
che sto per dirti: non più “vieni”, ma “andiamo!”
Ecco come voglio fare festa con
il mondo: insieme, Piccolo Uomo!
Temevo, caro Bambino, di non
arrivare a comprendere quest’anno il significato della Tua venuta per me…poi mi
è bastato pensarti, nudo tra le braccia di Maria, tua madre…quanto è durato
quel freddo? Quanto prolungata quella sofferenza? Quanto angusto e buio quello
spazio intorno a Te?
Poco, Signore. Lo so. A fare luce
sei giunto Tu, accompagnato dalla straordinarietà di quella cometa; a fare
calore c’era un cuore di Madre, per cui sei stato subito vita e magnificenza.
Poco, di sicuro. E immediatamente suono di flauti, versi di animali in armonia
con lo scenario del cielo, paglia e fieno per dorare la grotta, protezione e
diletto in Giuseppe, che hai reso grande nella sua umiltà.
Gesù, Tu darai vita al mondo
questa notte!
E allora…
Signore, fà di me la tua grotta in Betlemme.
Non manchi la protezione, non manchi l’Amore.
Non manchi colore nei miei
giorni, armonia nelle mie parole.
Con la musica per rendere
grazie e con gli occhi per adorare.
Signore, fà di me la tua grotta
in Betlemme,
un’anima povera, arricchita dal
tuo dimorare in me.
Gioiosamente, Sofia.
mercoledì 17 dicembre 2014
Con i miei piedi
Scriverò nonostante il gelo ai piedi. Il gelo ai piedi è una sconfitta continua nei miei inverni: nessun rimedio pare alleviare quel senso di blocchi dentro il ghiaccio, come se fossero separati dal resto del corpo. Provo fastidio e mi innervosisco perchè non riesco a risolvere il problema. Anche se cammino molto, la sensazione non passa. C'è un momento indefinito, poi, quando mi metto sotto le coperte, in inverno, a letto, in cui la sensazione si acuisce per poi svanire, nell'indefinito momento che, per quanto bramato, mi fa sentire così impotente. Il gelo ai piedi è fuori dal mio controllo. E pare non sia l'unica cosa.
Ho camminato molto a Roma, qualche settimana fa, a proposito. Roma è una città meravigliosa, e non vuole essere una frase fatta. C'è grandezza, c'è magnificenza, c'è prodigio. La cosa che più mi è piaciuta di Roma è stata sentirmi solo una fra milioni di altri. La mia storia, improvvisamente per quelle strade, non aveva più significato nè spessore per nessuno e, insolitamente, neanche per me. Mi sono sentita leggera come il fischiettare in primavera, forse un pò vuota, ma di un vuoto positivo, che ti fa venire voglia di riempire un foglio bianco, non per scrivere e basta, ma per dare nuova forma alla mia esistenza. Senza assolutismi o filosofia è davvero così che mi sono sentita: in armonia con un nuovo inizio. E' strano...quell'esperienza era cominciata alla vecchia maniera, con lo stomaco chiuso davanti alla cena e il mondo che si fa immensamente grande nella mia testa, con confini inarrivabili e le solite paure, giganti dai piedi di pietra che calpestano la terra della mia coscienza. La solita storia, ma un diverso epilogo: un sorriso sulle labbra quando ho messo i miei piedi su quella terra, la terra della città eterna, è spuntato fuori da una semplice verità. Non ero sola: un angelo biondo mi stava accanto, inconsapevole di quanto stesse accadendo dentro me, aveva intrapreso una strada che è arrivata a destinazione ed è rimasta lì, nei pressi del cuore. "Tu pensi di essere fragile..ma tu sei forte vedi, sei fortissima...io me ne sono accorta", con il corpo rannicchiato e la testa poggiata su un cuscino d'occasione, forse chissà, mi ha solo aiutato a vedere le cose da un'angolazione diversa.Poi tutto è filato liscio. Roma è filata liscia, bella, con l'aria "friccicaredda". Mi sono goduta tutto: ho amato perdermi dentro San Pietro, all'inizio troppo grande, troppo alta, troppo lunga; aveva una grandezza ingestibile dal mio occhio. Poi un'intuizione brillante, lì, dentro San Pietro, per renderla alla mia portata e farla mia, per lasciare lì dentro il senso dei miei passi, è bastato solo fermarmi, compormi e infine pregare. Le parole conosciute di versi detti e ridetti hanno come avuto il potere di fare di me un tutt'uno con quella grandezza, trasformandola ai miei occhi in casa.
Così questa è stata Roma, l'immensità che mi ha reso nulla e che al contempo, mi ha fatto trovare me stessa.
Grazie Roma.
Piedi stanchi e piedi freddi: i primi vivono, gli altri raccontano.
martedì 18 novembre 2014
Un profilo importante
Ho dato un assetto al mio profilo per questo blog. E' stata più una sfida che un passaggio obbligatorio. Anche perchè obbligatorio non lo era affatto. Mi sono domandata però se qualcuno capitasse da queste parti e leggesse, e leggendo apprezzasse, e apprezzando riservasse uno spazio della sua giornata a una riflessione, allora io sarei utile. Essere utili è la condizione di chi produce. Userò prudurre come verbo, perchè "lavorare" ha un'accezione troppo legata al guadagno e il guadagno è legato al denaro e il denaro, o meglio, la mancanza di denaro alla disperazione. E io voglio essere utile e non voglio fare disperare nessuno che per caso leggesse e così siamo tornati a questo blog e al mio profilo: le cose che mi riguardano. Schematizzandole ho avuto l'impressione di rinunciare a una parte di me, ma in fondo, se potessimo entrare interamente in un elenco di lessemi, saremmo come dei dizionari: grandi, lunghi, intensi, utili ma noiosi. Quindi partiamo dal presupposto che un profilo può servire e magari se cerchi una ricetta per le Arancine siciliane non la vieni a cercare qui, ecco.
Nella compilazione del profilo c'è sempre una parte facile, quella anagrafica, ovvero quella che raccoglie informazioni tue e solo tue ma che fondamentalmente e nella maggior parte dei casi non hai scelto per te stessa: il tuo nome, il tuo cognome, la tua data di nascita. Ci sei, esisti, hai persino una ubicazione nel vastissimo mondo terreno. Trovo che sia un grande punto di partenza, chi siamo è anzitutto un'occasione. Io sono Sofia, sono nata a maggio e vivo a Finale, che mi piaccia o no, il mio viaggio parte da qui.
Adesso viene il bello: nome utente, ovvero quella dicitura che scegli di avere per pubblicare qualcosa sul web. Non è semplice, perchè ti dovrà rappresentare, dovrà dire qualcosa di te, qualcosa non è tutto, ma se provi a farlo ti accorgerai che non puoi accontentarti di "Sofia925" o "cucciolotta" o "orsacchiotto" o "bambolina" dududadadà. Lasciate che siano le vostre madri o i vostri fidanzati e fidanzate o le vostre amiche di quando avevate 12 anni ad affibbiarvi quelle etichette. Io ho cercato di scegliere qualcosa che potesse riguardarmi oggi e sempre, che dica tutto senza dire niente, qualcosa che imito da qualcos'altro.
Ho scelto di chiamarmi "guerriero della luce"; non è altro che un personaggio letterario che non ha conformazione fisica ma è solo la metafora di ciascun uomo, creato da Paulo Coelho nel suo libro "Il manuale del guerriero della luce", una raccolta di testi pubblicati nella rubrica Maktub del quotidiano A Folha de Sao Paulo. Complicato? Un pò meno se considerate semplicemente che guerriero è chiunque sta lottando la sua personalissima battaglia, mentre la luce è sinonimo di verità, non quella assoluta, ma relativa, cioè di ciascuno.
Nella formazione del mio profilo esiste poi una sezione dedicata a tutte quelle cose che richiedono riquadri più grandi e un limite di caratteri. Ai fini comunicativi è giusto e corretto e non occorre una laurea per comprenderne la ragione: se scovi un blog e devi decidere se ti interessa, sbircerai il profilo e vorrai leggere un elenco breve e conciso di cose nella speranza che alcune di esse o tutte possano combaciare con le tue.
Nella sezione "interessi" non ho avuto grosse difficoltà: l'interesse è ciò che piace, il piacere è momentaneo, dunque gli interessi possono cambiare. Non definiscono nulla insomma, se non quella parte di te che in questo momento della tua vita permetti che si esprima.
Film, musica, libri. Ecco qualcosa che invece trovo ingiusto. Come faccio a separare con una virgola ogni elemento che andrò a inserire in ciascuno dei 3 riquadri rendendo comunque a ognuno di essi la propria porzione di importanza nella mia vita? Voglio dire, c'è stato un momento in cui il libro di algebra mi piaceva davvero un sacco e un altro in cui quello di storia del IV anno mi ha coinvolta intensamente. Ci sono letture e film e canzoni che raccontano di me ciò che le mie stesse parole possono solo lasciare bianco.
Presentazione. Limite max 1200 caratteri: nel tentativo di capire se potessero essere troppi o troppo pochi, mi sono affidata allo stereotipo per eccellenza dell'uomo, ossia la ricerca della felicità. Ecco cosa ha la presunzione di essere questo blog. Un documento in mezzo a centinaia e centinaia di altri documenti che offrono una visione soggettiva delle cose, cioè la mia testimonianza.
Sono Sofia, sono nata a maggio, vivo a Finale e testimonio la mia vita, nella speranza che essa un giorno convoli a nozze con la felicità.
Ci sono molteplici ragioni per cui un profilo conta, ma non è tutto.
Il profilo è solo un punto di vista.
Io vorrei donare tutta me stessa.
lunedì 3 novembre 2014
Monday morning in Finale: bagno antropologico nella realtà dei miei pensieri.
Con un gesto ormai automatico ho messo gli occhiali da
vista, mentre toglievo dalla testa quelli da sole. Ho dato un’acconciata ai
capelli, spostandoli dal viso il più possibile. Non amo avere la visuale
occupata né tantomeno il solletico che le ciocche possono provocarti quando i
capelli sono sciolti. Per questo motivo probabilmente se tenete un’immagine di
me, non posso che immaginarla con il mio solito raccolto, che sia normale
mattina o un dì di festa. Oggi per esempio è lunedì mattina. Una volta aperti
gli occhi dopo una nottata caratterizzata da incubi su uno stalker nano che mi
perseguita e il freddo per via del calo di temperatura e delle coperte non
sufficienti, mi sono alzata per un appuntamento. Soliti gesti di bisogni
fisiologici soddisfatti, incluso attivare il wi-fi per vedere chi mi ha pensato
e quali novità si sottopongono alla mia attenzione. Acqua fredda sul volto
ancora stirato dalle smorfie consuete di chi mette piede giù dal letto, e latte
sul fuoco. Ho un vizio: non mi accontento del latte caldo, no. Così ho comprato
un “cappuccinatore” e potrebbe anche non esistere come lemma, al costo di 7
euro. Faccio la schiuma, verso il latte nella tazza a misura, e poi il caffè,
formando la classica spirale che poi sembra sempre più una macchia indefinita
che altro; un po’ di zucchero e la pillola va giù che guardo
morbosamente cadere sotto la densa schiuma e infine, tocco di classe,
spolverata di nesquik! E mi chiedo come mai vi sto parlando della mia
colazione. Anyway, indossando gli occhiali da soli prima di uscire mi sono
sentita come legittimata a tenere quell’aspetto di merda, e sono andata al mercato con la zia (yes,
era questo il mio appuntamento, che ti aspettavi? ). Il primo impulso è
stato quello di condividere l’esperienza che mi accingevo a vivere mentre i
miei amici si stavano spostando nel mondo chi a lezione, chi a lavoro, chi
nella propria vita densa di significato, mentre io andavo al mercato a comprare
le calzette che avevo terminato. Ironia portami via. Poi, fiera delle mie
scelte e ambizioni comode da casa, ho realizzato cosa avrebbe reso quella
mattinata diversa dalle altre e degna di essere vissuta. Si, perché, che vi
piaccia o no, sono l’unica tra i miei amici in grado di vivere la poesia di un
lunedì mattina al mercato e trasformarla davvero in essa, impedendo che rimanga
un momentaneo parto della mia mente. L’impatto non è stato forte, poca gente e
poche bancarelle, sufficienti per stimolare quella voglia donna di acquistare
ogni cosa, specialmente se davanti ai tuoi occhi si presenta l’ordinato ammasso
delle “cose di casa”. Aaaaah, come avrei voluto quei sacchetti della
spazzatura! I portatovaglioli in metallo, le mollette per stendere, un set di
coltelli per ogni uso, un comodissimo tagliere formato single per la mia totale
incapacità di tagliuzzare cipolle e carote per i soffritti del mio cuore! Extrema
ratio. Mi sono allontanata a passo svelto direzione bancarella dei “marocchini”
che poi se vengono dalla Liberia o dall’Egitto mica possiamo chiamarli
marocchini. Questa tendenza a generalizzare mi distrugge, ma ho vissuto 22 anni associando le bancarelle ai
marocchini e ora non so come chiamarli davvero! Di sicuro la voglia compulsiva
di acquistare diminuisce perché da brava figlia di mia madre so che la
convenienza non può prescindere dalla qualità. And so, direzione banco frutta,
ma la zia suggerisce abilmente di passare al ritorno. Eccola lì, si
materializza davanti ai miei occhi la zona dell’intimo, sentendomi sollevata
dal non desiderare le mutandine per neonati, mi dirigo verso le calzette, vera
causa di tutto questo tumulto dei miei pensieri. Quando devo acquistare ho le
idee sempre abbastanza chiare per cui, verificato che il prezzo era quello che
saggiamente mia madre aveva profetizzato, ho esclamato “le prendo!” senza sé
e senza ma 3 paia, 5 euro ,in cotone
puro, Pierre Cardin, nere, bianche e grigie . Tuttavia non ero ancora
soddisfatta. Più volte tentata da mutande e reggiseni, ho canalizzato le mie
brame, ridimensionandole. E sono arrivata alla frutta. Letteralmente. Lì ho lasciato fare alla zia perché ero
distratta dall’uomo balbuziente e dell’altro con un occhio ammaccato e non ho
potuto fare a meno di pensare a…” 4 pirati sul mar di Sargassi, hanno una
zattera fatta di assi, stan navigando dicono loro alla ricerca di un grande tesoro. Però…uno è alto, uno basso, uno
è zoppo, l’altro tiene una benda sull’occhio, stan navigando dicono loro alla
ricerca di un grande tesoro!” (digressione musicale, Amen.)
Adesso devo fare una nota polemica alla mia popolazione, che
per quanto amo, si rivela per quello che è dandomi costantemente conferma del
fatto che le gente si forma a immagine e somiglianza di ciò che vive e
difficilmente il modello educativo di riferimento (che in questo caso è un mix
di modelli, su tutti quello familiare, a seguire quello religioso ecc..; ma di
questo parleremo un’altra volta) è ottimale.
Mera curiosità, presunzione, scetticismo, ignoranza. Questi i tratti
negativi che ho potuto riscontrare prestando orecchio a pochi scambi di battute
e osservando piccoli gesti intorno a me. Ma, anche nel più buio degli scenari,
ho trovato conforto. Una carezza sulla spalla, niente di più. Una signora
passando ha poggiato spontaneamente la sua mano sulla mia schiena, e ha sorriso
salutando con un semplice “Buongiorno”. C’è ancora speranza. Il ritorno verso
casa è diventato così improvvisamente triste, come se stessi lasciando lì l’occasione
di vivere altre piccole magie. Condividere è un buon modo per stare meglio
anche con sé stessi, così non ho perso un attimo. Ho abbracciato il pc e ho
fatto quel consueto gesto con i miei occhiali, cambiando in fondo solo la
modalità di me stessa, rendendola più funzionale a ciò che sapevo avrei fatto
immediatamente: offrire i miei occhi a chi decidesse di affacciarsi dal balcone
della mia fantasia. Questo non sarà redditizio,
non sarà etichettabile e nemmeno conveniente, ma certamente sarà
espressione di me stessa. Voi se volete, saltate a bordo, mentre cerco di
capire cosa farne.
Lunemente vostra,
Guerriero della luce.
lunedì 10 febbraio 2014
Una storia di disamore
Bollate, Milano. Milano: avanguardia, progresso, industria,
scala, piazze, storia, moda…cultura! Eppure le uniche usanze che sembrano
rievocate sono quelle barbare.
Si, cominciamo a darci sotto con le parole pesanti.
Qualcuno potrebbe pensare “niente di nuovo sotto il sole!”,
invece stavolta per me l’indignazione è stata tanta, troppa. Al punto che ho
deciso di rifletterci sopra e cercare di capire come si è potuto arrivare a
tutto questo. Per i più distratti, o per chi non ha dato poi così importanza al
“fattaccio”:
poco lontano dall’istituto scolastico che frequentano un
gruppo di ragazzi sembra riunirsi attorno a quella che ha tutta l’aria di un
chiarimento faccia a faccia tra due ragazze quindicenni. Motivo della disputa:
un presunto fidanzato dal doppio abito di ex e nuova fiamma. A questo punto pensavo di suggerirvi un’immagine cinematografica per rendere
meglio l’idea della situazione ma, ahimè, la storia ha dell’originale a dir
poco sconcertante. Non si tratta di uno scontro alla pari, anzi sembra proprio
che la vittima (quella che diventerà la vittima, per la precisione) non abbia
alcuna voglia di scendere al livello della sua avversaria la quale, al
contrario, non ha in mente niente di civile. Un calcio, un altro, uno spintone,
un altro a mò di provocazione, cercando una reazione che non arriva. Ma non
serve. Sappiamo bene quanto il tifo in uno stadio può rappresentare il
dodicesimo uomo di una squadra. Ecco la bolgia infernale infiammata, ecco gli
incitamenti, le urla e la carica che si trasforma in violenza: le tira i
capelli a lungo, la butta per terra, inutile scappare, la pesta. Inutile
gridare: “Vi prego aiutatemi!” Cosa è peggio di un solitario grido d’aiuto? È
non essere effettivamente soli, piuttosto attorniati da un branco. Lupi
affamati di malsane emozioni. E come pregustando un piatto dall’odore,
soddisfare poi quella fame, lasciandosi andare. Hanno ripreso tutto e come a voler mettere la firma a tale scempio, lo
hanno reso pubblico.
Il resto sono le ovvie condanne dell’opinione di massa e la
strumentalizzazione di un dramma.
E nel resto anche io che non sono riuscita a guardare quel
video una seconda volta. Ma mi sforzo di guardare al di là dei fatti e
intravedere comunque e ancora un’intelligente resa. Arrendiamoci. Quei ragazzi
oggi vivono un’altra età che non è più la mia alla loro età. Non ha senso
rapportarli a me stessa da adolescente se non in relazione ad una sola idea:
smoderatezza sentimentale.
Ho sentito dire che l’amore da ragazzi è ancora puro e
genuino, che mettono tutto dentro quella bolgia di emozioni e le vivono
iperbolicamente, idealizzando ogni gesto
e ogni parola. E se smoderato risulta vivere l’amore, perché non
altrettanto smoderato dovrebbe risultare perdere l’amore?
Per questo penso che l’amore a 15 anni non sia amore,
piuttosto disamore. E svincolo pertanto l’onorevole Amore invitandolo a
ritornare lì dove lo incontriamo davvero: nei libri, nella musica, nella
poesia…
Diseduchiamoci da questa idea di amore e salviamolo.
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