Con un gesto ormai automatico ho messo gli occhiali da
vista, mentre toglievo dalla testa quelli da sole. Ho dato un’acconciata ai
capelli, spostandoli dal viso il più possibile. Non amo avere la visuale
occupata né tantomeno il solletico che le ciocche possono provocarti quando i
capelli sono sciolti. Per questo motivo probabilmente se tenete un’immagine di
me, non posso che immaginarla con il mio solito raccolto, che sia normale
mattina o un dì di festa. Oggi per esempio è lunedì mattina. Una volta aperti
gli occhi dopo una nottata caratterizzata da incubi su uno stalker nano che mi
perseguita e il freddo per via del calo di temperatura e delle coperte non
sufficienti, mi sono alzata per un appuntamento. Soliti gesti di bisogni
fisiologici soddisfatti, incluso attivare il wi-fi per vedere chi mi ha pensato
e quali novità si sottopongono alla mia attenzione. Acqua fredda sul volto
ancora stirato dalle smorfie consuete di chi mette piede giù dal letto, e latte
sul fuoco. Ho un vizio: non mi accontento del latte caldo, no. Così ho comprato
un “cappuccinatore” e potrebbe anche non esistere come lemma, al costo di 7
euro. Faccio la schiuma, verso il latte nella tazza a misura, e poi il caffè,
formando la classica spirale che poi sembra sempre più una macchia indefinita
che altro; un po’ di zucchero e la pillola va giù che guardo
morbosamente cadere sotto la densa schiuma e infine, tocco di classe,
spolverata di nesquik! E mi chiedo come mai vi sto parlando della mia
colazione. Anyway, indossando gli occhiali da soli prima di uscire mi sono
sentita come legittimata a tenere quell’aspetto di merda, e sono andata al mercato con la zia (yes,
era questo il mio appuntamento, che ti aspettavi? ). Il primo impulso è
stato quello di condividere l’esperienza che mi accingevo a vivere mentre i
miei amici si stavano spostando nel mondo chi a lezione, chi a lavoro, chi
nella propria vita densa di significato, mentre io andavo al mercato a comprare
le calzette che avevo terminato. Ironia portami via. Poi, fiera delle mie
scelte e ambizioni comode da casa, ho realizzato cosa avrebbe reso quella
mattinata diversa dalle altre e degna di essere vissuta. Si, perché, che vi
piaccia o no, sono l’unica tra i miei amici in grado di vivere la poesia di un
lunedì mattina al mercato e trasformarla davvero in essa, impedendo che rimanga
un momentaneo parto della mia mente. L’impatto non è stato forte, poca gente e
poche bancarelle, sufficienti per stimolare quella voglia donna di acquistare
ogni cosa, specialmente se davanti ai tuoi occhi si presenta l’ordinato ammasso
delle “cose di casa”. Aaaaah, come avrei voluto quei sacchetti della
spazzatura! I portatovaglioli in metallo, le mollette per stendere, un set di
coltelli per ogni uso, un comodissimo tagliere formato single per la mia totale
incapacità di tagliuzzare cipolle e carote per i soffritti del mio cuore! Extrema
ratio. Mi sono allontanata a passo svelto direzione bancarella dei “marocchini”
che poi se vengono dalla Liberia o dall’Egitto mica possiamo chiamarli
marocchini. Questa tendenza a generalizzare mi distrugge, ma ho vissuto 22 anni associando le bancarelle ai
marocchini e ora non so come chiamarli davvero! Di sicuro la voglia compulsiva
di acquistare diminuisce perché da brava figlia di mia madre so che la
convenienza non può prescindere dalla qualità. And so, direzione banco frutta,
ma la zia suggerisce abilmente di passare al ritorno. Eccola lì, si
materializza davanti ai miei occhi la zona dell’intimo, sentendomi sollevata
dal non desiderare le mutandine per neonati, mi dirigo verso le calzette, vera
causa di tutto questo tumulto dei miei pensieri. Quando devo acquistare ho le
idee sempre abbastanza chiare per cui, verificato che il prezzo era quello che
saggiamente mia madre aveva profetizzato, ho esclamato “le prendo!” senza sé
e senza ma 3 paia, 5 euro ,in cotone
puro, Pierre Cardin, nere, bianche e grigie . Tuttavia non ero ancora
soddisfatta. Più volte tentata da mutande e reggiseni, ho canalizzato le mie
brame, ridimensionandole. E sono arrivata alla frutta. Letteralmente. Lì ho lasciato fare alla zia perché ero
distratta dall’uomo balbuziente e dell’altro con un occhio ammaccato e non ho
potuto fare a meno di pensare a…” 4 pirati sul mar di Sargassi, hanno una
zattera fatta di assi, stan navigando dicono loro alla ricerca di un grande tesoro. Però…uno è alto, uno basso, uno
è zoppo, l’altro tiene una benda sull’occhio, stan navigando dicono loro alla
ricerca di un grande tesoro!” (digressione musicale, Amen.)
Adesso devo fare una nota polemica alla mia popolazione, che
per quanto amo, si rivela per quello che è dandomi costantemente conferma del
fatto che le gente si forma a immagine e somiglianza di ciò che vive e
difficilmente il modello educativo di riferimento (che in questo caso è un mix
di modelli, su tutti quello familiare, a seguire quello religioso ecc..; ma di
questo parleremo un’altra volta) è ottimale.
Mera curiosità, presunzione, scetticismo, ignoranza. Questi i tratti
negativi che ho potuto riscontrare prestando orecchio a pochi scambi di battute
e osservando piccoli gesti intorno a me. Ma, anche nel più buio degli scenari,
ho trovato conforto. Una carezza sulla spalla, niente di più. Una signora
passando ha poggiato spontaneamente la sua mano sulla mia schiena, e ha sorriso
salutando con un semplice “Buongiorno”. C’è ancora speranza. Il ritorno verso
casa è diventato così improvvisamente triste, come se stessi lasciando lì l’occasione
di vivere altre piccole magie. Condividere è un buon modo per stare meglio
anche con sé stessi, così non ho perso un attimo. Ho abbracciato il pc e ho
fatto quel consueto gesto con i miei occhiali, cambiando in fondo solo la
modalità di me stessa, rendendola più funzionale a ciò che sapevo avrei fatto
immediatamente: offrire i miei occhi a chi decidesse di affacciarsi dal balcone
della mia fantasia. Questo non sarà redditizio,
non sarà etichettabile e nemmeno conveniente, ma certamente sarà
espressione di me stessa. Voi se volete, saltate a bordo, mentre cerco di
capire cosa farne.
Lunemente vostra,
Guerriero della luce.

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