lunedì 13 febbraio 2017

Inconscio a quattro ruote

Da un po' di tempo a questa parte faccio un sogno ricorrente, sono io sui pattini. Quelli a 4 ruote in linea che per frenare devi alzare il tallone e far fare attrito al retro, con l'esterno di plastica e dentro di spugna. Non sono molto brava. Per spostarmi di pochi metri vado appoggiandomi ai muri o agli oggetti per strada, però non demordo. 

Stanotte procedevo con scarsa armonia in una strada di città con la pavimentazione di sanpientrini abbastanza lisci da poter essere percorribili. Mi sono imbattuta in quattro donne adulte e di gran classe. Una era bionda, senz'altro, e aveva che dire con un'altra; le due restanti per lo più ombre. Commentavano la mia poca maestria e goffaggine, poi hanno svoltato per un vicolo che - non so bene perchè - era anche la mia direzione. Provavo un certo timore nell'attraversarlo, ma mi sono lanciata. Mi ricordava tanto via Bara all'Olivella, a Palermo, dove mi reco spesso. Stavo davvero facendo fatica quando qualcuno mi si è avvicinato...

Un ragazzo, anche lui sui pattini, mi porgeva la mano. Indossava una t-shirt e un paio di pantaloncini; i capelli scuri e arruffati scendevano sulla fronte, sorrideva appena ma era gentile. Gli ho chiesto come si chiamasse e registrai solo "Ema". <<Ema!>>,  esclamai. <<No, Emal>> mi corresse. Fresca delle suggestioni sanremesi, non stupisce ora la somiglianza del nome con quello del noto cantante classificatosi terzo, Ermal Meta. Adesso non ho più un'immagine chiara del suo volto, per cui continua a tornarmi solo quello del cantautore. Niente male perciò. 

Stranamente sentivo di potermi fidare di quello che apparentemente poteva sembrare un ragazzaccio di città. Sbucammo in una piazza. C'era una bella atmosfera, era sera: alcuni locali avevano dei tavoli all'esterno, c'erano delle scale sempre in pietra e le luci coloravano il complesso di giallo. D'un tratto fu come se ci conoscessimo da tempo. Ci avvicinammo a un tavolo pieno di gente che conoscevo e con mia sorpresa scoprivo che conoscevano anche Emal. Nessuno era stupito di vederci insieme. Aspettavano entrambi. Non ne sono sicura, ma credo che mangiammo pizza. I pattini erano scomparsi dai nostri piedi. 

domenica 15 gennaio 2017

Le mie giornate staff

<<Ciao, piacere>>
<<Piacere mio.>>

<<Cosa fai nella vita?>>

Vorrei dirgli anzitutto che mentre penso a come rispondere fingo di ascoltare qualcuno che mi parla, che ci sono almeno tre pagine web aperte tra posta elettronica, social e piattaforma universitaria. Il cellulare si illumina con insistenza, qualcosa sta succedendo nei gruppi e dovrò recuperare le conversazioni se non voglio perdere il filo. Sto per abbozzare una mezza verità rinunciando già all'idea di uno scambio arricchente, sopravvenendo puntuale la fastidiosa coscienza che sa che non può venire mai nulla di buono da una richiesta d'amicizia frutto di algoritmi casuali.

C'è una notizia da rielaborare in redazione quando attacca la suoneria del telefono: numeri da segnare, dubbi da risolvere, domande a cui rispondere, lo sfogo di un amico. Confronto i prezzi dei prossimi libri da prendere, la mie cose sullo sfondo, come le carte sparse sulla scrivania degli appunti presi una volta ad una riunione, il giorno dopo all'altra. Perchè non possiedo un'unica agenda? Sento un peso addosso come se qualcuno per dispetto mi tenesse il naso chiuso e mi costringesse a prendere fiato con la bocca, innaturale. Alle 17 qualcuno suona al campanello e trascorro l'ora tra una tabellina e una formula geometrica e l'amletico complesso: se io sapessi dire no. 

La capacità di ascolto e l'operosità. Il moltiplicarsi dei pensieri e la necessità di fare ordine. Il susseguirsi di piccole scelte veloci e la quiete della sera, quando finalmente puoi dirti risolto, magari tamponando la ferita di un "vaffa..." scappato con la persona meno meritevole ma più comprensiva, il verso ricade quasi sempre sulle uniche che per quel giorno non si aspettavano nulla da te. Allora sei pronto a rispondere: <<Cosa fai nella vita?>>

Studio comunicazione è tutto quello che so dire. Ingrato paradosso. 
Consegno parole agli occhi della gente, ma quando mi alzo so che bisogna consegnare soprattutto fatti. Allora mi vesto, faccio colazione e accendo il pc. E si comincia: un'altra giornata staff. Tutto quello che passa da me lo devo raccogliere per spirito di servizio, per predisposta disponibilità, per onorare un impegno. Qualcosa transita solamente, alcune sorvolano sopra la mia testa, altre mi investono lasciando segni. Non possiamo piacere a tutti, non possiamo essere capiti da tutti.
Ingranavo la terza una fredda mattina di gennaio percorrendo una sicilianissima strada provinciale. C'era il sole nonostante tutto e dal vetro si diffondeva un pizzico di calore, si prospettava la solita riunione. E' partita la prima traccia del cd dei Beatles, Love me do. Ho iniziato a cantare e molleggiare sul sedile. A volte le mie giornate staff si colorano del sorriso che riempie l'intimo cubicolo. Io lo so: le giornate staff non sono per tutti, sono per chi sa riderne.    

lunedì 12 dicembre 2016

La vita 3.0

Nascere è una storia di cui tutti possiamo dire qualcosa, ma di cui nessuno può dire tutto. Non con le parole almeno. Stanotte si è compiuto il miracolo della vita ancora e ancora. Ha portato con sè una miriade di insegnamenti, senza saperlo, ha messo tutti in riga. 

Ha spiegato pazientemente l'arte dell'attesa, perchè le cose belle richiedono tempo, perchè aveva tutto il diritto di prenderselo, che nascere è un dono e anche se nell'attesa diventiamo tutti un po' egoisti, tutti solo più curiosi di vedere come sarà, lui arriva solo quando è il momento opportuno, non un minuto prima. 
Ha spiegato che ognuno ha i propri diritti quando ha emesso il primo vagito e tutti lo hanno ascoltato in silenzio, lasciandosi meravigliare dallo strapotere ammaliante di quel suono. 
Ha spiegato che nascere è stato faticoso, e che non ce l'avrebbe mai fatta da solo, perchè tutti abbiamo bisogno di qualcuno, perchè si nasce dal ventre di una madre che ha combattuto la prima di mille battaglie insieme a te e necessita subito dell'abbraccio di un padre che faccia sentire protetti e ricolmi d'amore.
Poi ha lasciato che venisse ammirato, perchè non c'è bellezza senza contemplazione, e questo lo insegnerà a quanti si recheranno in pellegrinaggio per saperne qualcosa di questa storia unica che è la vita.

Quale vita? Sarà lui stesso a tesserla, giorno per giorno, di sicuro lo consegniamo a un'esistenza che nessuno ha ancora visto, di cui qualcuno prova a predire qualcosa, ma dove prevalgono le incognite. Un futuro nuovo, ma con due coordinate assolute: amore e speranza. 

A Gioele auguri per la sua vita 3.0!

mercoledì 7 dicembre 2016

Ma il senso è senso

Quando ancora non sapevamo cosa fosse, quale potenzialità avesse intrinseche e gli scenari futuri, dirette sue conseguenze, erano appannaggio di pochi illuminati studiosi, il mondo di internet e delle connessioni nasceva silenziosamente e cresceva con solerzia, invadendo ogni angolo della Terra. Ha cambiato forme, diciture, medium ed interfacce progredendo discretamente e microscopicamente, contando da dietro il passo della tecnologia che cavalca tutt'ora indisturbata verso universi invisibili e ubiqui che ancora non conosciamo. 

Ci consegna una realtà iperconnessa, dove le cose in rete hanno da molto superato il numero delle persone stesse esistenti nel pianeta, organizzate in una tessitura policefala e pluridirezionale dove ogni unità digitale costituisce il granello di una storia differente. Che l'internet dell'era digitale abbia dato a tanti, quasi tutti, l'occasione di esprimersi e dire la propria, inserendo contenuti autoprodotti o rimediando qualcosa già in circolo, è risaputo. Che con i social network questo trend si sia personalizzato e individualizzato è sempre più evidente, con la possibilità di raggiungere i posti più remoti della Terra abbiamo deciso di porre noi stessi nuovamente al centro, proponendo una rappresentazione di noi al meglio delle possibilità che la realtà on line ci offre.

Tuttavia questo mondo interattivo e immersivo mostra spesso il suo volto più preoccupante, che raccoglie tutto ciò che non può essere controllato dalle regole di governance. Internet è un mezzo democratico in cui è possibile esprimersi con libertà, per quanto ci sforziamo di ricercare anche in questa realtà un assetto comunitario che ci permetta di circondarci, seppur virtualmente, di "amici" che condividono con noi gli stessi interessi, è inevitabile entrare nelle cerchie più allargate di sconosciuti o conosciuti perchè famosi. 

Il caso delle matite cancellabili, appendice ridicola in una giornata di grande tensione per la nostra nazione, mi ha ispirato alcune riflessioni. L'ex cantante dei Litfiba Piero Pelù ha postato sulla sua fan page ufficiale la foto del reclamo per la sua matita copiativa che risultava cancellabile.L'aggravante in questo caso è l'effetto "trascinamento" derivante dalla popolarità del personaggio, elemento sufficiente per dare adito alle sue allusioni. Già, come se gli scrutatori del seggio della sua cittadina non aspettassero altro che falsare i risultati dello spoglio, aggirando per altro un'evidenza eclatante: lo scrutinio è pubblico. Ma non è il punto. Il caso non è rimasto isolato: nell'agrigentino le proteste di una donna hanno costretto i carabinieri ad intervenire fino a ricorrere alla denuncia per "interruzione di pubblico servizio e procurato allarme".  Ecco, sono queste le parole su cui soffermarsi: procurato allarme. 

Tra i tanti, il web ha dato la parola agli imbecilli (come affermato inconfutabilmente da Eco), ma anche a un'altra categoria più circoscritta forse, più ristretta ma marcata, i dietrologi. Sono gli esperti delle tecniche di plagio con cui nemici fantomatici attaccherebbero altri, sempre deboli, sempre vittime incapaci di distinguere chi è ragionevole da chi è poco affidabile. Sono fantasticatori e costruttori di trame impossibili ma perfettamente logiche ai loro occhi, dispensano consigli su come evitare le trappole disseminate con estrema precisione nei più normali contesti. Sono come quei genitori che per farsi ascoltare ipotizzano catastrofi impronunciabili: "Se non mangi ti viene il verme nello stomaco" oppure vedendo un innocente dito avvicinarsi alla bocca ti terrorizzano gridando: "Ci sono i microbi!"

Con internet siamo in costante e continua connessione, scorriamo la bacheca di Facebook e ci soffermiamo sulle video ricette che non proveremo mai a replicare e leggiamo di sfuggita i titoli di articoli che neanche Lercio sarebbe in grado di proporci. E ci crediamo. Poco importa se a generarlo sia "Il fatto quotidAino" o "Il Giomale". Poi mettiamo lo smartphone in borsa e usciamo per andare a votare su un'importante riforma dalla quale dipende l'assetto politico dell'Italia. E riversiamo quell'ansia nella vita vera, nei fatti che allo spoglio deleghiamo a un sì o a un no, che tanto ci prendono in giro tutti e votare è solo il trend topic del fine settimana. E manteniamo alta la guardia, che dietro l'angolo c'è sempre qualcuno pronto a fregarci, non sia mai che invece stiamo tutti sabotando noi stessi.

giovedì 27 ottobre 2016

Planando a braccia tese

Il modo migliore per raccontarvi questa storia è partire dalla fine probabilmente, cioè da quella sensazione di leggerezza che non provavo da tempo. Adesso che il cielo sembra essersi schiarito, proprio come avviene nei cartoni animati, con le nuvole che si allargano e i raggi di sole che si fanno spazio, posso parlarvi di quell'anelito leggero, dei sorrisi che si formano sulle labbra e di quei caffè bevuti fino all'ultimo sorso senza la preoccupazione che possano bucarmi lo stomaco.

Mentre mi sforzavo di scrivere con una bella grafia per ricopiare in bella il mio compito, ripercorrevo con la mente le immagini di quei video che tanto mi hanno aiutato nello studio dell'ultima materia: le bandiere delle nazioni posate sugli stati, i missili che con un moto parabolico finivano sulle terre che nella realtà hanno contribuito a distruggere, le fabbriche disegnate a mano con il fumo nero delle ciminiere e le monete come quelle del deposito di Paperon de' Paperoni che segnano l'incremento delle ricchezze e il depauperamento critico di altri luoghi. Ho espresso un desiderio subito dopo l'esame, facendo segno con le mani a sfera e menzionando "un bel piatto di pasta". Lì, ai piedi del Teatro Massimo, finalmente serena nel constatare come a poco a poco anche quella città stesse entrando nel mio cuore. 

Anche quando sono salita a bordo del 101 e nel caos ho distinto le voci di un ragazzo che sembrava ne minacciasse un altro. Ho pensato "i soliti palermosauri", ma poi ho capito cosa stava accadendo davvero: se le stavano dando con un ragazzo di colore. E la gente ha cominciato a gridare "Autista! Autista!Chiami la polizia", probabilmente ignari del fatto che ciascuno di noi avrebbe potuto chiamare la polizia. Ma alla fermata successiva sono scesi e nessuno di noi avrebbe più saputo dell'epilogo della vicenda. Io avevo appena sostenuto un esame di storia contemporanea, avevo letto dei capitoli riguardanti la guerra di secessione americana, quella combattuta fra i nordisti e i sudisti, quella che pervenne poi all'abolizione della schiavitù dei neri. E a pochi passi da me un bianco stava prendendo a cazzotti un nero. 

A passo svelto sono entrata alla stazione centrale e mi sono diretta al botteghino per comperare l'ultimo dannato biglietto di questi giorni scanditi dai viaggi in treno; secondo la tassazione regionale per percorrere il tratto ferroviario da Palermo alla stazione di Pollina- San Mauro Castelverde occorre la somma di 6,90 Euro. Pensavo al 2012, a quando ne pagavo 6.35 e non so cosa sia cambiato nel frattempo, magari hanno sostituito 55 cent di bulloni sui binari lungo il tratto o c'è qualche bagno guasto in meno su quei treni. Prima che potessi raccogliere i miei 10 cent di resto, si è fermato alle mie spalle un signore trasandato e scuro in volto che mi porgeva un bicchiere di plastica vuoto. La mattina precedente mi era accaduta la stessa identica cosa con una donna, forse una rom, non saprei dirlo. A entrambi ho dato quei pochi cent che mi erano rimasti. Insomma se avessi continuato a viaggiare per l'intera settimana avrei dovuto mettere in conto anche questa sovrattassa. Poco male, due gesti di carità, direte. Ma no, non è quello che ho pensato nè quello che ho sentito. Sarà perchè con la coda dell'occhio ho potuto vedere entrambe le volte come abilmente svuotavano quel bicchiere dopo che qualcuno metteva dentro degli spicci. 

Ho lasciato volutamente queste riflessione indietro, in un posto lontano della mia mente, avevo appena superato una prova difficile e non volevo riempirmi la testa di tutte le storture che avevo notato in così poco tempo, in un breve tratto, in un contesto non poi così ampio. Per più di un mese avevo resistito e cercato di concentrarmi solo su un obiettivo e adesso potevo finalmente tirare un sospiro di sollievo. Da questo esame ho imparato che la soddisfazione è direttamente proporzionale al corrispettivo lavoro svolto una volta portato a compimento. C'entra poco con il risultato, meno ancora con le quantità. Ogni esame è una storia a sè e questo mi era costato molto perchè era stato in grado di mettere in discussione la mia sicurezza. L'affanno, l'acne, il cattivo umore, erano l'effetto di una pressione a cui io stessa mi sottoponevo. E oggi? Oggi sto "planando a braccia tese e più in alto e più in là, ora figli dell'immensità". 

Oggi mi sento ancora più affamata, ancora più convinta che ad ogni bastardo razzista può corrispondere un seme di cultura e rispetto, che per ogni furbo e approfittatore c'è chi si sforza di essere onesto con se stesso. Per tutto questo tempo ho fatto in modo che il mio Hodor personale facesse muro per impedire ai miei mostri di entrare, per darmi il vantaggio di cui avevo bisogno, per prepararmi alla battaglia. "Hold the door" ho pregato tutte le notti, per concedermi un riposo che mi era strettamente necessario per affrontare una nuova giornata, finchè quella preghiera non è divenuta un' eco lontano. Ho dovuto sacrificare il mio Hodor, una parte di me, in questo cammino, ed ora posso fare spazio a una versione rinnovata, che contiene quello che ha vissuto ed è pronta a prendere a morsi di nuovo la vita. 

*Hodor è un personaggio della saga "Il trono di spade", il fedele servitore della casata Stark che ha sacrificato la sua vita per salvare il proprio padrone. Hodor non era in grado di esprimersi a parole, riusciva a pronunciare solo quello che tutti credevano fosse il suo nome. In realtà da giovane il ragazzo ha subito un forte trauma, mentre viveva la visione futura della sua morte: tratteneva con tutta la sua forza una porta, mentre da lontano il padrone in fuga lo supplicava gridando "Hold the door", che è divenuto nella sua mente semplicemente "Hodor".

domenica 2 ottobre 2016

Sottili contraddizioni

E' passata domenica. 

Il giorno delle pacifiche concessioni: ci si può alzare più tardi senza sentirsi in colpa, anche se ad attendere rimangono sempre centinaia di pagine del manuale di storia, per cui non importa che giorno della settimana sia, nessun libro si sfoglia da solo. Un pensiero di crudo rammarico per colazione e un caffè che, per sembrare più buono, ho macchiato con cura. Più che decisa a non farmi travolgere dal via vai del pentolame in cucina, ho raggiunto la solita postazione ma i suoni provenienti da fuori suggerivano tutti domenica. Con un sorriso velato ripensavo alla serata precedente, al solito summit settimanale con gli amici, a quei discorsi articolati, percorsi, e che poi restano sospesi nonostante la loro carica, nell'incognita di un futuro fuori dal nostro controllo. E mi rallegro per quella sottile contraddizione, da una parte la sicurezza di valori condivisi forti, dall'altra le storture di un contesto difficile e privo di punti di riferimento. 

Mi lamento spesso per il sovraccarico degli impegni, per le responsabilità che ti stringono nella morsa delle scadenze, per il tempo che proprio non si riesce a trovare e per tutte quelle cose che "vorrei ma non posso". Anche quell'intolleranza malcelata per chi guida male in strada davanti a te, per chi parcheggia in doppia fila e per quel signore che dal finestrino della sua auto nella corsia opposta alla mia mi guarda e mi dice con gli occhi: "Signorina passi...ce la fa!". Ma de che? Ci lascio uno specchietto! E tutti quei rumori molesti, le intrusioni indesiderate, un mondo social opprimente e l'incapacità di osservare in silenzio. Ipercritica, noiosa e chissà, forse eccessiva. Cerco di trattenere quella patologica tendenza a tenere tutto il resto del mondo sotto controllo, mentre dentro di me è un continuo '48: il corpo si ribella manifestando svariati dissensi nelle zone dell'apparato digerente, mentre lassù le classi dirigenti del cervello si dividono in ulteriori fazioni, chi vorrebbe concedere una tregua, chi vuole solo reprimerle con la violenza, e in piccola parte chi supporta più o meno segretamente la rivoluzione, fidando nell'utopica idea di una vita felice.

Curiosamente però, sono la stessa persona che non nega agli altri il tipo di supporto che servirebbe a se stessa, dispensando consigli su come rimanere a galla e destreggiarsi in un periodo complesso, estremamente precario, di cui rappresenti lo scatolone con la scritta "FRAGILE". Però magari dentro c'è un frigorifero di ultima generazione, multi accessoriato e di un argento splendente. Per Brezsny è una questione astrale, noi Toro siamo così: anche nei momenti di positività, carica e fortuna, amori di rose e lavori seducenti, cerchiamo un motivo per legarci alla tristezza. E poi ha detto, profeticamente: "La tua ferita è una benedizione", e sto ancora qui a domandarmi di quale squarcio parlasse. Sottili contraddizioni, appunto. 

E' innegabile che essere giovani al giorno d'oggi è complicato, perchè come dicevo qualche riga sopra, mancano i punti di riferimento, le certezze. 10-15 anni fa un giovane poteva ancora contare su una identità locale, una radicalità dei costumi e su percorsi di vita che necessariamente ti mettevano di fronte all'esigenza di cavartela con pochi mezzi (intendo dire anche senza Internet come lo conosciamo oggi). Questo lo rendeva forte, lo corazzava e lo proiettava in una direzione coraggiosa ma che in qualche modo risultava già solcata. Erano però decisamente inferiori le possibilità. Oggi un giovane può fare tutto: può studiare, può partire, può parassitare senza alcun disturbo. Può scegliere un compagno senza impegno e demonizzare al contempo una vita in cui invece bisogna sacrificare spesso qualcosa in funzione di progetti condivisi. Può curare il mito di se stesso, spazzando le esperienze condivise, chiudersi in un individualismo di superficiale sussistenza e deridere magari quei contesti in cui qualcuno crede ancora nella forza del gruppo e nel servizio a terzi senza tornaconti, fatta eccezione per una formazione personale e civile - consentitemi - che nessun'altra agenzia educativa è in grado di offrire. 

Ma la vera difficoltà, prima ancora che nelle scelte e nei percorsi, ciascuno di noi la vive con se stesso. E' l'interrogativo grande a cui sapere rispondere: chi sono? Cosa parla di me? Cosa mi qualifica? Ci lavoro almeno da tre anni e, tra le altre, ho raggiunto una nuova consapevolezza: conoscersi è quel sentiero che termina insieme a noi. Possiamo solo diventare abili lungo la strada in quel gioco di equilibrio tra io e io.  
Troppo cerebrale forse, troppo pesante, magari vi aspettavate di leggere la mia solita poesia in prosa. In effetti non sapevo con certezza cosa sarebbe accaduto tirando fuori questo post. Accumulo i pensieri  e quando non ci entrano più, butto fuori e poi seguono fenomenali dormite. Via quella tachicardia che mi fa mal godere l'ultimo episodio di Friends prima di staccare tutto. Insomma, quello che sto cercando di dire è che dietro l'apparente saggezza che può trapelare da questo "flusso di incoscienza", c'è  la ragazza che si emoziona per le audizioni di sconosciuti a X-Factor. C'è la donna che chiede di essere accarezzata, ma rifiuta un caffè con nuove compagnie. C'è la sognatrice che trascrive le immagini della sua fantasia sul sottofondo di una melodia generata solo da chitarre, ma non sale su un treno. C'è una dispensa di amore ma che rischia di scadere. Possiede una soluzione, ma volta pagina sul problema. Un elenco di sottili contraddizioni che si rispecchiava anche questo pomeriggio fuori: mare calmo, effetto olio dall'alto, temperatura mite, la solita umidità, ricci in ribellione, una festa a metà. Dentro, negli schermi, il meteo preannunciava bufera.     


 

sabato 3 settembre 2016

Il tempo di abbracciare


Sulla strada del ritorno verso casa, qualche sera fa guidavo, mentre all'orizzonte si disegnava il tramonto.

Eh no, non c'è nessuna poesia in questo post. Era davvero l'ora del tramonto, ma conta solo nella misura in cui esso indica la fine di una giornata fatta di presunto studio, presunte faccende e presunti impegni che - tralasciando la loro effettiva resa - sicuramente mi avevano reso stanca. 
Così, rinfrancata dall'aria che si insinuava dal finestrino semiaperto, solo superficialmente catturata dai commenti degli speaker di RTL 102.5, ero immersa nei miei pensieri, totalmente. Avevo giusto un paio di compiti da portare a termine prima del rientro, recuperare del materiale e cestinare della spazzatura. Inserita la terza marcia, proseguivo sulla stretta strada che conduce alla statale; dopo il secondo tornante avrei dovuto rallentare e accostare per buttare il sacchetto nell'apposito contenitore. Fu allora che ricordai di avere dimenticato di cercare il materiale da portarmi dietro e premetti sul freno perchè allo stesso tempo avevo oltrepassato lo slargo dei cassonetti. <<Rincoglionita>>, dissi tra me e me. 

Vivo sospesa. Mi affaccio alla vita nelle cose di ogni giorno solo grazie ad abitudini radicate ed esigenze obbligatorie. Ma per il resto mi sento smarrita. Dove sto andando? Dove mi conduce la mente? E' una sorta di mondo onirico dove si ripropongono i fatti del momento e dove si aprono continue finestre su dipinti fantastici, sussurri di un cuore che spera possano diventare realtà, prima di insabbiarsi come vecchi reliquiari buoni per essere adorati. Un tempo disordinato l'estate: una pausa messa lì a rivoltare i tuoi piani, a mischiare tutto senza logica come quando lo stronzo di turno soffia sul castello di carta giunto quasi all'apice. Colpa dell'estate, del suo sonno spostato, del suo sole accecante, dei Mojito e della nostalgia futura - la malattia dei villeggianti - quei poveri disgraziati con le ferie contate, senza un minuto da perdere, senza un'alba da lasciare sola, senza un tramonto a cui dare le spalle. Colpa delle onde del mare, dei pedalò a largo e dei tuffi da campione; colpa della Torre e della sua aurea di bellezza. 

Settembre è sopraggiunto come lo stridio della sirena nei centri di detenzione al termine dell'ora d'aria. Magari per qualcuno suggerisce ancora la "strana felcità", magari altri si stanno caricando con nuovi progetti e giovani speranze perciò non cascherò nel solito luogo comune di settembre come un tempo che in cui si esaurisce la spensieratezza. Ma che sia il 10 agosto un pomeriggio in spiaggia a perlustrare e scrutare ogni pettorale sufficientemente definito e privo di peluria o che sia il 3 settembre in sella alla bici ad osservare i ragazzi davanti le cartolibrerie per acquistare il diario del nuovo anno, non accenna a placarsi quel senso di vuoto, in fondo, per quanto coperto delle nostre belle mostre d'arte con cose e persone e momenti unici. Viviamo il tempo dell'Io sopra tutto, io prima di tutto, io ad ogni costo. Vorrei evitare il facile ricorso alla conquista delle sterili approvazioni sui social, abbiamo assistito abbondantemente ai picchi di bassezza verso cui ciò ci sta conducendo, costretti come siamo a leggere ed ascoltare anche i pareri non richiesti, schiavi degli imbrogli, prigionieri che tendono a guardare il mondo dall'unica finestra sbarrata che possiedono nel proprio giaciglio. Pagine di meravigliosa poesia sono nate spesso da sguardi che miravano la luna da dietro quelle mura, altrettante pagine di oscenità si sfogliano oggi partorite da menti davvero davvero piccole. 

Ci sentiamo soli, mentre costruiamo montagne di bugie su quanto piena vogliamo la vita. Vogliamo più amici, più ragazzi, più colleghi, più più più. Cerchiamo compagnia in modo da non dover fare i conti con la nostra solitudine. Abbiamo perso il gusto dell'incontro, dell'attesa, dell'abbraccio che trascende il mondo. Riteniamo superfluo ogni gesto d'affetto, mentre personalmente sento di perdere una parte di me ogni volta che l'istinto del mio corpo vorrebbe tendere all'altro e il freno della mia mente si impone bruscamente. Come quella sera in cui il mio petto danzava, le mie gambe fremevano e dalla bocca uscivano le note stonate che la band cover di Battisti ci proponeva con le sue canzoni. Battevo i pugni sulle gambe delle mie amiche e i loro sui miei, ci contorcevamo dentro ma no, non potevamo liberarci nelle movenze perchè il frame in cui eravamo inserite non lo contemplava. Stavamo tutti seduti su scomodi scaloni in pietra, a reprimere la voglia di far festa. Viviamo insomma una ribalta solo in potenza, desideriamo ma non agiamo, bramiamo ma non osiamo. 

Non rinnego il tempo speso cercando di bastarmi, capirsi e conoscersi è fondamentale per aprirsi al mondo ed essere belli e disuguali. Qoelet insegna che esiste un tempo per ogni cosa, dice che c'è un tempo per astenersi dagli abbracci, e ho sempre pensato che intendesse mettere in guardia dal ricercare l'altro solo per puro compiacimento di un bisogno; un tempo per astenersi dagli abbracci è un tempo per combattere l'egoismo che è in ognuno di noi, adattato a un tema attuale potrebbe tradursi "c'è un tempo per la famiglia, quella nata per donare e compiere un cammino di amore estremo insieme con i figli che ne sono il frutto, non l'adempimento di una confusa convenzione sociale". E poi, si legge in Qoelet, c'è un tempo per abbracciare, per avvolgere l'altro in un gesto che nasce dalla rinuncia più nobile di un pezzo di sè e si ritrova compiuta su altri piani, oltre un fenomenico tremore, quello che comunemente fuggiamo, l'altro postoci accanto.