Quando arriva la sera generalmente mi pongo una domanda: "sono stata produttiva oggi?"
Mi serve per fare sempre il punto della situazione, verificarmi e compiacermi.
Per potermi ritenere soddisfatta oggi credo sia doveroso il passaggio da questo blog, per non lasciare alla precarietà delle parole quella che considero una grande ricchezza.
Questa è stata la prima giornata di vero caldo nella stagione, preludio forse di un periodo di fatica e sudore; ma era pur sempre domenica e non poteva mancare una sosta al bar con gli amici...
Con molta naturalezza si è avvicinato a noi un uomo, un signore del paese che conosciamo e rispettiamo, che tutti rispettano, simpatico e di compagnia. Si è seduto tra noi e ha ordinato da bere per tutti...
Non ci è voluto molto per capire che aveva voglia di stare in mezzo a noi e di essere ascoltato, come tutti gli anziani: un incredibile bagaglio di memorie, alcune delle quali spero di imprimere in questo post.
Quando ho completato le scuole elementari in Sardegna - ha cominciato - volevo continuare con le medie, ma avrei dovuto spostarmi dalla provincia a Cagliari; così mio padre mi disse di lasciare perdere perchè avevamo un grande bestiame e potevo occuparmi di quello. Ma a me "annoiava" badare al bestiame e "vosi" continuare. Così andai a Roma e presi la terza media; e poi chi putia fari? C'era u marito di mia sorella a "Ggermania" e mi disse: "Veni qua che ti faccio lavorare io"; e andai a Germania a lavorare in fabbrica. Si guadagnava eh...lì trovai una ragazza ma non era mia moglie ah! Un giorno arrivò mia moglie: ou...appena la vosi vedere con i capelli che arrivavano sotto il sedere, lo capii subito eh...Allora ci dissi all'altra ragazza:"noi rimaniamo amici" e vosi andare con mia moglie. Lei c'aveva i suoi fratelli là e non la potevo toccare, neanche così ah...solo da lontano; allora era il 15 dicembre del '62 e dovevamo tornare a casa per Natale; allora abbiamo deciso di scendere insieme ma i suoi fratelli mi dissero: "Tu non vieni a Pollina però". E niente...quando siamo arrivati a Roma ci promisi a mia moglie che lei andava a casa sua a fare le carte e io andavo a casa mia a fare le carte per il matrimonio. Quando sono arrivato a casa i miei parenti mi hanno preparato tutto, vosi portare il formaggio e la carne quella buona, pronta, perfetta. E così partii - ascolta Sofia, intercalava - e arrivai a Palermo; io un canusciva niente, non mi sapevo muovere e allora presi il taxi. Avia l'indirizzo e c'hu fici avvidiri a chiddu. "Ma io un sacciu unn'è Pollina" mi disse quello; io ci dissi "Puoi parlare in italiano per favore?", non lo avevo capito chi diciva, non conoscevo ancora il siciliano. "Non so dove è Pollina, ma comunque partiamo". Appena siamo arrivati u Finali e vidimu Pollina in capu dda muntagna ci vinni a confusioni: "dda supra amu a cchianari?". "Camina" ci dissi; io ero tranquillo, mia madre mi avia cucito i soldi d'intra la camicia e stavo sereno - capito Giusy? - e siamo arrivati a Pollina alla Maddalena e iddu si firmau; ma io ci dissi "Acchiana ancora fino a unni pò iri a machina". Allora si fermò nella curva più sopra e io scinnivu cu tutti i valigi e i cosi i manciari. Ci dissi "Quant'è?" - "Diecimila lire"- allora ce nne detti dodicimila e ci dissi di andare a mangiare. E quello "Grazie grazie", baci, abbracci, era contentissimo. -Ride- Allora c'erano due e ci vosi dumannari perchè dovevo trovare a me mugghieri, ci fici vedere la fotografia e uno mi dissi "Ma è me cuscina!" e mi ci purtò. Lei non era sola, c'era sua madre, le sue sorelle ma mi sono trovato subito bene ah...poi ci siamo sposati ah e siamo tornati subito a Germania per il viaggio di nozze. Ou...sono passati 52 anni e la voglio bene come il primo giorno...
Ou...io sono maestro di autodifesa ah, e questo è importante perchè ho l'autocontrollo...ed è importante perchè ti fa resistere alle tentazioni, hai la disciplina...
Si era fatto tardi; sentivo la stanchezza ma anche la gratitudine per quel tempo speso ad ascoltare. Sono tornata a casa perchè la processione per la festa del Corpus Domini era già partita da un pezzo. Avevo bisogno di silenzio e di togliermi di dosso l'appicicaticcio causato dalla forte umidità. Poi sono scesa per strada, aspettando che il Sacramento passasse: dovevo suggellare quello stato d'animo, rendere grazie.
Al passaggio del Santissimo mi sono soffermata a guardare e quello che cercavo mi fu chiaro: il signor Angelo aveva conosciuto l'amore incontrandolo, da allora non ha più smesso.
La mia processione era stata compiuta, solo per altre vie.
Pregare è adorare, adorare è amare in silenzio.
"Ora lascia, o Signore, che io vada in pace
perchè ho visto le tue meraviglie..."
Scelgo di vivere la mia vita un carattere alla volta, a ragione di un impulso che si esaurisce sulle battute finali di una tastiera o nell'incontrollato movimento del polso.
domenica 7 giugno 2015
lunedì 18 maggio 2015
Apnea
Questo è quello che Coelho definirebbe "il ritiro nel luogo sacro" del suo Guerriero della luce.
Mezzanotte e tre minuti.
Maggio a metà.
Domani una prova mi attende.
Devo infondermi coraggio, così ho pensato di ritardare l'ora in cui andare a dormire e innescare dentro di me quel meccanismo che mi rende più forte, più carica, più...me stessa.
Siamo il peggior nemico che possa capitare a noi stessi e me ne rendo conto sempre più davanti alle occasioni della vita. Proclamiamo il coraggio ma la viltà è sempre dietro l'angolo.
Un dialogo interiore ricorrente e incessante non mi abbandona, ascoltarlo è l'esercizio più difficile.
A: "Andrà male"
B: "Hai tutte le carte in regola per farlo andare bene"
A: "Non c'entri niente là..."
B: "Ma è solo un intervento..."
A: "E se succede qualcosa?"
B: "Non accadrà nulla...prima che possa accorgertene sarà tutto finito"
Incessante scambio di vedute.
Due volte me. Due me. Me e l'altra me. Continuamente, ancora.
Mezzanotte e nove minuti.
Sto già meglio.
Finirà mai questo dolore?
Paralizzante stato di vita.
Mare dentro: un uomo su uno scoglio guarda l'acqua. Vuole tuffarsi, non lo fa. E' quell'attimo. Và quando una voce grossa mette a tacere le altre e via, dentro il mare. Freddo, vita.
Non era così difficile.
Tu, il mio dialogo. Il mio mare. Il mio stato di apnea.
Finirà, finirai.
Sopravviveremo.
domenica 19 aprile 2015
Storia di un cervello e della vita che le insegnò a usarlo
Ci sono alcuni periodi della vita in cui il viaggio diventa esclusivamente avventura. Momenti, giornate, serate, intense discussioni che ti seccano la gola possono essere a pieno titolo definite "avventura". Ho scoperto che l'adrenalina si scatena non solo in situazioni estreme, nuove, paradossali o pericolose. C'è chi la scatena facendo bungee jumping, chi cantando ai concerti, chi ballando in discoteca, chi in milioni di attività che per ciascuno rappresentano la propria passione.
Non si può dire a un ragazzo di osare, e poi fargli mancare il tuo appoggio; non puoi dire a un giovane di crescere, e non offrirti come modello. Essere giovani è una responsabilità più di chi giovane non lo è più che di lo è effettivamente. Io mi aspetto coraggio da chi mi insegna la vita, mi aspetto prudenza ma un pizzico di follia da chi ha già sfondato la porta dell'età adulta. Mi aspetto una pacca sulla spalla solo dopo che ti sei incazzato con me perchè ho sbagliato. Mi aspetto accoglienza, non giudizio. Apertura, non resistenza. Se mi viene chiesto di non avere paura, non puoi dirmelo col terrore per l'idea di cambiamento negli occhi. Se mi mandi per la via, non puoi rimanere nel tuo cantuccio comodo. Se mi sporco le mani, non puoi lasciarmi solo nel fango. Se oso la mia posizione, non rincorrermi per farmi tornare a tacere.
Ecco, ho scoperto che l'adrenalina viene fuori quando stai dentro le cose, le vivi, le respiri, le desideri e sei pienamente e totalmente coinvolto da esse. La cosa che più preferisco di quando ho adrenalina è ciò che manifesto con il mio volto: disinvolto, autentico, ricco. E sono certa che è chiaro e lucente come il sole agli occhi di tutti. Chi mi conosce lo sa; e non se ne preoccupa. Non ci sarebbe questa carica infatti, se non significasse anche una serenità di fondo, che è frutto di una scelta fatta sempre nella libertà.
Mi sento libera quando posso esprimere il mio pensiero, mi sento libera quando qualcuno mi chiama per confrontarsi con me, mi sento libera quando posso contribuire a rendere bello un progetto; libera nella mia passione, nella mia arte, nella mia unicità, nei miei quasi 23 anni, libera. E' un periodo difficile per chi ha 23 anni, vi assicuro. Non puoi vivere spensierato, ma non puoi non vivere. Devi andare costantemente alla ricerca di equilibrio, devi interrogarti, devi ponderare ogni scelta e minimizzare il rischio, ma devi rischiare soprattutto. Devi prenderti la responsabilità di uno sbaglio, ma ambire alla vittoria sempre, devi difendere i tuoi sogni ma costruire ogni giorno un pezzetto di quel futuro che magari tieni in serbo nel tuo cuore. E agli occhi di alcuni forse tutto questo non sarà limpido allo stesso modo della tua carica, non sarà canonico, non sarà come camminare su una strada solcata da molti e quindi sicura, conosciuta.
La libertà a volte ti porta su sentieri inesplorati e di certo senza traffico e code ai caselli. Ma paghi tanti pedaggi, forse più di quanti dovresti. Ho scoperto che troppe bocche professano la stessa frase, fino a svilirla: "voi giovani siete il futuro": beh, con dispiacere devo ammettere non tutti ci credono veramente quando lo dicono. O forse non ne hanno afferrato il senso più vero e profondo. C'è poca coerenza tra questa convinzione e il modo in cui molti dimostrano di credere in quelle parole.
Non si può dire a un ragazzo di osare, e poi fargli mancare il tuo appoggio; non puoi dire a un giovane di crescere, e non offrirti come modello. Essere giovani è una responsabilità più di chi giovane non lo è più che di lo è effettivamente. Io mi aspetto coraggio da chi mi insegna la vita, mi aspetto prudenza ma un pizzico di follia da chi ha già sfondato la porta dell'età adulta. Mi aspetto una pacca sulla spalla solo dopo che ti sei incazzato con me perchè ho sbagliato. Mi aspetto accoglienza, non giudizio. Apertura, non resistenza. Se mi viene chiesto di non avere paura, non puoi dirmelo col terrore per l'idea di cambiamento negli occhi. Se mi mandi per la via, non puoi rimanere nel tuo cantuccio comodo. Se mi sporco le mani, non puoi lasciarmi solo nel fango. Se oso la mia posizione, non rincorrermi per farmi tornare a tacere.
I miei quasi 23 anni hanno esatto da me coraggio, ma mai incoscienza; forza, ma mai oppressione. I miei 23 anni sono oggi più una tua responsabilità. Ma "io comunque la mia parte ve la voglio garantire". La mia garanzia è il mio cervello, che non va dimostrato, non va sfruttato all'occorrenza, non va dimenticato soprattutto.
Sono offesa con chi ha pensato il contrario, sono mortificata.
Ma non avete idea di quanto sono carica.
martedì 10 marzo 2015
Lo giuro, vivo.
"Hope if everybody runs
You choose to stay..." [One Republic, I lived]
"Spero che se tutti corrono
Tu decida di fermarti..."
Ripetevo tra me e me questa frase, canticchiandola mentre con la mano sinistra alzavo un mazzo di carte siciliane e nervosamente le lasciavo andare una per una, solleticandomi le dita. Un gesto come tanti che si fanno inconsciamente mentre la testa viaggia e va altrove. Così ho deciso di fermarmi davvero.
Mi trovavo su un terrazzo questo pomeriggio. La vista mi offriva un curioso panorama: c'erano le case innanzitutto, spazi indefiniti, una macchia verde da cui saltava fuori una grande recinzione alta, non era che un campo da calcetto. A sinistra il promontorio che si getta a strapiombo sulla costa, sopra, il tramonto. Per constatare il movimento in quello scatto fermo, bisognava necessariamente ricorrere all'immaginazione.
Il mio posto è così: appare immobile, ma sta solo proteggendo la vita. Pensate alla pancia di una donna gravida, una grande palla rigida, stirata, forte, e pensate dentro nel frattempo, un battito, il sangue in circolo, gambe che scalciano. Un feto è un grande segreto che si tramuta in promessa e si realizza in bellezza assoluta. Una storia a lieto fine come ne servirebbero tante. Come servirebbe a questo posto, il mio posto. Le case sono ferme, appaiono immobili. Santo Cielo, persino questo mondo appare fermo, "eppur si muove!". Il movimento insomma sta nelle cose, nel loro cuore, "inside". Gli ortaggi maturano nel loro guscio, i sensi elaborano dentro di noi ogni percezione, un meraviglioso verso di Foscolo recita: "dorme lo spirto guerrier ch'entro mi rugge".
Insomma, se non fossimo mossi, non saremmo. Lungi da me la volontà di fare filosofia, in questo periodo apprezzo e mi sforzo piuttosto di adoperare con praticità. Per questa ragione ho agito. Per questa ragione sto scrivendo.
Procedendo in un ragionamento unicamente teorico, possiamo affermare che nel potenziale dell'uomo ci sono grandi mete come la santità, l'eroismo, la gloria terrena, la memoria storica. Queste non sono promesse vendute da bravi mercanti, non sono le risposte evasive di politici in cerca di consenso. Sono verità dimenticate. Così se un individuo sa di poter puntare solo fino a 80, probabilmente raggiungerà 60. Difficilmente si pone come obiettivo 100 e, pare evidente in caso contrario, ottenere 80 sarebbe più semplice e oggettivamente più soddisfacente.
Dunque sento di concludere che l'uomo non ha coscienza del proprio essere.
Vi chiederete, cosa accidenti c'entra la coscienza dell'uomo con il mio posto visto da quel terrazzo questo pomeriggio?
Ci vuole una coscienza innanzitutto per guardare con occhi sognanti il mio posto da quel terrazzo e credere di poter dare una via di fuga a tutto quel movimento che è ancora immobilizzato in esso.
Ci vuole coscienza per camminare su un suolo e riconoscerne i bisogni e prendersene cura come una donna gravida si comporta con il proprio bambino, mentre egli cresce, indisturbato, libero ma protetto.
Ci vuole coscienza per sentirsi orgogliosi e chissà quanto felici di abbracciare quella creatura che ha preso vita nella vita che hai saputo offrire.
Il mio posto è una donna gravida, in essa vive la bellezza. La bellezza ha il diritto di essere curata.
Per questo mi sono messa in moto, perchè allo stato delle cose la bellezza sta morendo. Figlia di una madre egoista.
You choose to stay..." [One Republic, I lived]
"Spero che se tutti corrono
Tu decida di fermarti..."
Ripetevo tra me e me questa frase, canticchiandola mentre con la mano sinistra alzavo un mazzo di carte siciliane e nervosamente le lasciavo andare una per una, solleticandomi le dita. Un gesto come tanti che si fanno inconsciamente mentre la testa viaggia e va altrove. Così ho deciso di fermarmi davvero.
Mi trovavo su un terrazzo questo pomeriggio. La vista mi offriva un curioso panorama: c'erano le case innanzitutto, spazi indefiniti, una macchia verde da cui saltava fuori una grande recinzione alta, non era che un campo da calcetto. A sinistra il promontorio che si getta a strapiombo sulla costa, sopra, il tramonto. Per constatare il movimento in quello scatto fermo, bisognava necessariamente ricorrere all'immaginazione.
Il mio posto è così: appare immobile, ma sta solo proteggendo la vita. Pensate alla pancia di una donna gravida, una grande palla rigida, stirata, forte, e pensate dentro nel frattempo, un battito, il sangue in circolo, gambe che scalciano. Un feto è un grande segreto che si tramuta in promessa e si realizza in bellezza assoluta. Una storia a lieto fine come ne servirebbero tante. Come servirebbe a questo posto, il mio posto. Le case sono ferme, appaiono immobili. Santo Cielo, persino questo mondo appare fermo, "eppur si muove!". Il movimento insomma sta nelle cose, nel loro cuore, "inside". Gli ortaggi maturano nel loro guscio, i sensi elaborano dentro di noi ogni percezione, un meraviglioso verso di Foscolo recita: "dorme lo spirto guerrier ch'entro mi rugge".
Insomma, se non fossimo mossi, non saremmo. Lungi da me la volontà di fare filosofia, in questo periodo apprezzo e mi sforzo piuttosto di adoperare con praticità. Per questa ragione ho agito. Per questa ragione sto scrivendo.
Procedendo in un ragionamento unicamente teorico, possiamo affermare che nel potenziale dell'uomo ci sono grandi mete come la santità, l'eroismo, la gloria terrena, la memoria storica. Queste non sono promesse vendute da bravi mercanti, non sono le risposte evasive di politici in cerca di consenso. Sono verità dimenticate. Così se un individuo sa di poter puntare solo fino a 80, probabilmente raggiungerà 60. Difficilmente si pone come obiettivo 100 e, pare evidente in caso contrario, ottenere 80 sarebbe più semplice e oggettivamente più soddisfacente.
Dunque sento di concludere che l'uomo non ha coscienza del proprio essere.
Vi chiederete, cosa accidenti c'entra la coscienza dell'uomo con il mio posto visto da quel terrazzo questo pomeriggio?
Ci vuole una coscienza innanzitutto per guardare con occhi sognanti il mio posto da quel terrazzo e credere di poter dare una via di fuga a tutto quel movimento che è ancora immobilizzato in esso.
Ci vuole coscienza per camminare su un suolo e riconoscerne i bisogni e prendersene cura come una donna gravida si comporta con il proprio bambino, mentre egli cresce, indisturbato, libero ma protetto.
Ci vuole coscienza per sentirsi orgogliosi e chissà quanto felici di abbracciare quella creatura che ha preso vita nella vita che hai saputo offrire.
Il mio posto è una donna gravida, in essa vive la bellezza. La bellezza ha il diritto di essere curata.
Per questo mi sono messa in moto, perchè allo stato delle cose la bellezza sta morendo. Figlia di una madre egoista.
mercoledì 11 febbraio 2015
Ad armi pari (ti rispondo in poesia)
![]() |
| Artwork by Svetlana Valueva |
Non so molto di poesia, almeno della tecnica poetica. E non pretendo di farne. Stavolta però è doveroso, un doveroso compromesso tra le mie emozioni e la mia razionalità.
Ad armi pari è la breve di un messaggero che forse morirà tornando in patria. E' l' epilogo delle trattative di armistizio o la fine di una tregua non risolutiva. E' una dichiarazione, è, ancora una volta, sacrosanta verità.
Nel rammarico ho trovato bellezza, ma non per questo mi ritengo un'artista.
Mi girano a tremila a dirla tutta. Anyway...
Ti rispondo con un verso
Mi hai colpito come un botto
Lascio andare le difese, le paure e l'irrisolto
Se c'è posto nel tuo universo.
Ti rimprovero per un pò
ma a dirla tutta cosa è giusto non lo so
Posso andare via e sognare un'altra nostalgia
Ti libero dall'inganno
Non ci sarà affanno
Se lo vuoi, metti fine alla magia.
E' una lezione che non impari
ma da oggi ti conosco:
all' ombra stai fresco
ma nell'emozione siamo veterani
Questo è un gioco ad armi pari.
domenica 25 gennaio 2015
Le mie domeniche bestiali
Le mie domeniche bestiali mi piace viverle al contrario, cioè ripensandole.
Sono insolite perchè prima di tutto, iniziano con una sveglia puntata a differenza di tutte le altre. Ma poi capita sempre che prima che parta il suono, mi ritrovo a controllare l'orario e chiedermi perchè sono già sveglia. Ci sono dei vestiti lì ad attendere già dalla sera prima di essere indossati, più o meno sempre gli stessi, o meglio, sono i colori che non cambiano. Rosso vivo per tenere sempre a mente che non si indossa solo un tessuto, si indossa lo spirito giusto. E' ovvio che preparandomi, qualcosa la scorderò a casa. E' altrettanto indiscutibile che una volta a bordo dell'auto che mi porterà alla meta, i conti non tornino: qualcosa manca, qualcosa non la so proprio, qualcosa potrebbe stupirmi. Sempre presente è invece quel bruciore di stomaco e ogni colazione tristemente lasciata, non consumata.
Il viaggio è tempo di trepidazione ma anche di tensione, così cerco di non muovermi più di tanto altrimenti inizio a pensare che non mi sento bene. E' un viaggio sempre condiviso, e questo è bello; significa che nelle mie domeniche bestiali non sono mai sola. Forse è qui che accade, non ne sono certa. Ho aperto lo sportello della macchina per scendere, oggi come sempre, ed è stato come impostare il cambio automatico per guidare, come rileggere ancora una volta lo stesso libro ma scoprirne sempre nuove sfaccettature. Sta di fatto che non mi sono più fermata.
Non so se faccio bene o se faccio male, se me la cavo oppure sono un disastro, se avrei fatto meglio a rimanere a casa o se posso fare la differenza. So che in campo sono scesa per intero, con le mie responsabilità ma anche con la mia persona, so che non ci sarà finzione, perchè non ci sarà tempo di pensare, verrà fuori e basta. Io le vivo così le mie domeniche bestiali, a 100 all'ora, e non mi fermo se non è il mio corpo a farlo, non mi fermo se non finisce la festa.
Il resto si consuma in sguardi: lunghi, complici, improvvisi, cercati...sguardi che valgono più di intere conversazioni, che conservano intatta l'essenza dell'amicizia, che profumano di gioia, che restano a sera nel sorriso inebetito di me viva.
Menzione d'onore a certi abbracci, figli dell'estroversione, maturati nel tempo dell'attesa, esplosi nella grazia di un momento.
Le domeniche bestiali si vivono due volte, per questo sono anche speciali. Finita la festa, inizia un'altra storia, più bella per certi versi: si dice "elaborare" in genere, io non la farei così tecnica. E' il mio mondo tanto quanto quello appena vissuto, dove mi sento ancora come un libro conosciuto ma sempre nuovo per ogni occhio passante dalle sue parole. E mi fa sentire innocente, forse anche fragile. C'è una grande verità racchiusa in quei momenti, ne sono certa, e mi concede il privilegio di schiudersi per rivelarsi. Non è solo cumulo di emozioni, non è solo gioia: sembra più vera pace...
Così amo trattenermi più che posso con essa, lasciandomi addosso quei colori, ripensando a quegli sguardi, rivivendo la mia domenica bestiale.
Sono insolite perchè prima di tutto, iniziano con una sveglia puntata a differenza di tutte le altre. Ma poi capita sempre che prima che parta il suono, mi ritrovo a controllare l'orario e chiedermi perchè sono già sveglia. Ci sono dei vestiti lì ad attendere già dalla sera prima di essere indossati, più o meno sempre gli stessi, o meglio, sono i colori che non cambiano. Rosso vivo per tenere sempre a mente che non si indossa solo un tessuto, si indossa lo spirito giusto. E' ovvio che preparandomi, qualcosa la scorderò a casa. E' altrettanto indiscutibile che una volta a bordo dell'auto che mi porterà alla meta, i conti non tornino: qualcosa manca, qualcosa non la so proprio, qualcosa potrebbe stupirmi. Sempre presente è invece quel bruciore di stomaco e ogni colazione tristemente lasciata, non consumata.
Il viaggio è tempo di trepidazione ma anche di tensione, così cerco di non muovermi più di tanto altrimenti inizio a pensare che non mi sento bene. E' un viaggio sempre condiviso, e questo è bello; significa che nelle mie domeniche bestiali non sono mai sola. Forse è qui che accade, non ne sono certa. Ho aperto lo sportello della macchina per scendere, oggi come sempre, ed è stato come impostare il cambio automatico per guidare, come rileggere ancora una volta lo stesso libro ma scoprirne sempre nuove sfaccettature. Sta di fatto che non mi sono più fermata.
Non so se faccio bene o se faccio male, se me la cavo oppure sono un disastro, se avrei fatto meglio a rimanere a casa o se posso fare la differenza. So che in campo sono scesa per intero, con le mie responsabilità ma anche con la mia persona, so che non ci sarà finzione, perchè non ci sarà tempo di pensare, verrà fuori e basta. Io le vivo così le mie domeniche bestiali, a 100 all'ora, e non mi fermo se non è il mio corpo a farlo, non mi fermo se non finisce la festa.
Il resto si consuma in sguardi: lunghi, complici, improvvisi, cercati...sguardi che valgono più di intere conversazioni, che conservano intatta l'essenza dell'amicizia, che profumano di gioia, che restano a sera nel sorriso inebetito di me viva.
Menzione d'onore a certi abbracci, figli dell'estroversione, maturati nel tempo dell'attesa, esplosi nella grazia di un momento.
Le domeniche bestiali si vivono due volte, per questo sono anche speciali. Finita la festa, inizia un'altra storia, più bella per certi versi: si dice "elaborare" in genere, io non la farei così tecnica. E' il mio mondo tanto quanto quello appena vissuto, dove mi sento ancora come un libro conosciuto ma sempre nuovo per ogni occhio passante dalle sue parole. E mi fa sentire innocente, forse anche fragile. C'è una grande verità racchiusa in quei momenti, ne sono certa, e mi concede il privilegio di schiudersi per rivelarsi. Non è solo cumulo di emozioni, non è solo gioia: sembra più vera pace...
Così amo trattenermi più che posso con essa, lasciandomi addosso quei colori, ripensando a quegli sguardi, rivivendo la mia domenica bestiale.
giovedì 15 gennaio 2015
Cortili di speranza
Il sole d'inverno dalle mie parti non è una rarità, è un'occasione.
C'è un luogo in cui il sole diventa una meravigliosa cornice dorata nei mattini limpidi di gennaio. L'abbigliamento della gente che da lì passa o che sosta corazza i corpi ma non li scioglie. L'aria è fresca ma la temperatura percepita è certamente più bassa delle media stagionale. 10 gradi di brivido in cerca di piume e sciarpe e stivali bassi di pelle, a stretto contatto con la terra sotto i piedi.
Il sole è un'occasione perchè tutto intorno a quel cortile puoi vedere delle colline alte che presto lo copriranno e rimarrà solo il freddo umido che proviene dal vicino mare. E' ancora più speciale perchè alcune sovrastrutture fanno ombra sul grande marciapiede...così quel sole ti invita a cogliere i momenti di piacevole calore.
Ho atteso che si liberasse una panchina proprio in direzione dei suoi raggi. Una volta seduta ho potuto constatare che fosse meno comoda di quanto pensassi, o di quanto chiunque possa pensare guardandola in piedi, stanco. Tuttavia quel punto mi ha consentito di godere del tempo di attesa che in esso si consuma quotidianamente...
Nell'atmosfera si percepisce un rispettoso movimento. C'è caos ma non fa caos: voglio dire, ci sono le macchine in doppia fila, ma la gente pazienta e aspetta che qualcuno torni a spostarle se dovessero uscire; l'unica strada di transito, a una sola corsia, facilmente si ingorga, ma la gente pazienta, mentre il capo della fila compie le operazioni necessarie per far salire a bordo un anziano; c'è l'autobus che collega alla città, ma passa davvero poche volte al giorno, e la gente alla fermata attende senza scomporsi; c'è un grande uso di telefonini e molteplici conversazioni in atto, ma nessuno urla.
I volti cambiano castantemente, ospiti dello stesso luogo: è una forma insolita di dinamismo che non rinuncia alla staticità. Un grande paradosso.
In esso ho scoperto la gentilezza di un buongiorno rauco pronunciato da una vecchia signora che, rispettosamente, decide di condividere con me il posto, consapevole dei suoi diritti e profondamente riverente nei confronti del mio spazio, allo stesso tempo. Difatti non ha invaso nulla, mi ha ripagato con un sorriso di cortesia.
Carrozzelle di pazienti. Già...neanche loro hanno perso l'occasione del sole d'inverno. Mi concentro sul loro sguardo e penso: quanta rabbia. Vado a fondo. Mi ravvedo: non è rabbia, è il segno della lotta. Loro, i pazienti, non sono affatto dinamici, piuttosto statici, ma non è per via della stanchezza, è solo tregua.
Benedico la mia corazza, ma mi trovo indifesa altrove: nei pensieri. Non posso comprendere il loro dramma. Mi trovo forse nel cortile del dolore?
Una donna spinge il marito, le ruote della sedia girano indisturbate. Si ferma, si abbassa lentamente e sussurra all'orecchio dell'uomo: "ti va di scendere e fare due passi?"
Poco lontano un ragazzo- avrà la mia età - mi colpisce il suo volto molto pallido e dagli occhi scavati, non riesco a cogliere il suo sguardo ma vengo subito distratta da chi gli sta intorno, familiari suppongo e trovo conferma nel coro di sorrisi che all'improvviso illumina i volti.
E' ormai chiaro: non si tratta di dolore, sono nel cortile della speranza.
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