martedì 8 settembre 2015

Zona Policlinico, un'altra primavera


Itaca è sempre stata vera, reale.
E' la lettura che diamo alle cose che cambia le prospettive.
Se riusciamo a sentire con la pancia,
anche i nostri occhi vedranno la direzione. 
Questa ragazza ha imparato a leggere
i segnali indistinti del proprio essere. 
E adesso è cresciuta. 

Palermo,19/04/2013

Zona Policlinico.

Una finestra in mezzo a cento altre di una via in mezzo a decine altre in una città, un pomeriggio di primavera. Non ci si ferma ad ascoltare il canto degli uccelli quando cinguettano, perché non ci siamo abituati o forse perché non abbiamo mai osato farlo. Eppure scorrono parallele le loro vite alle nostre. Fastidiosi rumori di città poi, movimento continuo: motori di macchine che sopraggiungono sempre più forti e vanno via di nuovo portando con sé gradualmente quel trambusto, rumori forti e insostenibili di marmitte ormai andate e voci; voci cupe per lo più, voci maschie, che mettono insieme parole di una lingua che con difficoltà assimileresti alla tua, raccontano il poco di un improvvisato meccanico di Ballarò. Odori. Come guardare figure di uno stesso quadro: cambiano man mano che sposti lo sguardo. Anche gli odori, se muovi un passo si mischiano quasi impercettibilmente fino a farsi accettare dai tuoi sensi, che verosimilmente, accogliendoli, li eliminano. Non solo rumori e odori, non solo. All’improvviso il canto africano di una donna che tiene pulita la casa o la casupola, o per meglio dire, la baracca. Eppure sale un canto sereno e le parole nell’aria cosa dicono non conta ormai, voce candida, pulita e docile di madre. Un uomo,  nella stessa casa, chinato, strofina un panno nell’acqua di una bacinella di plastica: schiuma e acqua che si infrangono nelle sue mani. Scene di quotidianità semplice racchiudono la poesia di una vita chissà quanto piena di vita stessa. Case e casupole e rumori. Chiudo bene le imposte alla sera, quasi a volere impedire a quel mondo di entrare ed entrarmi dentro, così che non possa valicare le schermate della mia anima fragile, talmente ostinata a mantenere il suo assetto di villeggiatura. Come se dovesse finire presto. Come se non durerà a lungo. Silenzio. Mura che raccolgono solo respiri, luce fioca che si fa buio mai troppo in fretta, tempo che non vuole trascorrere, anima che vuole fuggire, anima che trova ristoro solo in carta e parole. Tempo che non vuole passare, insostenibile pena della vita che colpisce. Ricordi. Albergano nel passato, affacciandosi di tanto in tanto sul davanzale della mia testa. Quando tutto era diverso. Qualcosa meglio, qualcosa peggio. Quando tutto andava pure come ora, senza sapere dove, ma non era importante. Campana di vetro la vita passata. Campana che non suona la vita ora. Sera di una primavera gioiosa. Una macchina ferma ad aspettare il mio arrivo, il pensiero di momenti ancora tutti da trascrivere nella memoria. Affetti. Visi conosciuti che amo, sensazione di pace meritata il mio tempo con loro. Baluardi del mio naufragio non ancora consumato, caposaldo della mia salvezza. Desideri. Anime che devono ancora incontrarsi e anime perdute nell’ultimo abbraccio mancato, nella disperata speranza del ritorno, nell’illusione del cambiamento. Sopravvivenza. Quando questa storia non parlerà di emozione ma solo di apatia e rifiuto. Nostalgie e sogni. Sogni. Sbiadite immagini partorite con sforzo, assenti nel sonno della notte. Richiamo. La resa del silenzio: il suono. Saliva inghiottita prima di un respiro. E aria inspirata nei polmoni risale e si trasforma nella dolcezza di un semplice sorriso. E’ finita.
               

                                                                                                                                            

giovedì 20 agosto 2015

Prologo

Descrivi il caos.
Sorrise con aria sicura, come se quel compito non la mettesse in difficoltà. Faceva sempre così di fronte alle prove, o se riceveva un rimprovero. Era il suo modo di recepire il colpo, fiera, perchè qualunque fosse stato l'esito di quei momenti, non rimaneva mai sorpresa. Sembrava così forte fuori, mentre dentro moriva. In quei giorni si aggirava camminando ovunque andasse come uno specchio in frantumi e rimesso insieme con l'adesivo, così fragile che un soffio di parole dolci, o solo accorte, l'avrebbero definitivamente atterrata. Non aveva mai negato a nessuno la sua anima, e adesso la sua anima negava ogni tentativo dell'altro di farsi spazio. Una corazza di follia, incidentata ripetutamente e schiacciata dal peso insostenibile degli sguardi vigenti. Eppure aveva una grande inquietudine dentro che attendeva di venire fuori come una tempesta di vento che sposta l'ordine naturale delle cose, che abbatte i pali, che alza polveroni per strada. 

Così cominciò:
<<Il caos è silenzioso, lento, furbo, irremovibile, irrispettoso. Il caos è ciò che accade quando ti accorgi che il tuo metro di paragone nella vita sono gli altri, per esempio. Oppure quando la paura di fare un passo in qualsiasi direzione ti blocca perfettamente nel mezzo della strada e le voci, come auto nel traffico che battono sul clacson, ti suggeriscono la mossa; e tu vorresti farla, vorresti dare compimento a ogni suono, ma resti paralizzato e non puoi vedere cosa impedisce il regolare transito. Caos è il battito del tuo cuore che combatte il panico, è soffermarti su un momento, un viso, un'immagine, un luogo e sentire l'aria mancare. Caos è piangere e gridare e battere i pugni perchè forse solo così capiranno quanto male hai, quanto male fa, quanto sei stremato dalla lotta. E' ritrovarsi soli e sentire la solitudine spegnere ogni tua voglia, ogni piccolo sogno che si dissipa nell'oscurità. Caos è una volta. Poi passa. Può durare qualche giorno o qualche settimana; sa ritrovarti, sa inseguirti, sa avvelenare le tue serate di spensieratezze, ma in definitiva il caos è tuo, come ogni sorriso e ogni gioia. E' tuo come sono tue le scarpe. E ognuno c'ha il proprio, e ci fa i conti sempre.>>

Caotici sono stati anche gli ultimi giorni in quel di Itaca. C'era una ragazza impaurita come la prima volta, c'era quella stanca e senza entusiasmo, c'erano la giovane frizzante e quella riflessiva, l'arguta e la saccente, ce n'era pure una nuova, sconosciuta. E tutte si sono date da fare. Hanno cantato, ballato, pregato, riso, si sono commosse, si sono meravigliate e hanno fatto a botte tra loro. C'erano anche altri che a volte la osservavano, oppure hanno usato indifferenza o freddezza. E lei si è accorta di tutto. Adesso il mare della sua vita si sta alzando, le onde iniziano a incresparsi di bianco e il colore della superficie si fa più scuro. Mare incazzato. In rivolta. Si piega su se stesso ad ogni sbattimento, si ritira e ricomincia. Il suo caos è un mare in tempesta. 
Stolta. Cieca. 

Ascolta la Sua voce. Mangia il Suo pane. Fatica ad ogni passo. Contempla le Sue grandezze. 

Sorrise con aria sicura, come se quel compito non la mettesse in difficoltà. Faceva sempre così di fronte alle prove, o se riceveva un rimprovero. Era il suo modo di recepire il colpo, fiera, perchè qualunque sarebbe stato l'esito di quella sfida, era il momento di viverla. 



mercoledì 15 luglio 2015

Lo stato delle cose

Cantiere abbandonato
 Il mio scarso spirito avventuriero mi ha condotto un pò più lontano del divano di casa; proprio oggi che l'aria è così afosa e cupa, di quelle che si forma una cappa di nuvole nel cielo e sembra non esserci via d'uscita per chi vuole rinfrescarsi. Ma sta di fatto che ho deciso di indossare le mie Air Max e mettere uno zaino in spalla, per essere più libera nei movimenti. 
-Fai una passeggiata tra gli scogli - mi avevano detto - incerta se si trattasse di un consiglio da prendere alla lettera oppure una metafora da sciogliere, mi son decisa a scendere le scale e andare, che tanto qualcosa si sarebbe sciolto comunque; la mia stessa pelle, infatti, poco dopo grondava di sudore da fare schifo ma, con mia grande sorpresa, i liquidi superflui del mio corpo non sono stati il ribrezzo più grande. 

Finale, borgo a mare, Sicilia settentrionale. Si studia nei libri di geografia, ai miei tempi sussidiario comprendente diverse materie, che la caratteristica della costa siciliana è senza dubbio il suo essere rocciosa, con promontori che scendono a picco sul mare per qualche decina di metri; a tratti, questo tipo di paesaggio lascia posto a piccole baie e rientranze che danno vita a meravigliose spiagge che nulla hanno da invidiare ai tropici. 

Dopo questa digressione in premessa, va precisato che Finale si affaccia proprio su un tratto di costa ricco di scogli e grosse pietre. La spiaggia non è attrezzata in alcun modo e l'accesso in acqua è pericoloso, in quanto formato da un tappetto di pietre ricoperte di "lippo". Ma la bellezza paesaggistica è invidiabile: panorami e tramonti mozzafiato e non si dica che non pubblicizzo il posto in cui vivo che, per la cronaca, nella sua breve storia, è sempre stato definito "a vocazione turistica". 

Ascensore incompleto
Un viale in pietra collega il paese alla spaggia, aprendosi in un piccolo "lungomare" da tempo trascurato - non lo dico io - ma l'erba che cresce indisturbata in quelle che dovrebbero essere aiuole. Al momento in realtà il luogo si presenta più come un cantiere.Tuttavia ai miei occhi si è mostrato più che altro un triste quadro il cui titolo potrebbe essere "Abbandono", la cui cornice è offerta dal solo rumore delle onde del mare. Lungi da me ogni volontà polemica, quello che vado descrivendo non è altro che lo stato delle cose: un nastro bianco e rosso delimita una zona in cui è evidentemente negato l'accesso (l'ho dedotto in quanto persona prudente, ma nessuna segnaletica esplicita lo indicava). Al suo interno vi è una costruzione in cemento atta ad ascensore, tant'è che dai lati ho potuto osservare la porta di mezzo nuova, in quanto ancora racchiusa nello scotch protettivo. Incuriosita ho proseguito l'escursione, scendendo le scale che mi hanno portato direttamente alla spiaggia. 

Una piattaforma incompleta in legno (futuro solarium) occupa l'intera area di accesso al mare. Ho immaginato l'opera finita, con qualche sdraio posta sul piatto in legno e qualche coppia di tedeschi ad imbrunire la propria pelle delicata. Ma la mia attenzione è stata catturata da altri sensi percettori: un odore poco gradevole infatti, non mi ha lasciata per tutta la passeggiata. Sono rimasta diversi secondi a guardarmi intorno, domandandomi perchè mai un bagnante vorrebbe venirsene proprio qui a passare le sue ore di relax. Mi son risposta che certamente non sarei stata fra loro, del resto immergersi rimane difficoltoso e con tutta quella vegetazione alle spalle persino il sole rischia di rendere monca l'idea stessa di solarium, consentendone solo l' "-arium", che con uno sforzo neanche troppo complicato mi riporta a un noto aggettivo siciliano da tradursi in "brutto", ovvero "lario". 
Pseudo - Solarium

Procedendo nei miei passi verso un piccolo sentiero battuto, ho notato tanta, ma tanta, sporcizia. Oggetti insoliti, impropri, rotti, vecchi, scoloriti e maltrattati sbucano tra i sassi senza logica alcuna: ciabatte, ruote di plastica di un qualche triciclo, bottiglie, tappi, piccoli pezzi in ferro, canne. Mi sono chiesta se fosse il mare con i suoi moti regolari a restituire sistematicamente alla terra ciò che in esso si perde e disperde, immaginando solo per un attimo le centinaia di storie di frigne e maledizioni che si nascondono dietro ciascuno di quei pezzi. Adesso non costituiscono altro che una discarica a cielo aperto, in un luogo che, consentitemi, di turistico non ha nemmeno il sentore, figuriamoci la vocazione. Il battito d'ali di alcuni colombi mi ha fatto sussultare e all'improvviso quella montagna di terra mi è apparsa così vicina e così pressante, lasciandomi in una lingua di terra e pietre che non si libera nel mare, no, perchè esso rimane irraggiungibile. 

Misteriose presenze
Sono tornata indietro in fretta, rimpiangendo il divano. Sentiero, piattaforma, scale, lungomare. Acqua fresca in gola. Non me ne ero accorta all'andata, ma sulla pavimentazione bianca ho osservato tante piccole candele bianche, di queste che si comprano a stock di 20 pezzi. Erano piazzate a terra con una certa volontà, direi quasi una predisposizione predefinita. Non ho mai amato il genere giallo, tuttavia il primo pensiero si è spostato su qualcosa che lì è effettivamente accaduto, a cui ho associato l'aggettivo "rituale", ma immediatamente tornando alla realtà, ho considerato molto più probabile una giovanile dichiarazione d'amore romantico-melenso. A dirla tutta, quello è stato il momento più interessante dell'intera esperienza sudoripara. 

L'Ecomostro
Ho risalito il viale nella direzione speculare a quella dell'andata, sbucando nella ribattezzata dal popolo "piazzetta amianto", per via dell' ecomostro che si trova abbandonato lì da anni. Sì, lo è ancora. Si era detto sarebbe caduto giù pezzo dopo pezzo, ma nessuno ci aveva assicurato su quando ciò sarebbe accaduto; così mi permetto ora di azzardare un'ipotesi che, se non altro, farà sorridere alcuni: forse che i pezzi cadranno uno alla volta ogni cinque anni intorno al mese di maggio? Sarà che il sole tramonta sempre dietro quella merda in cemento e più lo guardi più ti sembra nero e triste, ma anche qui lo stato delle cose lascia molto a desiderare. 
Ecomostruosissimo

Stra convinta di aver concluso il mio piccolo reportage, ho sottovalutato l'elemento sorpresa. A sera, di rientro a casa, mia madre era ancora sveglia, e mi ha allertata circa la presenza di un topo proprio davanti casa. E in effetti era lì, frastornato dai colpi di scopa che mio zio aveva inutilmente provato a cacciargli contro. Era vivo e vegeto e chissà con quali intenzioni. Da lontano un gruppo di ragazzini sopraggiungeva; in questa stagione vanno in giro con l'immancabile "Super Santos" anche dopo cena. E se hai 12 anni, un pallone e incontri un topo per strada che fai? Inconsapevolmente interpretando i desideri di ciascuno di noi , eccoli impegnarsi in un "muro di Pelè" che bene si addiceva ad avere come sottofondo musicale "La fiera dell'Est". Il ratto scappava via e loro lo inseguivano. Nel frattempo giungeva dalla strada la signora M. R. di rientro a casa, e il vicinato era già accorso alle finestre e ai balconi sentendo gli schiamazzi, Così il roditore infausto, centimetro dopo centimetro in cerca di fuga è finito sui piedi della donna ignara. Chi ha detto che gli anziani non sono agili? Una danza imperfetta accompagnata da urla e i cori dei piccoli intorno a saltarellare come a una sagra è stata la scena epocale a cui ho assistito sgomenta e divertita allo stesso tempo. Quello, il topo, inconsapevole del proprio protagonismo, è giunto infine a un rifugio sicuro, buio e celato, sopravvivendo ancora, in attesa del prossimo felino ad incrociare i suoi passi.

Il topolino che per due soldì questo paese comprò
Lo stato delle cose insomma, fa schifo. Fuori ci sono le opere incompiute, la tristezza, l'abbandono, la puzza, l'inquinamento, i ratti e le blatte. 
Eppure noi ci gloriamo di avere la vocazione turistica, il progresso, le buone idee; e intanto ci riempiamo lo bocca di speranza, futuro certo, e tempi migliori....sta ceppa!

Io me ne torno al mio divano. 

venerdì 10 luglio 2015

Sole silente sè sola

Quella sera andava di corsa. Aveva fatto una doccia veloce, senza quei movimenti lenti e quell'appropinquarsi con il viso allo specchio che la intratteneva in genere per diversi minuti. C'erano delle gocce d'acqua per terra che lasciò assorbisse lo scendi bagno. Pensava, chissà come mai, quando aveva premura riusciva comunque a fare tutto e farlo bene, senza scordare nulla, ma abbandonò quel pensiero nella scatola delle cose che hanno un posto tutto loro in testa, il posto delle cose senza risposta. Il caldo estenuante aveva già vanificato la freschezza dell'acqua e l'effetto ammorbidente del bagnoschiuma sulla pelle, ma un po' per vizio, un po' per vanità, avvicinò il naso alla spalla e approfittò del profumo sulla pelle di cui andava fiera. Salì i pochi gradini che la conducevano al suo solito posto e si sedette davanti al pc per togliersi quel pensiero dalla mente e poter uscire. Si sbrigò in fretta, assicurandosi che l'ortografia non pagasse il prezzo della sua premura. Il pezzo andava fatto subito per essere pubblicato il giorno dopo, al mattino presto; sapeva esattamente cosa dire e come dirlo, sapeva quale servizio offrire alla gente quella volta ed era sollevata perchè non avrebbe destato alcuno scalpore. La soddisfazione non sarebbe stata la stessa, e non ci sarebbe stata nemmeno quell'adrenalina che si genera quando osiamo andare oltre il cortile del legalismo e delle formalità. Ma le faceva così bene scrivere, era ciò di cui aveva bisogno quella sera: un quadro generato dall'esigenza d un impegno preso e completato nell'arco di tempo che era sufficiente; una cosa semplice, ordinata e completa. Le gambe non smettevano di muoversi, aveva infatti il vizio di scaricare la tensione il più lontano possibile da sè e le gambe sembravano il mezzo migliore per farlo, mentre le mani erano impegnate a scrollarsi di dosso tutto quello che la sua testa produceva e che il corpo somatizzava e poi cacciava battendolo sulla tastiera. Una macchina perfetta, fin quando guida le sue tratte nella certezza del conosciuto. Pianificazione, immagine in evidenza, tag, un titolo didascalico più o meno accattivante e via. Erano già le 23, così scelse la solita catena al collo e una maglia che si trovava disordinata sulla sedia accanto al letto, si riattaccò i capelli alla meno peggio, riflettendo di sfuggita sul momento in cui si sarebbe decisa a tagliarli; era "pronta" e uscì di casa. Per ottimizzare il tempo, approfittò della strada per fare alcune telefonate importanti. Fu sufficiente per innescare nuovamente la confusione che prima aveva abilmente sgomberato con la sensazione di aver fatto già tutto quello che aveva da fare; come  quando si becca la carta "Ritorna al via!" al Monopoli. Respirò a fondo sedendosi sulla panchina che nel frattempo aveva raggiunto e vide quel luogo famigliare accogliere il suo sospiro; in fondo, quella era la sua casa, ovvero il posto accanto al quale poter eguagliare il suo nome. Ironico che a farne da cornice ci sia proprio una vecchia fortezza post-medioevale. Le sue certezze rassicuranti racchiuse dalle mura alte che difendevano dai nemici, così additati solo perchè sconosciuti. Un accenno di sorriso sarcastico le si formò sulle labbra, mentre lo sguardo si faceva ampio e angoscioso, se solo qualcuno fosse stato lì ad attraversarlo. Ma così fu più semplice mettere a tacere le emozioni che reclamano le loro note per fuoriuscire melodicamente un giorno. Ma non adesso. Le sagome delle amiche si erano formate davanti ai suoi occhi e si pentì di non essersi soffermata davanti allo specchio quella sera. Immaginò i suoi capelli mossi e raccolti alla meno peggio,
aumentare in minuscoli fili biondi nella testa che da lontano sarebbe sicuramente sembrata l'alone di luce di una lampada da terra, ma sapeva di non poter fare nulla per impedirlo; era così umida e calda la serata. Poche chiacchiere sopra un limoncello sottomarca, le beffe del venticello che richiedono la sciarpa sulle spalle nonostante l'appiccicaticcio della pelle, e il tempo che scorre veloce. Si arrese felicemente alla notte, trovando negli occhi della sua migliore amica l'accordo silente che sanciva la fine di quel summit utile a distrarsi. Sotto i sandali poteva sentire la polvere che si era insinuata, ma faceva parte del rituale lavare i piedi prima di coricarsi, così fu felice in modo forse un pò fanatico. Il giorno era volto al termine e ciò le permise di stringere un patto con sè stessa: la lotta si spense, il qui e ora esigeva riposo. Rilassò le membra concentrandosi solo sui muscoli del proprio corpo, iniziò dalla fronte e la mandibola, poi collo, spalle e braccia fino alle dita delle mani. Il petto, il ventre, il bacino. Il sotto coscia, le gambe, i talloni. Si rese conto che il sonno stava sopraggiungendo e capì che poteva concedersi di mettersi sul fianco, la mano sotto il cuscino. Poi, per completare quell'ordinario dipinto, disegnò il dettaglio che lo avrebbe reso perfetto, e lentamente si concesse la sensazione sulla pelle di essere avvolta da un tenero, immaginario, forse vero nella sua irrazionalità, abbraccio di un altro. 

mercoledì 17 giugno 2015

La mia preghiera nel tempio di questo tempo

 Dovrei ricercare tra le pagine del mio "Manuale del guerriero della luce" l'aneddoto giusto per questo momento. Quasi certamente mi verrebbe detto che il guerriero della luce si siede e aspetta, non si lascia trascinare dagli eventi, nè dalla rabbia. Non ce la fa proprio a rimanere fermo però. Così, poichè sa che adirarsi sarebbe inutile, si dirige verso il suo tempio per recitare le sue preghiere.

Ed eccomi qui, a cacciare dalla mente i pensieri e dagli occhi le lacrime. Ho premuto play sulla lista "Imagine Dragons- Live", sono versioni delle loro canzoni più soft, leggere, quei pezzi che ti permettono di apprezzare le parole, i testi oltre la musica. E' una terapia dolce: i sensi si raccolgono in un unico piacere; le dita battono, sfiori la tastiera, senti il suono in lontananza, camuffato dalle tracce che nel frattempo ascolti con le cuffie per cui hai speso 15 euro, per essere buone. La bocca al sapore di caffè appena preso, mentre il calore a volte si fa percepire lungo le braccia fin sopra la testa. Gli occhi, gli stessi che bruciavano fino a questa notte, adesso vedono costruirsi piano una macchia di nero multiforme, ma omogenea nel suo complesso. Una parola dietro l'altra alla fine è solo questo momento. Un momento di rabbia, un momento in cui si formulano immagini e discorsi nell'ideale attimo in cui la vita sarebbe un film, ma è solo vita, e certi climax non avverranno mai. Non lo sai mai che storia c'è dietro ognuno, non puoi, come fai? Come lo scopri quello che il suo stomaco sente, come si aggroviglia, come brucia, come si sbatte?

E' tremendamente facile in questi attimi vedere solo nero, vedere le cose complicarsi, incresparsi di disagio, riempirsi di difficoltà, e rimanere per giorni, settimane, immobili, senza abbandonare questo stramaledettissimo limbo in cui la tua vita ricasca costantemente. Dopo tutti quegli sforzi...dopo l'appannaggio della speranza, dopo, solo dopo, averci creduto.

Come ti salvi?

L'equilibrio è tutto. Così per ogni canzone che ti atterrerà, un'altra ti farà sentire #onthetopoftheworld, per ogni lacrima che chiederà il permesso per uscire, la caccerai via senza possibilità di tornare a fare male, e per ogni sconfitta ci sarà gloria, per ogni beffa onore, per ogni tradimento giustizia.

L'ultimo anno al liceo fu caratterizzato dall'immancabile protesta per l'ennesima inutile riforma alla scuola. Inutile la riforma, inutile la protesta, è chiaro. Ma lo capii solo molto tempo dopo. Perchè se dai la possibilità a un 18enne di protestare, ci metterà l'anima dentro quella ribellione. E così feci anche io, finchè non mi ritrovai nel mezzo di un corteo a Palermo e mi cagai di sopra quando, poco distante da me iniziarono a scoppiare i primi colpi di fumogeni e piccoli razzi da stadio. Mi misi a correre senza sapere minimamente dove andare, terrorizzata e profondamente pentita.
A distanza di qualche anno è cambiato il contesto ma non il senso delle mie rivolte ad extra. Se ti colpiscono, se ti calunniano, se ti mortificano, se la miccia del tuo fuoco viene dall'esterno, la tua sarà una vana ribellione. Sarai come la rissa per strada rispetto a un match sul ring; sarai come una denuncia penale rispetto a un dialogo costruttivo e se volessimo, risolutore.

L'equilibrio è tutto. Devi essere più forte degli attimi di ira, più forte di una scarica di adrenalina, più forte del combattimento che vorrebbero farti intraprendere. Cercano i kamikaze, cercano gli agnelli da immolare...ma tu "porgi l'altra guancia"! Non è farsi calpestare ancora, ma porre l'avversario al tuo livello, costringerlo al combattimento leale, con armi pari. Come il servo venendo schiaffeggiato dal padrone sulla guancia destra, si voltava per porgergli la sinistra, lo costringeva, se avesse voluto colpirlo ancora, a utilizzare il palmo e non più l'esterno della mano. Il palmo della mano era qualcosa di più intimo, delicato e prezioso per il padrone che allora, si troverà a usare verso il servo.

E si sopravvive, sempre.  

domenica 7 giugno 2015

Ascoltare voce del verbo Amare

Quando arriva la sera generalmente mi pongo una domanda: "sono stata produttiva oggi?"
Mi serve per fare sempre il punto della situazione, verificarmi e compiacermi.
Per potermi ritenere soddisfatta oggi credo sia doveroso il passaggio da questo blog, per non lasciare alla precarietà delle parole quella che considero una grande ricchezza.

Questa è stata la prima giornata di vero caldo nella stagione, preludio forse di un periodo di fatica e sudore; ma era pur sempre domenica e non poteva mancare una sosta al bar con gli amici...

Con molta naturalezza si è avvicinato a noi un uomo, un signore del paese che conosciamo e rispettiamo, che tutti rispettano, simpatico e di compagnia. Si è seduto tra noi e ha ordinato da bere per tutti...
Non ci è voluto molto per capire che aveva voglia di stare in mezzo a noi e di essere ascoltato, come tutti gli anziani: un incredibile bagaglio di memorie, alcune delle quali spero di imprimere in questo post.

Quando ho completato le scuole elementari in Sardegna - ha cominciato - volevo continuare con le medie, ma avrei dovuto spostarmi dalla provincia a Cagliari; così mio padre mi disse di lasciare perdere perchè avevamo un grande bestiame e potevo occuparmi di quello. Ma a me "annoiava" badare al bestiame e "vosi" continuare. Così andai a Roma e presi la terza media; e poi chi putia fari? C'era u marito di mia sorella a "Ggermania" e mi disse: "Veni qua che ti faccio lavorare io"; e andai a Germania a lavorare in fabbrica. Si guadagnava eh...lì trovai una ragazza ma non era mia moglie ah! Un giorno arrivò mia moglie: ou...appena la vosi vedere con i capelli che arrivavano sotto il sedere, lo capii subito eh...Allora ci dissi all'altra ragazza:"noi rimaniamo amici" e vosi andare con mia moglie. Lei c'aveva i suoi fratelli là e non la potevo toccare, neanche così ah...solo da lontano; allora era il 15 dicembre del '62 e dovevamo tornare a casa per Natale; allora abbiamo deciso di scendere insieme ma i suoi fratelli mi dissero: "Tu non vieni a Pollina però". E niente...quando siamo arrivati a Roma ci promisi a mia moglie che lei andava a casa sua a fare le carte e io andavo a casa mia a fare le carte per il matrimonio. Quando sono arrivato a casa i miei parenti mi hanno preparato tutto, vosi portare il formaggio e la carne quella buona, pronta, perfetta. E così partii - ascolta Sofia, intercalava - e arrivai a Palermo; io un canusciva niente, non mi sapevo muovere e allora presi il taxi. Avia l'indirizzo e c'hu fici avvidiri a chiddu. "Ma io un sacciu unn'è Pollina" mi disse quello; io ci dissi "Puoi parlare in italiano per favore?", non lo avevo capito chi diciva, non conoscevo ancora il siciliano. "Non so dove è Pollina, ma comunque partiamo". Appena siamo arrivati u Finali e vidimu Pollina in capu dda muntagna ci vinni a confusioni: "dda supra amu a cchianari?". "Camina" ci dissi; io ero tranquillo, mia madre mi avia cucito i soldi d'intra la camicia e stavo sereno - capito Giusy? - e siamo arrivati a Pollina alla Maddalena e iddu si firmau; ma io ci dissi "Acchiana ancora fino a unni pò iri a machina". Allora si fermò nella curva più sopra e io scinnivu cu tutti i valigi e i cosi i manciari. Ci dissi "Quant'è?" - "Diecimila lire"- allora ce nne detti dodicimila e ci dissi di andare a mangiare. E quello "Grazie grazie", baci, abbracci, era contentissimo. -Ride- Allora c'erano due e ci vosi dumannari perchè dovevo trovare a me mugghieri, ci fici vedere la fotografia e uno mi dissi "Ma è me cuscina!" e mi ci purtò. Lei non era sola, c'era sua madre, le sue sorelle ma mi sono trovato subito bene ah...poi ci siamo sposati ah e siamo tornati subito a Germania per il viaggio di nozze. Ou...sono passati 52 anni e la voglio bene come il primo giorno...
Ou...io sono maestro di autodifesa ah, e questo è importante perchè ho l'autocontrollo...ed è importante perchè ti fa resistere alle tentazioni, hai la disciplina...

Si era fatto tardi; sentivo la stanchezza ma anche la gratitudine per quel tempo speso ad ascoltare. Sono tornata a casa perchè la processione per la festa del Corpus Domini era già partita da un pezzo. Avevo bisogno di silenzio e di togliermi di dosso l'appicicaticcio causato dalla forte umidità. Poi sono scesa per strada, aspettando che il Sacramento passasse: dovevo suggellare quello stato d'animo, rendere grazie.

Al passaggio del Santissimo mi sono soffermata a guardare e quello che cercavo mi fu chiaro: il signor Angelo aveva conosciuto l'amore incontrandolo, da allora non ha più smesso.
La mia processione era stata compiuta, solo per altre vie.

Pregare è adorare, adorare è amare in silenzio.

"Ora lascia, o Signore, che io vada in pace
perchè ho visto le tue meraviglie..."

lunedì 18 maggio 2015

Apnea


Questo è quello che Coelho definirebbe "il ritiro nel luogo sacro" del suo Guerriero della luce.

Mezzanotte e tre minuti.
Maggio a metà.
Domani una prova mi attende.

Devo infondermi coraggio, così ho pensato di ritardare l'ora in cui andare a dormire e innescare dentro di me quel meccanismo che mi rende più forte, più carica, più...me stessa.

Siamo il peggior nemico che possa capitare a noi stessi e me ne rendo conto sempre più davanti alle occasioni della vita. Proclamiamo il coraggio ma la viltà è sempre dietro l'angolo.

Un dialogo interiore ricorrente e incessante non mi abbandona, ascoltarlo è l'esercizio più difficile.

A: "Andrà male"
B: "Hai tutte le carte in regola per farlo andare bene"
A: "Non c'entri niente là..."
B: "Ma è solo un intervento..."
A: "E se succede qualcosa?"
B: "Non accadrà nulla...prima che possa accorgertene sarà tutto finito"

Incessante scambio di vedute.
Due volte me. Due me. Me e l'altra me. Continuamente, ancora.

Mezzanotte e nove minuti.
Sto già meglio.

Finirà mai questo dolore?
Paralizzante stato di vita.

Mare dentro: un uomo su uno scoglio guarda l'acqua. Vuole tuffarsi, non lo fa. E' quell'attimo. Và quando una voce grossa mette a tacere le altre e via, dentro il mare. Freddo, vita.
Non era così difficile.

Tu, il mio dialogo. Il mio mare. Il mio stato di apnea.
Finirà, finirai.
Sopravviveremo.