lunedì 3 novembre 2014

Monday morning in Finale: bagno antropologico nella realtà dei miei pensieri.


Con un gesto ormai automatico ho messo gli occhiali da vista, mentre toglievo dalla testa quelli da sole. Ho dato un’acconciata ai capelli, spostandoli dal viso il più possibile. Non amo avere la visuale occupata né tantomeno il solletico che le ciocche possono provocarti quando i capelli sono sciolti. Per questo motivo probabilmente se tenete un’immagine di me, non posso che immaginarla con il mio solito raccolto, che sia normale mattina o un dì di festa. Oggi per esempio è lunedì mattina. Una volta aperti gli occhi dopo una nottata caratterizzata da incubi su uno stalker nano che mi perseguita e il freddo per via del calo di temperatura e delle coperte non sufficienti, mi sono alzata per un appuntamento. Soliti gesti di bisogni fisiologici soddisfatti, incluso attivare il wi-fi per vedere chi mi ha pensato e quali novità si sottopongono alla mia attenzione. Acqua fredda sul volto ancora stirato dalle smorfie consuete di chi mette piede giù dal letto, e latte sul fuoco. Ho un vizio: non mi accontento del latte caldo, no. Così ho comprato un “cappuccinatore” e potrebbe anche non esistere come lemma, al costo di 7 euro. Faccio la schiuma, verso il latte nella tazza a misura, e poi il caffè, formando la classica spirale che poi sembra sempre più una macchia indefinita che altro; un po’ di zucchero e la pillola va giù che guardo morbosamente cadere sotto la densa schiuma e infine, tocco di classe, spolverata di nesquik! E mi chiedo come mai vi sto parlando della mia colazione. Anyway, indossando gli occhiali da soli prima di uscire mi sono sentita come legittimata a tenere quell’aspetto di merda,  e sono andata al mercato con la zia (yes, era questo il mio appuntamento, che ti aspettavi? ). Il primo impulso è stato quello di condividere l’esperienza che mi accingevo a vivere mentre i miei amici si stavano spostando nel mondo chi a lezione, chi a lavoro, chi nella propria vita densa di significato, mentre io andavo al mercato a comprare le calzette che avevo terminato. Ironia portami via. Poi, fiera delle mie scelte e ambizioni comode da casa, ho realizzato cosa avrebbe reso quella mattinata diversa dalle altre e degna di essere vissuta. Si, perché, che vi piaccia o no, sono l’unica tra i miei amici in grado di vivere la poesia di un lunedì mattina al mercato e trasformarla davvero in essa, impedendo che rimanga un momentaneo parto della mia mente. L’impatto non è stato forte, poca gente e poche bancarelle, sufficienti per stimolare quella voglia donna di acquistare ogni cosa, specialmente se davanti ai tuoi occhi si presenta l’ordinato ammasso delle “cose di casa”. Aaaaah, come avrei voluto quei sacchetti della spazzatura! I portatovaglioli in metallo, le mollette per stendere, un set di coltelli per ogni uso, un comodissimo tagliere formato single per la mia totale incapacità di tagliuzzare cipolle e carote per i soffritti del mio cuore! Extrema ratio. Mi sono allontanata a passo svelto direzione bancarella dei “marocchini” che poi se vengono dalla Liberia o dall’Egitto mica possiamo chiamarli marocchini. Questa tendenza a generalizzare mi distrugge, ma ho vissuto  22 anni associando le bancarelle ai marocchini e ora non so come chiamarli davvero! Di sicuro la voglia compulsiva di acquistare diminuisce perché da brava figlia di mia madre so che la convenienza non può prescindere dalla qualità. And so, direzione banco frutta, ma la zia suggerisce abilmente di passare al ritorno. Eccola lì, si materializza davanti ai miei occhi la zona dell’intimo, sentendomi sollevata dal non desiderare le mutandine per neonati, mi dirigo verso le calzette, vera causa di tutto questo tumulto dei miei pensieri. Quando devo acquistare ho le idee sempre abbastanza chiare per cui, verificato che il prezzo era quello che saggiamente mia madre aveva profetizzato, ho esclamato “le prendo!” senza sé e senza ma  3 paia, 5 euro ,in cotone puro, Pierre Cardin, nere, bianche e grigie . Tuttavia non ero ancora soddisfatta. Più volte tentata da mutande e reggiseni, ho canalizzato le mie brame, ridimensionandole. E sono arrivata alla frutta. Letteralmente.  Lì ho lasciato fare alla zia perché ero distratta dall’uomo balbuziente e dell’altro con un occhio ammaccato e non ho potuto fare a meno di pensare a…” 4 pirati sul mar di Sargassi, hanno una zattera fatta di assi, stan navigando dicono loro alla ricerca di un  grande tesoro. Però…uno è alto, uno basso, uno è zoppo, l’altro tiene una benda sull’occhio, stan navigando dicono loro alla ricerca di un grande tesoro!” (digressione musicale, Amen.)
Adesso devo fare una nota polemica alla mia popolazione, che per quanto amo, si rivela per quello che è dandomi costantemente conferma del fatto che le gente si forma a immagine e somiglianza di ciò che vive e difficilmente il modello educativo di riferimento (che in questo caso è un mix di modelli, su tutti quello familiare, a seguire quello religioso ecc..; ma di questo parleremo un’altra volta) è ottimale.  Mera curiosità, presunzione, scetticismo, ignoranza. Questi i tratti negativi che ho potuto riscontrare prestando orecchio a pochi scambi di battute e osservando piccoli gesti intorno a me. Ma, anche nel più buio degli scenari, ho trovato conforto. Una carezza sulla spalla, niente di più. Una signora passando ha poggiato spontaneamente la sua mano sulla mia schiena, e ha sorriso salutando con un semplice “Buongiorno”. C’è ancora speranza. Il ritorno verso casa è diventato così improvvisamente triste, come se stessi lasciando lì l’occasione di vivere altre piccole magie. Condividere è un buon modo per stare meglio anche con sé stessi, così non ho perso un attimo. Ho abbracciato il pc e ho fatto quel consueto gesto con i miei occhiali, cambiando in fondo solo la modalità di me stessa, rendendola più funzionale a ciò che sapevo avrei fatto immediatamente: offrire i miei occhi a chi decidesse di affacciarsi dal balcone della mia fantasia. Questo non sarà redditizio,  non sarà etichettabile e nemmeno conveniente, ma certamente sarà espressione di me stessa. Voi se volete, saltate a bordo, mentre cerco di capire cosa farne.

Lunemente vostra,



Guerriero della luce.


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