giovedì 3 maggio 2018

Il pennarello rosso di Emilia



Alle elementari ero abbastanza diligente, facevo tutti i compiti e andavo bene. 
Il trucco era essere costanti e ho avuto la fortuna di incontrare insegnanti che mi hanno saputo insegnare come giocare con i numeri, come esprimere un concetto e soprattutto come mettere insieme le parole correttamente.

Una volta soltanto in cinque anni sono arrivata impreparata a scuola: sul muro alle spalle dei banchi era appeso un cartellone a forma di nuvola: 
"è con l'accento si usa quando si può sostituire con: stare, esistere, appartenere". 
Era la lezione del giorno.
E toccò a me essere interrogata.
Ma io quella lezione il giorno prima non l'avevo fatta. 

Farfugliai qualcosa, poi mi dilungai in qualche "eeeh" di troppo e la maestra lo capì, il suo viso divenne severo e io mi mortificai al punto che oggi, 15 anni dopo, ricordo quella drammatica sensazione di sconfitta mista a vergogna e rammarico. 

Il pennarello rosso aveva colpito: avevo una "x" gigante impressa dentro di me, come il costante promemoria di un bollo da pagare. 
Cosa pesa maggiormente del giudizio? 
Non è la valutazione in sé, ma la risonanza che ha dentro di noi.
Il supplizio aggiunto che ci incolliamo addosso. 
Questo non mi ha reso meno accondiscendente nei confronti di me stessa perché quando ho potuto mi sono sempre fatta lo sconto alla cassa: pigrizia, furbizia, poca ambizione.
Cazzate.
Ho sempre pagato pegno, in cash, rinunciando spesso a molti colori della mia vita.

Abbiamo tutti una parte giudicante, è necessario per rimettere in equilibrio l'asse, ma occorre riconoscere che a fare paura è soprattutto quello che ancora non si conosce e che il pregiudizio è solo una forma di protezione verso noi stessi, purché non si indugi in esso.

Spesso tuttavia si confonde il pregiudizio con la rettitudine e ciò che crediamo virtù, somiglia sempre più a un vizio. Forse lo è per davvero: fiumi di filosofia, del resto, sono stati spesi per spiegare che qualcosa esiste perché possiamo supporne l' opposto.

Rispettare le regole è un'esigenza, accondiscendere al nostro superiore, o ai nostri genitori, o davanti a chi ha influenza su di noi, ma questo non può fare fuori ciò che siamo, ciò che pensiamo. Sarebbe profondamente ingiusto e non farebbe che cancellare tutti i nostri colori.

Guarda caso, in questo caos di giorni e senso di dovere, a raccogliere il mio cuore di tenebra sono stata io stessa, perché per quanta poca fiducia possiamo riconoscerci, alla fine risultiamo sempre i miglior sponsor di noi stessi.
Quale parte di me mi ha salvato? 
Quella paterna, nel senso buono, che non giudica. 
Così, tra una pagina e un' intervista, tra un timore e una rivalsa, sono pronta al prossimo segno del pennarello rosso di Emilia. 


Nessun commento:

Posta un commento