venerdì 10 luglio 2015

Sole silente sè sola

Quella sera andava di corsa. Aveva fatto una doccia veloce, senza quei movimenti lenti e quell'appropinquarsi con il viso allo specchio che la intratteneva in genere per diversi minuti. C'erano delle gocce d'acqua per terra che lasciò assorbisse lo scendi bagno. Pensava, chissà come mai, quando aveva premura riusciva comunque a fare tutto e farlo bene, senza scordare nulla, ma abbandonò quel pensiero nella scatola delle cose che hanno un posto tutto loro in testa, il posto delle cose senza risposta. Il caldo estenuante aveva già vanificato la freschezza dell'acqua e l'effetto ammorbidente del bagnoschiuma sulla pelle, ma un po' per vizio, un po' per vanità, avvicinò il naso alla spalla e approfittò del profumo sulla pelle di cui andava fiera. Salì i pochi gradini che la conducevano al suo solito posto e si sedette davanti al pc per togliersi quel pensiero dalla mente e poter uscire. Si sbrigò in fretta, assicurandosi che l'ortografia non pagasse il prezzo della sua premura. Il pezzo andava fatto subito per essere pubblicato il giorno dopo, al mattino presto; sapeva esattamente cosa dire e come dirlo, sapeva quale servizio offrire alla gente quella volta ed era sollevata perchè non avrebbe destato alcuno scalpore. La soddisfazione non sarebbe stata la stessa, e non ci sarebbe stata nemmeno quell'adrenalina che si genera quando osiamo andare oltre il cortile del legalismo e delle formalità. Ma le faceva così bene scrivere, era ciò di cui aveva bisogno quella sera: un quadro generato dall'esigenza d un impegno preso e completato nell'arco di tempo che era sufficiente; una cosa semplice, ordinata e completa. Le gambe non smettevano di muoversi, aveva infatti il vizio di scaricare la tensione il più lontano possibile da sè e le gambe sembravano il mezzo migliore per farlo, mentre le mani erano impegnate a scrollarsi di dosso tutto quello che la sua testa produceva e che il corpo somatizzava e poi cacciava battendolo sulla tastiera. Una macchina perfetta, fin quando guida le sue tratte nella certezza del conosciuto. Pianificazione, immagine in evidenza, tag, un titolo didascalico più o meno accattivante e via. Erano già le 23, così scelse la solita catena al collo e una maglia che si trovava disordinata sulla sedia accanto al letto, si riattaccò i capelli alla meno peggio, riflettendo di sfuggita sul momento in cui si sarebbe decisa a tagliarli; era "pronta" e uscì di casa. Per ottimizzare il tempo, approfittò della strada per fare alcune telefonate importanti. Fu sufficiente per innescare nuovamente la confusione che prima aveva abilmente sgomberato con la sensazione di aver fatto già tutto quello che aveva da fare; come  quando si becca la carta "Ritorna al via!" al Monopoli. Respirò a fondo sedendosi sulla panchina che nel frattempo aveva raggiunto e vide quel luogo famigliare accogliere il suo sospiro; in fondo, quella era la sua casa, ovvero il posto accanto al quale poter eguagliare il suo nome. Ironico che a farne da cornice ci sia proprio una vecchia fortezza post-medioevale. Le sue certezze rassicuranti racchiuse dalle mura alte che difendevano dai nemici, così additati solo perchè sconosciuti. Un accenno di sorriso sarcastico le si formò sulle labbra, mentre lo sguardo si faceva ampio e angoscioso, se solo qualcuno fosse stato lì ad attraversarlo. Ma così fu più semplice mettere a tacere le emozioni che reclamano le loro note per fuoriuscire melodicamente un giorno. Ma non adesso. Le sagome delle amiche si erano formate davanti ai suoi occhi e si pentì di non essersi soffermata davanti allo specchio quella sera. Immaginò i suoi capelli mossi e raccolti alla meno peggio,
aumentare in minuscoli fili biondi nella testa che da lontano sarebbe sicuramente sembrata l'alone di luce di una lampada da terra, ma sapeva di non poter fare nulla per impedirlo; era così umida e calda la serata. Poche chiacchiere sopra un limoncello sottomarca, le beffe del venticello che richiedono la sciarpa sulle spalle nonostante l'appiccicaticcio della pelle, e il tempo che scorre veloce. Si arrese felicemente alla notte, trovando negli occhi della sua migliore amica l'accordo silente che sanciva la fine di quel summit utile a distrarsi. Sotto i sandali poteva sentire la polvere che si era insinuata, ma faceva parte del rituale lavare i piedi prima di coricarsi, così fu felice in modo forse un pò fanatico. Il giorno era volto al termine e ciò le permise di stringere un patto con sè stessa: la lotta si spense, il qui e ora esigeva riposo. Rilassò le membra concentrandosi solo sui muscoli del proprio corpo, iniziò dalla fronte e la mandibola, poi collo, spalle e braccia fino alle dita delle mani. Il petto, il ventre, il bacino. Il sotto coscia, le gambe, i talloni. Si rese conto che il sonno stava sopraggiungendo e capì che poteva concedersi di mettersi sul fianco, la mano sotto il cuscino. Poi, per completare quell'ordinario dipinto, disegnò il dettaglio che lo avrebbe reso perfetto, e lentamente si concesse la sensazione sulla pelle di essere avvolta da un tenero, immaginario, forse vero nella sua irrazionalità, abbraccio di un altro. 

mercoledì 17 giugno 2015

La mia preghiera nel tempio di questo tempo

 Dovrei ricercare tra le pagine del mio "Manuale del guerriero della luce" l'aneddoto giusto per questo momento. Quasi certamente mi verrebbe detto che il guerriero della luce si siede e aspetta, non si lascia trascinare dagli eventi, nè dalla rabbia. Non ce la fa proprio a rimanere fermo però. Così, poichè sa che adirarsi sarebbe inutile, si dirige verso il suo tempio per recitare le sue preghiere.

Ed eccomi qui, a cacciare dalla mente i pensieri e dagli occhi le lacrime. Ho premuto play sulla lista "Imagine Dragons- Live", sono versioni delle loro canzoni più soft, leggere, quei pezzi che ti permettono di apprezzare le parole, i testi oltre la musica. E' una terapia dolce: i sensi si raccolgono in un unico piacere; le dita battono, sfiori la tastiera, senti il suono in lontananza, camuffato dalle tracce che nel frattempo ascolti con le cuffie per cui hai speso 15 euro, per essere buone. La bocca al sapore di caffè appena preso, mentre il calore a volte si fa percepire lungo le braccia fin sopra la testa. Gli occhi, gli stessi che bruciavano fino a questa notte, adesso vedono costruirsi piano una macchia di nero multiforme, ma omogenea nel suo complesso. Una parola dietro l'altra alla fine è solo questo momento. Un momento di rabbia, un momento in cui si formulano immagini e discorsi nell'ideale attimo in cui la vita sarebbe un film, ma è solo vita, e certi climax non avverranno mai. Non lo sai mai che storia c'è dietro ognuno, non puoi, come fai? Come lo scopri quello che il suo stomaco sente, come si aggroviglia, come brucia, come si sbatte?

E' tremendamente facile in questi attimi vedere solo nero, vedere le cose complicarsi, incresparsi di disagio, riempirsi di difficoltà, e rimanere per giorni, settimane, immobili, senza abbandonare questo stramaledettissimo limbo in cui la tua vita ricasca costantemente. Dopo tutti quegli sforzi...dopo l'appannaggio della speranza, dopo, solo dopo, averci creduto.

Come ti salvi?

L'equilibrio è tutto. Così per ogni canzone che ti atterrerà, un'altra ti farà sentire #onthetopoftheworld, per ogni lacrima che chiederà il permesso per uscire, la caccerai via senza possibilità di tornare a fare male, e per ogni sconfitta ci sarà gloria, per ogni beffa onore, per ogni tradimento giustizia.

L'ultimo anno al liceo fu caratterizzato dall'immancabile protesta per l'ennesima inutile riforma alla scuola. Inutile la riforma, inutile la protesta, è chiaro. Ma lo capii solo molto tempo dopo. Perchè se dai la possibilità a un 18enne di protestare, ci metterà l'anima dentro quella ribellione. E così feci anche io, finchè non mi ritrovai nel mezzo di un corteo a Palermo e mi cagai di sopra quando, poco distante da me iniziarono a scoppiare i primi colpi di fumogeni e piccoli razzi da stadio. Mi misi a correre senza sapere minimamente dove andare, terrorizzata e profondamente pentita.
A distanza di qualche anno è cambiato il contesto ma non il senso delle mie rivolte ad extra. Se ti colpiscono, se ti calunniano, se ti mortificano, se la miccia del tuo fuoco viene dall'esterno, la tua sarà una vana ribellione. Sarai come la rissa per strada rispetto a un match sul ring; sarai come una denuncia penale rispetto a un dialogo costruttivo e se volessimo, risolutore.

L'equilibrio è tutto. Devi essere più forte degli attimi di ira, più forte di una scarica di adrenalina, più forte del combattimento che vorrebbero farti intraprendere. Cercano i kamikaze, cercano gli agnelli da immolare...ma tu "porgi l'altra guancia"! Non è farsi calpestare ancora, ma porre l'avversario al tuo livello, costringerlo al combattimento leale, con armi pari. Come il servo venendo schiaffeggiato dal padrone sulla guancia destra, si voltava per porgergli la sinistra, lo costringeva, se avesse voluto colpirlo ancora, a utilizzare il palmo e non più l'esterno della mano. Il palmo della mano era qualcosa di più intimo, delicato e prezioso per il padrone che allora, si troverà a usare verso il servo.

E si sopravvive, sempre.  

domenica 7 giugno 2015

Ascoltare voce del verbo Amare

Quando arriva la sera generalmente mi pongo una domanda: "sono stata produttiva oggi?"
Mi serve per fare sempre il punto della situazione, verificarmi e compiacermi.
Per potermi ritenere soddisfatta oggi credo sia doveroso il passaggio da questo blog, per non lasciare alla precarietà delle parole quella che considero una grande ricchezza.

Questa è stata la prima giornata di vero caldo nella stagione, preludio forse di un periodo di fatica e sudore; ma era pur sempre domenica e non poteva mancare una sosta al bar con gli amici...

Con molta naturalezza si è avvicinato a noi un uomo, un signore del paese che conosciamo e rispettiamo, che tutti rispettano, simpatico e di compagnia. Si è seduto tra noi e ha ordinato da bere per tutti...
Non ci è voluto molto per capire che aveva voglia di stare in mezzo a noi e di essere ascoltato, come tutti gli anziani: un incredibile bagaglio di memorie, alcune delle quali spero di imprimere in questo post.

Quando ho completato le scuole elementari in Sardegna - ha cominciato - volevo continuare con le medie, ma avrei dovuto spostarmi dalla provincia a Cagliari; così mio padre mi disse di lasciare perdere perchè avevamo un grande bestiame e potevo occuparmi di quello. Ma a me "annoiava" badare al bestiame e "vosi" continuare. Così andai a Roma e presi la terza media; e poi chi putia fari? C'era u marito di mia sorella a "Ggermania" e mi disse: "Veni qua che ti faccio lavorare io"; e andai a Germania a lavorare in fabbrica. Si guadagnava eh...lì trovai una ragazza ma non era mia moglie ah! Un giorno arrivò mia moglie: ou...appena la vosi vedere con i capelli che arrivavano sotto il sedere, lo capii subito eh...Allora ci dissi all'altra ragazza:"noi rimaniamo amici" e vosi andare con mia moglie. Lei c'aveva i suoi fratelli là e non la potevo toccare, neanche così ah...solo da lontano; allora era il 15 dicembre del '62 e dovevamo tornare a casa per Natale; allora abbiamo deciso di scendere insieme ma i suoi fratelli mi dissero: "Tu non vieni a Pollina però". E niente...quando siamo arrivati a Roma ci promisi a mia moglie che lei andava a casa sua a fare le carte e io andavo a casa mia a fare le carte per il matrimonio. Quando sono arrivato a casa i miei parenti mi hanno preparato tutto, vosi portare il formaggio e la carne quella buona, pronta, perfetta. E così partii - ascolta Sofia, intercalava - e arrivai a Palermo; io un canusciva niente, non mi sapevo muovere e allora presi il taxi. Avia l'indirizzo e c'hu fici avvidiri a chiddu. "Ma io un sacciu unn'è Pollina" mi disse quello; io ci dissi "Puoi parlare in italiano per favore?", non lo avevo capito chi diciva, non conoscevo ancora il siciliano. "Non so dove è Pollina, ma comunque partiamo". Appena siamo arrivati u Finali e vidimu Pollina in capu dda muntagna ci vinni a confusioni: "dda supra amu a cchianari?". "Camina" ci dissi; io ero tranquillo, mia madre mi avia cucito i soldi d'intra la camicia e stavo sereno - capito Giusy? - e siamo arrivati a Pollina alla Maddalena e iddu si firmau; ma io ci dissi "Acchiana ancora fino a unni pò iri a machina". Allora si fermò nella curva più sopra e io scinnivu cu tutti i valigi e i cosi i manciari. Ci dissi "Quant'è?" - "Diecimila lire"- allora ce nne detti dodicimila e ci dissi di andare a mangiare. E quello "Grazie grazie", baci, abbracci, era contentissimo. -Ride- Allora c'erano due e ci vosi dumannari perchè dovevo trovare a me mugghieri, ci fici vedere la fotografia e uno mi dissi "Ma è me cuscina!" e mi ci purtò. Lei non era sola, c'era sua madre, le sue sorelle ma mi sono trovato subito bene ah...poi ci siamo sposati ah e siamo tornati subito a Germania per il viaggio di nozze. Ou...sono passati 52 anni e la voglio bene come il primo giorno...
Ou...io sono maestro di autodifesa ah, e questo è importante perchè ho l'autocontrollo...ed è importante perchè ti fa resistere alle tentazioni, hai la disciplina...

Si era fatto tardi; sentivo la stanchezza ma anche la gratitudine per quel tempo speso ad ascoltare. Sono tornata a casa perchè la processione per la festa del Corpus Domini era già partita da un pezzo. Avevo bisogno di silenzio e di togliermi di dosso l'appicicaticcio causato dalla forte umidità. Poi sono scesa per strada, aspettando che il Sacramento passasse: dovevo suggellare quello stato d'animo, rendere grazie.

Al passaggio del Santissimo mi sono soffermata a guardare e quello che cercavo mi fu chiaro: il signor Angelo aveva conosciuto l'amore incontrandolo, da allora non ha più smesso.
La mia processione era stata compiuta, solo per altre vie.

Pregare è adorare, adorare è amare in silenzio.

"Ora lascia, o Signore, che io vada in pace
perchè ho visto le tue meraviglie..."

lunedì 18 maggio 2015

Apnea


Questo è quello che Coelho definirebbe "il ritiro nel luogo sacro" del suo Guerriero della luce.

Mezzanotte e tre minuti.
Maggio a metà.
Domani una prova mi attende.

Devo infondermi coraggio, così ho pensato di ritardare l'ora in cui andare a dormire e innescare dentro di me quel meccanismo che mi rende più forte, più carica, più...me stessa.

Siamo il peggior nemico che possa capitare a noi stessi e me ne rendo conto sempre più davanti alle occasioni della vita. Proclamiamo il coraggio ma la viltà è sempre dietro l'angolo.

Un dialogo interiore ricorrente e incessante non mi abbandona, ascoltarlo è l'esercizio più difficile.

A: "Andrà male"
B: "Hai tutte le carte in regola per farlo andare bene"
A: "Non c'entri niente là..."
B: "Ma è solo un intervento..."
A: "E se succede qualcosa?"
B: "Non accadrà nulla...prima che possa accorgertene sarà tutto finito"

Incessante scambio di vedute.
Due volte me. Due me. Me e l'altra me. Continuamente, ancora.

Mezzanotte e nove minuti.
Sto già meglio.

Finirà mai questo dolore?
Paralizzante stato di vita.

Mare dentro: un uomo su uno scoglio guarda l'acqua. Vuole tuffarsi, non lo fa. E' quell'attimo. Và quando una voce grossa mette a tacere le altre e via, dentro il mare. Freddo, vita.
Non era così difficile.

Tu, il mio dialogo. Il mio mare. Il mio stato di apnea.
Finirà, finirai.
Sopravviveremo.



domenica 19 aprile 2015

Storia di un cervello e della vita che le insegnò a usarlo

 Ci sono alcuni periodi della vita in cui il viaggio diventa esclusivamente avventura. Momenti, giornate, serate, intense discussioni che ti seccano la gola possono essere a pieno titolo definite "avventura". Ho scoperto che l'adrenalina si scatena non solo in situazioni estreme, nuove, paradossali o pericolose. C'è chi la scatena facendo bungee jumping, chi cantando ai concerti, chi ballando in discoteca, chi in milioni di attività che per ciascuno rappresentano la propria passione.
Ecco, ho scoperto che l'adrenalina viene fuori quando stai dentro le cose, le vivi, le respiri, le desideri e sei pienamente e totalmente coinvolto da esse. La cosa che più preferisco di quando ho adrenalina è ciò che manifesto con il mio volto: disinvolto, autentico, ricco. E sono certa che è chiaro e lucente come il sole agli occhi di tutti. Chi mi conosce lo sa; e non se ne preoccupa. Non ci sarebbe questa carica infatti, se non significasse anche una serenità di fondo, che è frutto di una scelta fatta sempre nella libertà. 

Mi sento libera quando posso esprimere  il mio pensiero, mi sento libera quando qualcuno mi chiama per confrontarsi con me, mi sento libera quando posso contribuire a rendere bello un progetto; libera nella mia passione, nella mia arte, nella mia unicità, nei miei quasi 23 anni, libera. E' un periodo difficile per chi ha 23 anni, vi assicuro. Non puoi vivere spensierato, ma non puoi non vivere. Devi andare costantemente alla ricerca di equilibrio, devi interrogarti, devi ponderare ogni scelta e minimizzare il rischio, ma devi rischiare soprattutto. Devi prenderti la responsabilità di uno sbaglio, ma ambire alla vittoria sempre, devi difendere i tuoi sogni ma costruire ogni giorno un pezzetto di quel futuro che magari tieni in serbo nel tuo cuore. E agli occhi di alcuni forse tutto questo non sarà limpido allo stesso modo della tua carica, non sarà canonico, non sarà come camminare su una strada solcata da molti e quindi sicura, conosciuta. 

La libertà a volte ti porta su sentieri inesplorati e di certo senza traffico e code ai caselli. Ma paghi tanti pedaggi, forse più di quanti dovresti. Ho scoperto che troppe bocche professano la stessa frase, fino a svilirla: "voi giovani siete il futuro": beh, con dispiacere devo ammettere non tutti ci credono veramente quando lo dicono. O forse non ne hanno afferrato il senso più vero e profondo. C'è poca coerenza tra questa convinzione e il modo in cui molti dimostrano di credere in quelle parole. 

Non si può dire a un ragazzo di osare, e poi fargli mancare il tuo appoggio; non puoi dire a un giovane di crescere, e non offrirti come modello. Essere giovani è una responsabilità più di chi giovane non lo è più che di lo è effettivamente. Io mi aspetto coraggio da chi mi insegna la vita, mi aspetto prudenza ma un pizzico di follia da chi ha già sfondato la porta dell'età adulta. Mi aspetto una pacca sulla spalla solo dopo che ti sei incazzato con me perchè ho sbagliato. Mi aspetto accoglienza, non giudizio. Apertura, non resistenza. Se mi viene chiesto di non avere paura, non puoi dirmelo col terrore per l'idea di cambiamento negli occhi. Se mi mandi per la via, non puoi rimanere nel tuo cantuccio comodo. Se mi sporco le mani, non puoi lasciarmi solo nel fango. Se oso la mia posizione, non rincorrermi per farmi tornare a tacere. 

I miei quasi 23 anni hanno esatto da me coraggio, ma mai incoscienza; forza, ma mai oppressione. I miei 23 anni sono oggi più una tua responsabilità. Ma "io comunque la mia parte ve la voglio garantire". La mia garanzia è il mio cervello, che non va dimostrato, non va sfruttato all'occorrenza, non va dimenticato soprattutto. 
Sono offesa con chi ha pensato il contrario, sono mortificata. 

Ma non avete idea di quanto sono carica. 



martedì 10 marzo 2015

Lo giuro, vivo.

"Hope if everybody runs         
 You choose to stay..."       [One Republic, I lived]

"Spero che se tutti corrono
 Tu decida di fermarti..."

Ripetevo tra me e me questa frase, canticchiandola mentre con la mano sinistra alzavo un mazzo di carte siciliane e nervosamente le lasciavo andare una per una, solleticandomi le dita. Un gesto come tanti che si fanno inconsciamente mentre la testa viaggia e va altrove. Così ho deciso di fermarmi davvero.

Mi trovavo su un terrazzo questo pomeriggio. La vista mi offriva un curioso panorama: c'erano le case innanzitutto, spazi indefiniti, una macchia verde da cui saltava fuori una grande recinzione alta, non era che un campo da calcetto. A sinistra il promontorio che si getta a strapiombo sulla costa, sopra, il tramonto. Per constatare il movimento in quello scatto fermo, bisognava necessariamente ricorrere all'immaginazione.

Il mio posto è così: appare immobile, ma sta solo proteggendo la vita. Pensate alla pancia di una donna gravida, una grande palla rigida, stirata, forte, e pensate dentro nel frattempo, un battito, il sangue in circolo, gambe che scalciano. Un feto è un grande segreto che si tramuta in promessa e si realizza in bellezza assoluta. Una storia a lieto fine come ne servirebbero tante. Come servirebbe a questo posto, il mio posto. Le case sono ferme, appaiono immobili. Santo Cielo, persino questo mondo appare fermo, "eppur si muove!". Il movimento insomma sta nelle cose, nel loro cuore, "inside". Gli ortaggi maturano nel loro guscio, i sensi elaborano dentro di noi ogni percezione, un meraviglioso verso di Foscolo recita: "dorme lo spirto guerrier ch'entro mi rugge".

Insomma, se non fossimo mossi, non saremmo. Lungi da me la volontà di fare filosofia, in questo periodo apprezzo e mi sforzo piuttosto di adoperare con praticità. Per questa ragione ho agito. Per questa ragione sto scrivendo.

Procedendo in un ragionamento unicamente teorico, possiamo affermare che nel potenziale dell'uomo ci sono grandi mete come la santità, l'eroismo, la gloria terrena, la memoria storica. Queste non sono promesse vendute da bravi mercanti, non sono le risposte evasive di politici in cerca di consenso. Sono verità dimenticate. Così se un individuo sa di poter puntare solo fino a 80, probabilmente raggiungerà 60. Difficilmente si pone come obiettivo 100 e, pare evidente in caso contrario, ottenere 80 sarebbe più semplice e oggettivamente più soddisfacente.

Dunque sento di concludere che l'uomo non ha coscienza del proprio essere.

Vi chiederete, cosa accidenti c'entra la coscienza dell'uomo con il mio posto visto da quel terrazzo questo pomeriggio?

Ci vuole una coscienza innanzitutto per guardare con occhi sognanti il mio posto da quel terrazzo e credere di poter dare una via di fuga a tutto quel movimento che è ancora immobilizzato in esso.
Ci vuole coscienza per camminare su un suolo e riconoscerne i bisogni e prendersene cura come una donna gravida si comporta con il proprio bambino, mentre egli cresce, indisturbato, libero ma protetto.
Ci vuole coscienza per sentirsi orgogliosi e chissà quanto felici di abbracciare quella creatura che ha preso vita nella vita che hai saputo offrire.

Il mio posto è una donna gravida, in essa vive la bellezza. La bellezza ha il diritto di essere curata.

Per questo mi sono messa in moto, perchè allo stato delle cose la bellezza sta morendo. Figlia di una madre egoista.



mercoledì 11 febbraio 2015

Ad armi pari (ti rispondo in poesia)


Artwork by Svetlana Valueva
Non so molto di poesia, almeno della tecnica poetica. E non pretendo di farne. Stavolta però è doveroso, un doveroso compromesso tra le mie emozioni e la mia razionalità. 

Ad armi pari è la breve di un messaggero che forse morirà tornando in patria. E' l' epilogo delle trattative di armistizio o la fine di una tregua non risolutiva. E' una dichiarazione, è, ancora una volta, sacrosanta verità. 
Nel rammarico ho trovato bellezza, ma non per questo mi ritengo un'artista. 
Mi girano a tremila a dirla tutta. Anyway...

Ti rispondo con un verso
Mi hai colpito come un botto
Lascio andare le difese, le paure e l'irrisolto
Se c'è posto nel tuo universo.

Ti rimprovero per un pò 
ma a dirla tutta cosa è giusto non lo so

Posso andare via e sognare un'altra nostalgia
Ti libero dall'inganno
Non ci sarà affanno
Se lo vuoi, metti fine alla magia.

E' una lezione che non impari
ma da oggi ti conosco:
all' ombra stai fresco
ma nell'emozione siamo veterani

Questo è un gioco ad armi pari.