domenica 9 aprile 2017

Quel giorno che scrissi a Beppe

Poco più di due anni fa mi rivolsi tramite una lettera a un noto scrittore e giornalista italiano. Avevo una serie di domande da porgli. Sono solita conservare tutto ciò che produco e ricevo, così questo pomeriggio -costretta a casa da un fastidioso raffreddore- sono incappata nuovamente tra queste parole. Rileggendole, mi sono ritrovata su diversi punti che ritengo ancora molto attuali e che con assoluta libertà propongo pubblicamente. Non sia mai che qualcuno si riconosca in essi e si senta così meno solo...                                                                                                         
Da allora, giorno per giorno, ho ricominciato a vivere con maggiore rispetto verso me stessa e i miei limiti. Da allora, giorno per giorno, ho riscoperto un pezzo della persona che voglio essere. 
Sono una ragazza di provincia. Leggendo il suo “La vita è un viaggio” mi è rimasta impressa la parola con cui ha descritto questo stato dell’esistenza: “narcotica”. Io a volte lo sperimento, specialmente quando sento l’oppressione della piccolezza, la pochezza a volte della gente, zero stimoli insomma. Altre volte però, assaporo il gusto della mia vita qui. Adoro sentirmi come la parte di un arredo che hai scelto con cura, come il pezzo che completa il puzzle. Ci tengo a questa realtà. D’altro canto, una parte di me urla per quella voglia di viaggio che già nella letteratura di ogni tempo è annoverato come metafora della vita stessa. Ma lei questo lo sa già.
Ho un buon amico, di quelli che non ti risparmiamo la verità e che hanno acume, disinteresse e non sono condizionati dall’affetto se devono dirti ciò che pensano. Una delle migliori tipologie di amici a mio parere. Beh, lui ha detto tante cose importanti che mi risuonano costantemente, dando una chiave di lettura a quelli che nella mia testa rimangono spesso solo pensieri senza significato. Sostiene che sia importante andare via per un periodo limitato di tempo, come brevi viaggi, e che è fondamentale tornare dove c’è la propria casa, la propria base. Questa visione si sposa bene con il senso di missione, a dispetto di quanti fanno scelte di vita estreme. Trovo quindi che si possa fondare il senso della vita di ciascuno in un luogo e che questo abbia un valore inestimabile, che sia, in qualche modo, destino il luogo d’origine. 
Sognare è importante, io ho ricominciato da poco. Sto seguendo Sanremo durante questa settimana e mi diverto a tweettare per fare ironia su outfit e conduzione. In verità adorerei stare lì in mezzo, in sala stampa magari, a fare il lavoro per il mio giornale, a stare con altri come me e non sentirmi disadattata. Voglio provare l’ebbrezza di andare a letto tardi e svegliarmi ancora prima perchè ci sono troppe cose da fare, persone da incontrare e poi, quando tutto è finito, tornare. E poi ripartire.
Sono una donna. Non amo portare i tacchi ma non ho mai imparato a sopportare quel fastidio. Sono paziente ma a volte mi lascio andare alla polemica. Ciò accade perché spesso intorno a me, negli ambienti che frequento, si preferisce la formalità a tutti i costi, senza rendersi conto che l’apparenza non sempre salva il senso di un progetto. Questa forse è una delle cose che più mi fa rabbia. Probabilmente non possiamo sconfiggere le violenze, i soprusi, le ingiustizie, ma possiamo rendere dignitoso ciò che ci compete, qualunque cosa essa sia. A me compete il mio futuro ... prima o dopo dovremo fare i conti con noi stessi e i nostri limiti e scegliere una cosa piuttosto che un’altra.
Sono trascorsi due anni e alcune risposte sono riuscita ad abbozzarle in autonomia. Ricordo perfettamente il timore di osare tanto per una ragazza che annaspava nel mare della vita. E ricordo anche la fatica nel tentare di dare le prime bracciate. Curioso come adesso nuovamente, lo stesso cerchio sembra riaprirsi, appena inizi a pensare di aver compreso come funziona il meccanismo, nuovi progetti richiamano la tua attenzione, nuovi schizzi si compongono dalla tavolozza dell'artista o rimbalzano dallo specchio increspato del mare in cui testardo provi a nuotare.

giovedì 16 marzo 2017

Io con te non ci parlo

"Per me certe persone hanno troppa paura per pensare che le cose possono essere diverse e, insomma, il mondo, il mondo non è tutto quanto merda. Ma credo che sia difficile, per certa gente, che è abituata alle cose così come sono, anche se sono brutte, cambiare e le persone si arrendono e, quando lo fanno poi tutti, tutti ci perdono!"

(dal film Un sogno per domani)



Ho una fiducia spropositata verso il genere umano, almeno verso quello che conosco.
Non ho mai capito quelli che si lasciano andare al pessimismo, che scelgono di abbrutirsi disprezzando le cose che hanno e sminuendo le possibilità che gli capitano. Probabilmente è dovuto alla mia incapacità di pensare per massimi sistemi, ma limitatamente al mio contesto, perchè è l'unico su cui sento di avere potere. 
Di fronte alle delusioni tendo a guardare solo le mie colpe e a giustificare gli atteggiamenti dell'altro, quasi come se quel torto subito lo avessi indotto io. Non serbo rancore, non so nemmeno cosa sia. Recepisco i colpi duri, quelli bassi,  quelli secchi e chiedo scusa. So chiedere scusa. Tutte queste cose richiedono che due persone o più persone comunichino. 
Ma la comunicazione ha delle regole. Niente di difficile, si imparano intorno alla prima elementare, solo che poi non si ripassano e finiscono nel dimenticatoio. Non sono regole universali, non esiste uno statuto nè una sorta di Galateo, per questo ne racconterò alcune negandomi ogni volta che esse verranno in qualche modo eluse a parer mio.

Perciò...

Io con te non ci parlo: se la nostra relazione ha inizio con uno scambio di sguardi, non dirò ciao, ma mi limiterò a rispondere al tuo saluto. Se insisterai con quegli occhi curiosi, li eviterò di continuo. Non per timidezza, ma per generare scoraggiamento. Se ti approcci risulterò antipatica, tendenzialmente snob e in alcuni casi voracemente stronza. Ma solo se decidessi di parlare, tuttavia io con te non ci parlo. Se dai inizio a un monologo, osannando le tue gesta, prospettando il tuo radioso presente, ostentando una sicurezza dettata dal vestiario che crederai distinto, ma risulterà oltremodo conforme; se ti muovi col mento alto delle tue fierezze e una schiena dritta che neanche l'albero maestro della nave di Jack Sparrow, io con te non ci parlo.
Se le parole promettono spessore ma disegnano una circonferenza che non trova il suo punto di chiusura, per quanto arricchita di metafore e ipotassi, avrai omesso il tuo pensiero e non sarò che confusa. Se non ci sarà alcuna modulazione di tono richiesta dal contesto, se si deborda la decenza o si varca la soglia del buon senso (quello delle prassi comunemente accettate come la scurrilità o il grezzo); e ancora, se ogni gesto evoca come le battute di una performance più che il rafforzamento di un pensiero, potrei applaudirti ma io con te non ci parlo.

Dovremmo ripartire da zero: da conversazioni in grado di cambiare noi e quindi di rivoluzionare il mondo. Sì, ogni volta che parliamo con qualcuno rendiamo il mondo diverso, se in meglio solo un pizzico, se in peggio per un volume "XXL". A poche condizioni: se sapremo ascoltarci, se sapremo incontrarci in quel punto medio che bilancia ogni asse, il valoroso compromesso. "Io con te non ci parlo", come dicono i bambini quando reagiscono a un torto; offesi, ti negano quello che di più prezioso hanno, la loro spontaneità. Riconquistarli è dura, "tu con me non ci parli", te ne accorgi, puoi comprendere dove hai sbagliato e allora cerchi di porre rimedio, per non darla vinta alla tristezza, per scoprire che se cambi passo, forse allora cambia il mondo.  

domenica 26 febbraio 2017

S.O.S Carnevale


Questo carnevale è durato circa 40 minuti: da quando ho deciso di travestirmi da "cosechetrovoacasa" a quando ho varcato la soglia della stessa. 40 minuti di adrenalina che hanno dato un senso a una festa che sopravvive di ricordi e che si nutre di pentimenti ("potevo fare qualcosa anche io"). Rimane in vita grazie ai piccoli e a pochi sprazzi di volontà. Ho rintracciato, dall'alto del mio normalissimo spirito di osservazione (quella cosa che possiedono un po' tutti, ma che solo alcuni utilizzano), le cause e gli atteggiamenti che hanno lentamente e inesorabilmente nel tempo annientato il nostro Carnevale.

Lo svuotamento. Le piccole realtà di paese soffrono in modo particolare il fenomeno che vede molti allontanarsi per motivi di studio o lavoro. Nell'era della globalizzazione le distanze si accorciano e questo rende più semplice lo spostamento non più verso la città più vicina, ma proprio verso altre regioni, altri Paesi. Così, tornare il fine settimana o per le feste spesso rimane solo un desiderio. In questi giorni l'unico coro "brasilero" dei tanti universitari prossimi agli esami sarà stato nella solitudine dei propri appartamenti, alzando gli occhi dal libro e canticchiando in un attimo di follia "braziiiil lalalallalala lalalallaa". Di ben altra natura invece l'esodo che puntualmente ogni anno trasferisce decine di persone fuori dal proprio centro abitato per raggiungere località dove il Carnevale è un culto, un'attrattiva turistica. Ci si accontenta insomma di spendere denaro per comprare un po' di divertimento, e risparmiare il tempo che servirebbe per provare a divertirsi partecipando a quella che dovrebbe essere la propria festa.
Assente al Carnevale 2017 il senso di appartenenza.

Poco coordinamento. Chi non c'è, non c'è e chi c'è, annaspa. Non è facile, per diverse ragioni. Bisogna radunare tutti, raccogliere le idee, mettersi all'opera, puntare magari un pizzico più in alto del limite a cui sai già che potrai arrivare e ottenere una semplice ma bella festa. Ci sono quelli che lavorano e quelli che pensano che sono gli altri a dover lavorare. Sì, si è fatto: ci sono state le serate, le sfilate, i temi, le musiche, il vino e le chiacchiere. Ma è mancata una vera macchina organizzativa: i falchi della logistica, i maestri della drammaturgia, chi tiene le fila del discorso insomma. Non si imputano colpe, si esprimono opinioni. In questa comunità mancano i punti di riferimento, i carismatici, coloro su cui sai di poter contare e che sono in grado di trasformare le mancanze in risorse e il poco in straordinario. Qualità d'altri tempi, forse di altre generazioni, di altri giovani, e diciamolo senza mistero di sorta, di altri amministratori.
Assente al Carnevale 2017 una leadership.

Assenza di spirito. C'erano una volta le masse, la satira, le provocazioni e l'attesa della festa. I carri, che non è per il carro in sé, ma per tutto ciò che si azionava intorno alla realizzazione, i numeri di giovani che si mettevano in movimento per realizzarli, il dispendio gratuito di forza lavoro, il piacere di stare insieme (scomparso). Non so perché, non so quando si è iniziato a pensare che il Carnevale non ci riguardasse più, forse quando ci siamo resi conto che i 18enni di oggi non sono altrettanto propositivi e indipendenti. Allora ci trasciniamo fuori dalle nostre case con delle zavorre pesantissime ai piedi - in virtù della gioventù di un tempo che non possiamo più spendere come una volta, nonostante lo spirito sia rimasto invariato. Ma così, muovere un passo di YMCA sarà di fatto impossibile. Ci siamo ritrovati in piazza forse più per senso del dovere, o comunque lì è come svanito il nostro spirito, quel poco che era rimasto. Pure la playlist sembrava riluttante e quei secondi di silenzio tra una traccia e l'altra interminabili. I bambini alle mie spalle avevo smesso di schizzarsi con le bombolette, scoraggiati da una lenta e uggiosa pioggia che si prestava solo alle atmosfere magiche e misteriose del geniale gruppo in maschera che ha riportato sulla scena Harry Potter e i principali personaggi della saga. Sorridevo osservando quelle poche prestanze di ingegno di chi tra i colori, tra la possibilità di essere, per un giorno, un cibo tra i più amati al mondo, ha scelto di diventare un pacco di patatine del McDonald. O ancora, la simpatia di Stanlio e Olio e della leggendaria pantomima. E le decine di mascherine colorate dei bimbi con i capelli inumiditi e i coriandoli tra le ciocche. Chissà come si sentiranno questa sera i zelanti che sono riusciti a divertirsi oggi, forse tra la stanchezza e il brio del vinello che torna ancora su, penseranno di avercela messa tutta ma di essere rimasti un po' delusi, un po' mortificati per quello spirito che c'era ma che non è arrivato a tutti.
Assente al Carnevale 2017 il contagio.

L'eccezione. Nel silenzio da cui proveniva Finale, cancellato solo per poche ore dalla sfilata, e in cui è ripiombato immediatamente dopo, musica e allegria si sono rintracciate nelle serate danzanti organizzate nelle parrocchie. Fa notizia il boom di presenze registrato nelle sale delle comunità, dove si sono riunite intere famiglie e si sono consumate danze a ritmi irrefrenabili per due sere consecutive. A voler spendere due parole su quella che sembra essere una piccola isola felice, mi viene da concludere che l' "intimo" raccoglimento fra quattro mura, tipico nelle realtà di montagna, abbia spronato maggiormente la partecipazione di molti, attratti dalla possibilità di una serata di spensieratezza. L'armonia che ne è venuta fuori lascia ben sperare.
Presente al Carnevale 2017 un barlume di speranza.

lunedì 13 febbraio 2017

Inconscio a quattro ruote

Da un po' di tempo a questa parte faccio un sogno ricorrente, sono io sui pattini. Quelli a 4 ruote in linea che per frenare devi alzare il tallone e far fare attrito al retro, con l'esterno di plastica e dentro di spugna. Non sono molto brava. Per spostarmi di pochi metri vado appoggiandomi ai muri o agli oggetti per strada, però non demordo. 

Stanotte procedevo con scarsa armonia in una strada di città con la pavimentazione di sanpientrini abbastanza lisci da poter essere percorribili. Mi sono imbattuta in quattro donne adulte e di gran classe. Una era bionda, senz'altro, e aveva che dire con un'altra; le due restanti per lo più ombre. Commentavano la mia poca maestria e goffaggine, poi hanno svoltato per un vicolo che - non so bene perchè - era anche la mia direzione. Provavo un certo timore nell'attraversarlo, ma mi sono lanciata. Mi ricordava tanto via Bara all'Olivella, a Palermo, dove mi reco spesso. Stavo davvero facendo fatica quando qualcuno mi si è avvicinato...

Un ragazzo, anche lui sui pattini, mi porgeva la mano. Indossava una t-shirt e un paio di pantaloncini; i capelli scuri e arruffati scendevano sulla fronte, sorrideva appena ma era gentile. Gli ho chiesto come si chiamasse e registrai solo "Ema". <<Ema!>>,  esclamai. <<No, Emal>> mi corresse. Fresca delle suggestioni sanremesi, non stupisce ora la somiglianza del nome con quello del noto cantante classificatosi terzo, Ermal Meta. Adesso non ho più un'immagine chiara del suo volto, per cui continua a tornarmi solo quello del cantautore. Niente male perciò. 

Stranamente sentivo di potermi fidare di quello che apparentemente poteva sembrare un ragazzaccio di città. Sbucammo in una piazza. C'era una bella atmosfera, era sera: alcuni locali avevano dei tavoli all'esterno, c'erano delle scale sempre in pietra e le luci coloravano il complesso di giallo. D'un tratto fu come se ci conoscessimo da tempo. Ci avvicinammo a un tavolo pieno di gente che conoscevo e con mia sorpresa scoprivo che conoscevano anche Emal. Nessuno era stupito di vederci insieme. Aspettavano entrambi. Non ne sono sicura, ma credo che mangiammo pizza. I pattini erano scomparsi dai nostri piedi. 

domenica 15 gennaio 2017

Le mie giornate staff

<<Ciao, piacere>>
<<Piacere mio.>>

<<Cosa fai nella vita?>>

Vorrei dirgli anzitutto che mentre penso a come rispondere fingo di ascoltare qualcuno che mi parla, che ci sono almeno tre pagine web aperte tra posta elettronica, social e piattaforma universitaria. Il cellulare si illumina con insistenza, qualcosa sta succedendo nei gruppi e dovrò recuperare le conversazioni se non voglio perdere il filo. Sto per abbozzare una mezza verità rinunciando già all'idea di uno scambio arricchente, sopravvenendo puntuale la fastidiosa coscienza che sa che non può venire mai nulla di buono da una richiesta d'amicizia frutto di algoritmi casuali.

C'è una notizia da rielaborare in redazione quando attacca la suoneria del telefono: numeri da segnare, dubbi da risolvere, domande a cui rispondere, lo sfogo di un amico. Confronto i prezzi dei prossimi libri da prendere, la mie cose sullo sfondo, come le carte sparse sulla scrivania degli appunti presi una volta ad una riunione, il giorno dopo all'altra. Perchè non possiedo un'unica agenda? Sento un peso addosso come se qualcuno per dispetto mi tenesse il naso chiuso e mi costringesse a prendere fiato con la bocca, innaturale. Alle 17 qualcuno suona al campanello e trascorro l'ora tra una tabellina e una formula geometrica e l'amletico complesso: se io sapessi dire no. 

La capacità di ascolto e l'operosità. Il moltiplicarsi dei pensieri e la necessità di fare ordine. Il susseguirsi di piccole scelte veloci e la quiete della sera, quando finalmente puoi dirti risolto, magari tamponando la ferita di un "vaffa..." scappato con la persona meno meritevole ma più comprensiva, il verso ricade quasi sempre sulle uniche che per quel giorno non si aspettavano nulla da te. Allora sei pronto a rispondere: <<Cosa fai nella vita?>>

Studio comunicazione è tutto quello che so dire. Ingrato paradosso. 
Consegno parole agli occhi della gente, ma quando mi alzo so che bisogna consegnare soprattutto fatti. Allora mi vesto, faccio colazione e accendo il pc. E si comincia: un'altra giornata staff. Tutto quello che passa da me lo devo raccogliere per spirito di servizio, per predisposta disponibilità, per onorare un impegno. Qualcosa transita solamente, alcune sorvolano sopra la mia testa, altre mi investono lasciando segni. Non possiamo piacere a tutti, non possiamo essere capiti da tutti.
Ingranavo la terza una fredda mattina di gennaio percorrendo una sicilianissima strada provinciale. C'era il sole nonostante tutto e dal vetro si diffondeva un pizzico di calore, si prospettava la solita riunione. E' partita la prima traccia del cd dei Beatles, Love me do. Ho iniziato a cantare e molleggiare sul sedile. A volte le mie giornate staff si colorano del sorriso che riempie l'intimo cubicolo. Io lo so: le giornate staff non sono per tutti, sono per chi sa riderne.    

lunedì 12 dicembre 2016

La vita 3.0

Nascere è una storia di cui tutti possiamo dire qualcosa, ma di cui nessuno può dire tutto. Non con le parole almeno. Stanotte si è compiuto il miracolo della vita ancora e ancora. Ha portato con sè una miriade di insegnamenti, senza saperlo, ha messo tutti in riga. 

Ha spiegato pazientemente l'arte dell'attesa, perchè le cose belle richiedono tempo, perchè aveva tutto il diritto di prenderselo, che nascere è un dono e anche se nell'attesa diventiamo tutti un po' egoisti, tutti solo più curiosi di vedere come sarà, lui arriva solo quando è il momento opportuno, non un minuto prima. 
Ha spiegato che ognuno ha i propri diritti quando ha emesso il primo vagito e tutti lo hanno ascoltato in silenzio, lasciandosi meravigliare dallo strapotere ammaliante di quel suono. 
Ha spiegato che nascere è stato faticoso, e che non ce l'avrebbe mai fatta da solo, perchè tutti abbiamo bisogno di qualcuno, perchè si nasce dal ventre di una madre che ha combattuto la prima di mille battaglie insieme a te e necessita subito dell'abbraccio di un padre che faccia sentire protetti e ricolmi d'amore.
Poi ha lasciato che venisse ammirato, perchè non c'è bellezza senza contemplazione, e questo lo insegnerà a quanti si recheranno in pellegrinaggio per saperne qualcosa di questa storia unica che è la vita.

Quale vita? Sarà lui stesso a tesserla, giorno per giorno, di sicuro lo consegniamo a un'esistenza che nessuno ha ancora visto, di cui qualcuno prova a predire qualcosa, ma dove prevalgono le incognite. Un futuro nuovo, ma con due coordinate assolute: amore e speranza. 

A Gioele auguri per la sua vita 3.0!

mercoledì 7 dicembre 2016

Ma il senso è senso

Quando ancora non sapevamo cosa fosse, quale potenzialità avesse intrinseche e gli scenari futuri, dirette sue conseguenze, erano appannaggio di pochi illuminati studiosi, il mondo di internet e delle connessioni nasceva silenziosamente e cresceva con solerzia, invadendo ogni angolo della Terra. Ha cambiato forme, diciture, medium ed interfacce progredendo discretamente e microscopicamente, contando da dietro il passo della tecnologia che cavalca tutt'ora indisturbata verso universi invisibili e ubiqui che ancora non conosciamo. 

Ci consegna una realtà iperconnessa, dove le cose in rete hanno da molto superato il numero delle persone stesse esistenti nel pianeta, organizzate in una tessitura policefala e pluridirezionale dove ogni unità digitale costituisce il granello di una storia differente. Che l'internet dell'era digitale abbia dato a tanti, quasi tutti, l'occasione di esprimersi e dire la propria, inserendo contenuti autoprodotti o rimediando qualcosa già in circolo, è risaputo. Che con i social network questo trend si sia personalizzato e individualizzato è sempre più evidente, con la possibilità di raggiungere i posti più remoti della Terra abbiamo deciso di porre noi stessi nuovamente al centro, proponendo una rappresentazione di noi al meglio delle possibilità che la realtà on line ci offre.

Tuttavia questo mondo interattivo e immersivo mostra spesso il suo volto più preoccupante, che raccoglie tutto ciò che non può essere controllato dalle regole di governance. Internet è un mezzo democratico in cui è possibile esprimersi con libertà, per quanto ci sforziamo di ricercare anche in questa realtà un assetto comunitario che ci permetta di circondarci, seppur virtualmente, di "amici" che condividono con noi gli stessi interessi, è inevitabile entrare nelle cerchie più allargate di sconosciuti o conosciuti perchè famosi. 

Il caso delle matite cancellabili, appendice ridicola in una giornata di grande tensione per la nostra nazione, mi ha ispirato alcune riflessioni. L'ex cantante dei Litfiba Piero Pelù ha postato sulla sua fan page ufficiale la foto del reclamo per la sua matita copiativa che risultava cancellabile.L'aggravante in questo caso è l'effetto "trascinamento" derivante dalla popolarità del personaggio, elemento sufficiente per dare adito alle sue allusioni. Già, come se gli scrutatori del seggio della sua cittadina non aspettassero altro che falsare i risultati dello spoglio, aggirando per altro un'evidenza eclatante: lo scrutinio è pubblico. Ma non è il punto. Il caso non è rimasto isolato: nell'agrigentino le proteste di una donna hanno costretto i carabinieri ad intervenire fino a ricorrere alla denuncia per "interruzione di pubblico servizio e procurato allarme".  Ecco, sono queste le parole su cui soffermarsi: procurato allarme. 

Tra i tanti, il web ha dato la parola agli imbecilli (come affermato inconfutabilmente da Eco), ma anche a un'altra categoria più circoscritta forse, più ristretta ma marcata, i dietrologi. Sono gli esperti delle tecniche di plagio con cui nemici fantomatici attaccherebbero altri, sempre deboli, sempre vittime incapaci di distinguere chi è ragionevole da chi è poco affidabile. Sono fantasticatori e costruttori di trame impossibili ma perfettamente logiche ai loro occhi, dispensano consigli su come evitare le trappole disseminate con estrema precisione nei più normali contesti. Sono come quei genitori che per farsi ascoltare ipotizzano catastrofi impronunciabili: "Se non mangi ti viene il verme nello stomaco" oppure vedendo un innocente dito avvicinarsi alla bocca ti terrorizzano gridando: "Ci sono i microbi!"

Con internet siamo in costante e continua connessione, scorriamo la bacheca di Facebook e ci soffermiamo sulle video ricette che non proveremo mai a replicare e leggiamo di sfuggita i titoli di articoli che neanche Lercio sarebbe in grado di proporci. E ci crediamo. Poco importa se a generarlo sia "Il fatto quotidAino" o "Il Giomale". Poi mettiamo lo smartphone in borsa e usciamo per andare a votare su un'importante riforma dalla quale dipende l'assetto politico dell'Italia. E riversiamo quell'ansia nella vita vera, nei fatti che allo spoglio deleghiamo a un sì o a un no, che tanto ci prendono in giro tutti e votare è solo il trend topic del fine settimana. E manteniamo alta la guardia, che dietro l'angolo c'è sempre qualcuno pronto a fregarci, non sia mai che invece stiamo tutti sabotando noi stessi.