mercoledì 20 luglio 2016

Il mio tempo teso


Un anno fa di questo periodo avevo una strana sensazione, sentivo qualcosa che si muoveva dentro, proprio nello stomaco; qualcosa stava germinando e trovava terreno fertile nel mio intestino e mi intricava, mi solleticava. Aprivo gli occhi la mattina e un pensiero iniziava a prendere forma e avevo paura. Temevo quella sensazione, temevo il suo significato, temevo di farla nascere. Di dirla ad alta voce. Poi l'ho fatto: ero seduta su uno scomodo muretto di pietra dopo 48 ore dall'ennesimo attacco di panico ed ero stravolta. Mi sentivo come dentro una centrifuga, stordita, piena di ferite e con tanta voglia di starmene solo in pace, senza intestino smosso, senza centrifughe, senza artifici sterili della mente. Non potevo dirlo a chiunque, la vera prova era dirlo a una persona fidata, un amico, altrimenti sarebbe risultato troppo semplice. E poi dovevo capire come mi sentivo dopo averlo detto.  Agosto. I tramonti chiaroscuri lasciavano il posto gradualmente a pomeriggi silenziosi e inermi. Quella sensazione non mi mollava mai e il pensiero diveniva idea e l'idea progetto. Ho ponderato nella discrezione di una sera guarnita di birra e pizza divisa in due, ho osservato, ho scritto, ho pregato. Non lo so come si capisce effettivamente quando ci si sente di voler fare una cosa, non lo so cosa accade, quali meccanismi si azionano nella nostra mente. Col senno di poi, di 10 lunghi mesi, riconosco bene quella ragazza che aveva preso coscienza di sé, aveva iniziato a volersi un pizzico di più bene e aveva lasciato andare tanta sporcizia che le ostacolava il passo. Aveva osato prendere il volo. I bilanci sono necessari a volte, servono come servì quel muretto in pietra, anche stasera che mi ritrovo con una simile sensazione allo stomaco. 

Un anno dopo sento di voler raccontare l'ennesima grande esperienza che mi sono concessa di vivere. Una sessione d'esami estiva: una cosa normale, che tanti fanno, niente di straordinario. Ma il punto non sono nè gli esami nè l'università, non è questo che ha sconvolto la mia esistenza. Ieri sera mi sono andata a coricare e ho dormito nonostante la tensione, nonostante le insicurezza e le lacune, nonostante la consapevolezza che tutto ciò che avevo vissuto nelle ultime settimane avrebbe trovato epilogo, fine, compimento. Temevo il caldo, temevo l'umidità che mi dà alla testa, temevo di non farcela, che le serie TV avrebbero avuto la meglio sui miei momenti di distensione, temevo che mangiare diventasse quell'appuntamento giornaliero fisso che rappresentasse l'unica scusa buona per mollare la scrivania, e temevo per la mia schiena a un certo punto, quando la posizione mantenuta a lungo ogni giorno lasciava campo a un significativo dolore, compagno di tante serate. Allora lasciavo la finestra aperta e permettevo che l'aria fresca entrasse a solleticarmi e rendesse il riposo veramente tale. Non avevo messo in conto i rombi dei motori dei ragazzini che non hanno alcun impegno la mattina e gironzolano fino a tardi la notte; continuo ad ignorare perchè, nonostante un lungomare e uno stradone principale, nonostante luoghi di aggregazione e balconi sul mare, in molti scelgano tutte le sere la strada di casa mia per passeggiare e interagire come se stessero in un mercato e dovessero scegliere che pesce comprare. Ignoro la ragione per cui molti sentono l'esigenza di comunicare gridando da un balcone all'altro, perchè mio padre uscisse senza le chiavi e suonasse il campanello per rientrare. E poi, ho smesso di contare le note audio indirizzate ai colleghi per un chiarimento e puntualmente annullate perchè sovrastate dal ritornello dei soliti ambulanti. La sregolatezza della strada sembrava complottare contro la tassativa esigenza di concentrazione che richiede lo studio. E se tutto questo può sembrare un'enorme esagerazione, un'intolleranza che mi rende fastidiosa, iper critica e lagnosa, in realtà amo questo contesto con tratti di folklore. 

Ho amato la mia comfort zone. Mai come stavolta resa un cantuccio riservato ed essenziale, fatto di carte, evidenziatori e wi-fi. Adoravo accendere la lampada e illuminare il foglio su cui ricreare l'ennesimo schema, dare l'ok alla stampante per sputare gli appunti, senza neanche il bisogno di un filo ad essa collegato. Ho amato i cornetti algida delle 5 del pomeriggio, il Coca-Cola Summer Festival del lunedì sera e il divano-letto aperto per l'occasione, per sigillare la bolla in cui avevo scelto di stare, per stare al meglio in un momento in cui ero sottoposta a grande tensione. Su questo PC, compagno di mille nottate battute sulla tastiera, a comporre melodie come su tasti di pianoforte, mentre le palpebre calavano arrendendosi alla sera. Adoravo prendere sonno e voltarmi verso il muro, che dall'altro lato si sa, c'è la porta, e dalla porta possono sopraggiungere solo cose terribili, forme oscure nel buio della notte che prendono le sembianze dell'ultimo cattivo incontrato nell'ennesimo episodio di Orphan Black, prima di staccare tutto. E il rituale della tenda, chiusa per evitare che la luce mi svegliasse troppo presto. E il miracolo del cattivo tempo d'estate nei giorni clou della preparazione. E il caffè fatto raffreddare nel freezer per un pò, che se lo shakeri ti viene pure la schiumetta. E McLuhan, Goffmann, Turkle, Castells, Benjamin e Adorno, di cui probabilmente non racconterò mai niente a nessuno nonostante l'intrigo sulle pagine, nonostante quelle finestre che continuamente aprivo e chiudevo per prendere tutto quello che potevo e tenermelo stretto per paura che volasse via, prima che io potessi raccontarli a qualcuno. E Magritte, Klee, De Chirico e Pollock e quello stronzo di Duchump ed Andy Warol, che del '900 non sappiamo proprio nulla, delle straordinarie promesse di intellettuali disillusi ma testardi, geni sregolati e assoluti rivoluzionari. E' stato un viaggio incredibile. Di quelli che parti e ti dimentichi tutto il resto, metti in stand-by la tua vita per un po' e familiarizzi con mondi nuovi, con fatiche concrete, con idee che potevano essere le tue idee e immagini che puoi ricreare solo nella mente. Varcare il confine del mondo che ti sei creato per un po' è praticamente impossibile, chi ti comprende quasi sempre risiede nel suo personalissimo trip verso i CFU. E non ti senti sola e nemmeno pazza, forse un po' alienata e distratta e ti sbatti la porta del frigo in testa convinta di stare aprendo quella del freezer. Tutto il resto è relativo, è secondario, e in molti casi soprattutto è inopportuno. 

Oggi ho trasformato la mia comfort zone, è tornata ad essere la stanza preziosa con i mobili lucidi. Ho tolto la polvere che ci stava così bene-dannazione. E tra poco andrò a coricarmi nel mio letto, quello vero, quello che è il mio posto sempre, che non mi tradisce mai. E penso che sarà come tutti i ritorni: per quanto confortevole e sicuro, mi addormenterò comunque con la sensazione che manchi qualcosa. 
"La strada è lunga" - mi hanno detto oggi - ed ero già caduta nella trappola del "deve essere tutto perfetto". Certo che no, proprio per niente. A volte fa anche schifo, come il calazio dei giorni scorsi o la pitiriasi dello scorso ottobre. E a volte sembrerà insensato, come alzarsi la mattina con la conta delle pagine da fare, mentre un camion a Nizza sovrasta la folla in festa. E a volte la tua storia sembrerà anche troppo simile a quelle sui treni di Andria e Corato, e questo spaventa e rende tutto secondario, relativo e soprattutto inopportuno. Oppure tutto brucerà intorno, perchè per un uomo che tenta di essere migliore, in questo momento ce ne sono almeno altri 10 che perdono la loro umanità. 

C'è un tempo per ogni cosa e ora ha inizio quello del riposo. 
Con la pretenziosa consegna che possiate ricercare un tempo per questo post,

 un guerriero in vacanza.  

martedì 14 giugno 2016

Qui il mare è blu

E' iniziata così questa storia: un commento  apparentemente ovvio che mi ha lasciata disarmata. Come avrei potuto spiegarle che qui il mare è blu?

Delle pressocchè infinite possibilità che composizioni e formule e molecole e contingenze potevano far risultare, alla fine lo scenario è proprio questo. Il mare blu. Come regnante su un trono altissimo, coronato dai mille e più luccichii dei riflessi del sole sullo specchio di acqua. Ai piedi un tappeto di sabbia non troppo farinosa e pietre non troppo grandi, non troppo ciottolose. La profondità quella sufficiente per elencare le molteplici sfumature dal cobalto al blu notte. Alla sua corte non anonime presenze, ma possenti montagne, non costruzioni e artifici, ma incastonature di storia perfette. Nello sforzo di trovare una ragione a cotanta bellezza, ho infine deciso di limitarmi ad accoglierla e, dovendo fornirne un'oggettiva presentazione, ho finito per riscoprirne i segreti più intimi. La mia terra, la mia casa, il mio habitus. 

E' questo che succede quando qualcuno piomba nella tua vita all'improvviso: devi metterlo al tuo fianco. Non puoi aprirgli il passo, non ne godrebbe abbastanza, nè mandarlo avanti da solo, non saprebbe come muoversi. Sei tu che devi ripuntare lo sguardo, fare un passo indietro e ricominciare da ciò che ti si pone di fronte per quello che è. Nudo e crudo. Il vento ancora frizzante di inizio estate ci ha avvolto, il tempo si è nettamente appiattito, a tutto vantaggio dello spirito, ritrovato, rinato. 

Nella mia terra si può camminare tanto e non stancarsi mai. Non avevo ricette segrete: è quello che avrei promesso avremmo fatto. Qui non ci sono le grandi opere architettoniche nè le tracce visibili di un passato glorioso: a scandire ogni metro quadro sono sprazzi di vita semplice. Oh sì, abbiamo persino intravisto un fossile una mattina, ma solo perchè ci siamo concesse il privilegio di andare a fondo alle cose. Le cose, le case, i volti: il sapore del quotidiano. Che di storia ce n'è a bizzeffe anche qui, ma la bellezza dico, la bellezza non ha a che fare con i fatti coniugati nel tempo. C'è qualcosa di intatto, qualcosa che tutto prescinde e che ne fornisce l'essenza. Questo posto è.

Io vorrei sollecitare, fatelo: prendete una persona con cui state bene e portatela nella vostra vita per un po'. E' l'esperienza più egoistica del mondo. 
Già, perchè quando sarà finita, quando i ricordi ti sembreranno così riduttivi e proverai a rincorrerli per timore di perderne un pezzo, ti renderai conto che sei tu ad essere cambiato, sei tu che ora guardi con occhi nuovi ciò che prima ti sembrava assolutamente scontato, assolutamente un mare blu. 

sabato 4 giugno 2016

Siamo tutti Shahrazad

Storie.
Storie vere, quotidiane, belle, divertenti, tristi; storie passate, storie di domani, storia senza spazio, storie fantastiche e storie di storie. Se ci pensiamo bene anche solo per un attimo, siamo costantemente circondati da storie: basterebbe fermarsi al centro di una grande piazza e sedere su una panchina, meglio se all'ombra, poi alzare lo sguardo e farlo lentamente girare nella direzione che la nostra testa può sopportare. Troveremmo sicuramente altri volti, passeggeri inconsapevoli del nostro attento studio; passi consueti in una delle molteplici direzioni possibili, voci incuranti di un orecchio che capta stralci di vita; oggetti che catturano la nostra attenzione e diventano per un po' l'anima del racconto.

Trasferiamoci altrove, in un luogo in cui nessuna presenza può dirsi passiva: ipotizziamo la sala d'attesa di uno studio medico, meglio se di un medico generale, meglio se di un piccolo paese. Ecco che l'eco delle narrazioni si arricchisce di dettagli indiscreti, bisbigli dispersi nell'aria, frasi da ricostruire di cui è comunque possibile cogliere il senso. Dialetti imbastarditi dalla compresenza di origini differenti danno vita a una cantilena unica e armonizzata, interrotta più o meno costantemente dall'uscio di una porta che si apre, un paziente che saluta, mai sconvolto dall'ennesimo oracolo profetizzante sollievo dal dolore. Se non sei troppo occupato o preoccupato della cura da prestare alla fila in coda, ammesso che tu possegga il numero che ti legittimi alla presenza e scongiurato il rischio di furbastri e malandrini che tentano di passarti davanti, allora la tua testa sarà come cassa di risonanza delle storie più incredibili, quasi sempre coniugate al passato e con protagonista un mulo e non un auto.

Storie sospese definisco quelle che avvengono attorno ai tavoli dei bar: la frontalità obbligata, la distanza accorciata che consente alle mani di incontrarsi qualora il volume della musica fosse troppo alto, qualora il volume dei pensieri offuscasse l'esserci qui e ora, sopra l'ultimo limoncello ordinato come digestivo che si schiaccia con un amaro del capo prima di dare inizio alla danza, cioè alla storia. Le chiacchiere partono dal racconto della settimana trascorsa e si intensificano su un fatto che quasi sempre è il fatto del giorno. E sei costretto a gridare per sovrastare le basi Van Basco e le stonature al karaoke di chi chiacchiere ne ha sentite abbastanza e non gli resta che cantare. Ma tu siedi al tuo tavolo con chi ti sta di fronte e ti accorgi solo per un attimo che stai gridando giusto quanto basta per riuscire a farti sentire e quando sei tu che provi ad ascoltare ti affidi al labiale bastevole dell'amico con il quale in fondo non serve parlare. Siete già sospesi in un' aurea superiore che appartiene solo a voi, fatta delle migliori parole che crederete di avere mai pronunciato, in grado di trasformare un dispiacere in qualcosa di avvincente e una preoccupazione nella tua ennesima disillusione. Solo una birra gelata che malauguratamente finisse addosso ai tuoi pantaloni sarebbe in grado di distruggere quell'elevazione. Non importa se il giorno dopo ti sarai svegliata senza voce, la storia della sera prima avrà avuto dell'incredibile.   

Non luoghi che si riempiono di storie sono ormai sempre più frequenti: ognuno di noi ne ha una al giorno, forse anche di più; hanno il potere di trasferirci in una terra di mezzo inesplorata pur rimanendo fissi al nostro posto. Persino mia madre ultimamente si aliena mentre appare intenta a comporre sui tasti prose nuove. Ciascuno di noi possiede una storia virtuale esattamente come ogni storia virtuale ci possiede: una delle mie è fatta di costanti sorprese agli incanti del quotidiano che, inspiegabilmente, posti come caratteri che si susseguono, si amplificano di senso e aumentano iperbolicamente la nostra risonanza emotiva. Autentiche? Non autentiche? Non è il punto. 
Nei non luoghi possono avvenire le storie non ancora raccontate perchè frutto dell'unico albero che non smette di fiorire: la nostra fantasia. Possiamo chiederci che posto occupino allora gli equilibri e le misure della nostra razionalità, ma dovremmo prepararci a storie che contano ma non raccontano.  
  
In ultimo c'è da chiedersi quali storie un bimbo che guarda in mare da un oblò possa nella sua testa argomentare, arricchendola di tutte le categorie che possiede, disegnando elefanti rosa ed unicorni a pois. Ma non possiamo entrare in quello scrigno disordinato di immagini che rimane il suo più prezioso tesoro. 

Siamo le storie che raccontiamo, secondo quella curiosa intuizione per cui ognuno di noi è come Sharhazad che da vera donna ostinata, continua a raccontare ancora per mille e una notte le sue storie prive di epilogo, che nessuno in fondo è così impavido da pronunciarne uno per se stesso. 

mercoledì 4 maggio 2016

Note e versi, avversi pensieri

Batteva le dita a vuoto sulla tastiera, senza premere alcun tasto. Sembrava cercasse qualcosa, o meglio, aspettava che qualcosa arrivasse. Alzò gli occhi sullo schermo e vide battere il cursore nel motore di ricerca You Tube, francamente sicura che avrebbe trovato le parole giuste da digitare. Voleva una canzone. Non una a caso, ma quella adatta per il suo umore, per la bocca dello stomaco bruciante, per il mal di testa crescente, per il sonno schivato, per i piedi infreddoliti sotto le coperte nonostante maggio. 

Le promesse infrante da una tardiva primavera l'avevano inscurita un po' quel giorno; non sopportava l'imprevisto nè tantomeno incorrere in perfette contraddizioni stagionali con i più svariati effetti negativi, a discapito di un'innata speranza che in genere, la distingueva. Forse quei piccoli fastidi pesavano solo di più quella sera che si sentiva come aver corso tutto il giorno sul perimetro del cerchio delle sue paure e non essere riuscita a prenderle a morsi. Piccole carezze di confidenza appena nata si erano subito estinte nel presagio dell'incombere di vecchi schemi. E invece andrebbe notificato solo il loro debellamento. 

In quella insicurezza persistente pensava di trovare le parole giuste nelle parole degli altri, ma forzava solo un'insensata ricerca. Ma, ti sembra normale?


                                                       "Ti sembra normale, che in due secondi 
                                                                          prendi e cambi parere, 
                                                       che non provi affatto a considerare

                                                                     se sono degno di uno sguardo,

                                                      un contatto distratto, mi sento inadatto..."


Poteva capitare il ritmo giusto arricchito da metafore così generiche da poterti impossessare del significato del testo senza preoccuparti se l'autore intendesse una corsa notturna tra i locali di una città o un affannoso attacco di panico nel tuo letto. In entrambi i casi è difficile scacciare gli spiriti...



"I spent a lot of nights on the run
And I think oh, like I’m lost and can’t be found

I’m just waiting for my day to come

And I think oh, I don’t wanna let you down

Cause something inside has changed

And maybe we don’t wanna stay the same..."

Era probabile che finisse per perdersi nelle fantasie di una storia che per quanto condivisa, tornava a girare e rigirare su stessa, spesso facendole perdere l'equilibrio. Così, nel vortice del dubbio, le più inconsapevoli verità ci stanno accanto, pur avendole cercate lontane, proprio come un primo bacio sulla luna...

"Nel cuore mio, l'abisso. Intorno a me, l'eternità. 
E' inutile cercare di comprenderla.
E' inutile cercare di afferrare questa luna se 

nel cuore mio, c'è l'anima. 

Intorno a me, l'eternità!" 



Note e versi avevano notevolmente aumentato il volume dei pensieri, aggrovigliandoli in una
nube imperfetta e di cui era ormai diventato impossibile distinguere parti. Tuttavia il nodo allo stomaco si era attenuato, mentre il sonno spingeva a forza le palpebre verso giù. 


Anche stasera si era salvata, mettendo in fuga il nemico, dopo avergli sorriso abilmente tutto il giorno e osservato cautamente le sue mosse disoneste. Prima di addormentarsi scelse un ultimo pezzo, che portasse sollievo e tenesse a bada le contraddizioni dell'anima. 

"e tu non lo sai

che cosa ci fai 

dentro una nuvola di guai

cerchi una scusa e te ne vai

via da quella finestra
con un salto ti alzi da terra
e volando più in alto del bene o del male 
ti fermi a guardare una stella se cade o sta sù

Tu

cos'hai nella testa?

C'è sempre qualcuno che parla

e non pensa
facciamola insieme la strada che resta
magari ci porta alle Hawaii"



martedì 19 aprile 2016

E se...


Scelse un pomeriggio come gli altri, un mercoledì qualunque di una settimana qualsiasi in un mese soleggiato ma fresco, una cornice senza troppo barocco, così, se mai qualcosa avesse assunto un significato, avrebbero reso quel mercoledì unico. In realtà non era così certa della comunione d'intenti che pareva sottostare a quella scelta più evocata che voluta, ma i suoi pensieri avevano lasciato spazio alle intenzioni e poi erano divenute azioni, prima che potesse rendersene conto e ricredersi.

La tratta del treno sarebbe durata almeno 40 minuti: troppi per impedire alla mente di inscenare il suo gioco delle parti. Era un continuo "e se...": e se piove? e se ho fame? e se non fossi così interessante? e se non fosse lui così interessante? Nella sua poca esperienza aveva potuto constatare solo la chiarezza dei suoi gusti: se piace, si capisce. Si sente. Ma a cosa poteva paragonare tutto ciò? In passato si era lasciata lusingare dai fiacchi tentativi di approccio di taluni o dai goffi gesti di altri. Se l'era cavata con un classico e sempre efficace "disinteresse della pratica". Funzionava così: se capiva di non essere realmente coinvolta, spariva lentamente e gradualmente, a volte rendendosi pure un po' stronza. C'era solo una cosa poco chiara: tempo dopo, quando chiaramente lo scevro interesse era crollato nel disseminante imbarazzo di casuali incontri, provava disagio nel non trovarsi più nel centro nevralgico dell'altrui agire. Ma fiera, senza accennare al disagio, screpolava la patina di gelo e si augurava di non rivedere più il malcapitato. Negli anni aveva costellato di idealismi l'altro sesso, decorando a piacimento ogni esemplare maschio che incrociava nel cammino. Così ricca di artifici e sovrastrutture, si era creata ormai una prigione mentale, tanto bella quanto inutile. 

Il ricordo più pulito e sincero risale al primo giorno del IV ginnasio, quando aveva appena 14 anni: nella nuova classe c'erano solo sconosciuti che sembravano così diversi da quelli con cui si era rapportata fino a quel momento. Se le si chiedesse che ricordo conserva di quella prima esperienza, non parlerebbe di latino o di insegnanti paurosi, ma di quel volto da cui non riuscì a staccare gli occhi di dosso per l'intera mattinata, isolandosi totalmente, incredula, guardinga ma affascinata, come un gioco di colori nella giungla, di cui percepisci il pericolo, ma che invoca solo bellezza. Lui era alto, nessun brufolo, chiaro e...anche scarsetto! Ma questo lo scoprì solo qualche settimana dopo, quando il fascino si disperse nella passività del suo esistere. 

Se piace, si capisce. Lei lo avrebbe capito all'istante e la sua paura più grande era non riconoscere cosa la impauriva di più: placet o non placet. Se l'esito sarà stato negativo, archivierà la pratica nel reparto "fallimenti", il più affollato della sua testa. Poi ci rimuginerà su per giorni, forse settimane e infine archivierà anche la conversazione what's app, perchè senza traccia non c'è sudditanza. Coverà un po' di delusione, si sentirà rifiutata e penserà di non essere all'altezza. Poi combatterà a muso duro contro questi pensieri di morte "psicologica" e "alla fine sorge sempre il sole"
Il vero guaio risiede nel "sì". E' quando le cose vanno bene che non sappiamo seriamente che fare, come comportarci, perchè sarebbe inaccettabile non fare nulla, lasciare che le cose prendano la piega che vogliono. No. Bisogna manipolare, condurre, giostrare, problematizzare insomma. 

Sapeva quanto male ci fosse nel fantasticare il tocco inaspettato, i sorrisi di complicità, il freno goloso all'ardore, il godimento nello scoprirsi belli insieme. Un marciapiede sabbioso solcato dalle converse macchiate, le mani sudaticce e i ghigni e le smorfie che non sai come possano sembrargli. Le battute incomprese a cui ridere per educazione, e fingere di sapere, mentire spudoratamente se la conversazione tocca argomenti ignoti. Pensare già a quando questa storia sarà un racconto comico da suggerire alle amiche e ascrivere la propria realtà ad un universo altro, lontano, che l'unica cosa che conta è lì, è ora. Dimenticare il resto e parlare troppo, per nascondere i buchi di insicurezza.
E se nel quadro perfetto si insinuasse la magia, toccherebbe al bacio condurla tra le stelle. 

lunedì 21 marzo 2016

Il cuore pieno di cose

Sono disordinata. 
Sposto le cose, le tiro fuori, le mescolo, le stropiccio a volte, le guardo. So che non sono al loro posto ma non faccio nulla, resto passiva mentre stanno lì a indurirsi, a perdere il significato iniziale, a mettere radici sotto forme che non avevo previsto. I vestiti, la mia borsa, la scrivania, la testa e chiaramente il cuore. 

Passiva mi lascio sentire, tipicamente chiusa nel retro schermo in una stanza mai troppo sgombra e, se la testa collabora, mi concentro su cose che un giorno mi serviranno ma che faccio fatica a comprendere, inchiodata a un pregiudizio che rende ogni riga un'enigma. 

Le ore scorrono veloci, che mi prende un colpo per ogni giornata che passa e che è già una collezione accresciuta di cose belle e brutte. Cose che guardo, passiva, e mi lascio investire. Sono una sagoma fantasma, esse mi attraversano e basta. Non c'è traccia di passaggio poi. Dormo in quiete, mangio. 

C'è della ruggine sulla punta della lingua, mentre le dita delle mani appaiono elastiche ed esercitate. Qualcosa mi infastidisce e non ne prendo controllo. Una costellazione di potenziali bellezze si schianta nel vetro della realtà: ancora le posso guardare e, come nel sogno ti appresti ad assaggiare leccornie desiderate, allo stesso modo sprofondi nella triste consapevolezza del nulla di fatto, quelle bellezze non le posseggo ancora.  

Nel sollievo di una doccia calda, nell'ora che precede lo sposalizio con le lenzuola, per quanto brucino gli occhi, attendo ancora lo scricchiolio di un ciottolo che frana a dire che "qualcosa sta cambiando". Quasi fosse un gioco di sopravvivenza, che se perdi non mangi, faccio tutto secondo le regole in precedenza acquisite e lunghi respiri per appianare l'anima, e lunghi brividi che corrono sulla schiena e il collassare improvviso dello stesso pensiero pauroso. 

E rimango a guardare passiva che questo accade, ricrescono i peli dall'ultima coraggiosa movenza verso l'estetica convenzionale e mi conforta il pensiero che ogni cosa possa ricominciare. 

Non è il luogo, non è la sera per dare  un volto o più volti a quelle pezze di cuore frammentato. Bruciano gli occhi ed anche il cuore, fa male a tratti, nel rivivere in un pensiero, il tradimento, l'incomprensione, il sotteso stridore, la rabbia, il dolore.   

giovedì 18 febbraio 2016

Lo stato delle cose #2

Sono seguite diverse altre passeggiate dall'ultima in cui descrivevo rammaricata la realtà circostante. Molte sono state in solitaria, alcune in compagnia e in quei casi osservare diventava un esercizio molto più stimolante. Passeggiate lungo l'asfalto e i marciapiedi scorticati, arricchiti d'erba, frutto del perenne guizzo della natura che si ribella al cemento e fa le pernacchie ai passanti ignari, nessuno dei quali si improvvisa ambasciatore di decoro. L'inverno da queste parti non è particolarmente freddo o grigio, quest'anno non è stato neanche eccessivamente bagnato, piuttosto vuoto. Un' aurea di silenzio e penombra incorniciano il paese, quasi tutte le sere, eccetto per quei quadrati o rettangoli ricoperti di teli bianchi, con un fungo a riscaldarli, troppo pieni per la varietà imprecisa di persone, troppo incostanti nel rivitalizzarsi oltre i sabato sera altalenanti. Questo posto è una festa discontinua, un rullo occasionale, è come un fumatore il cui vizio reale è la dissacrante pigrizia. Tra i colori di un quadro apparentemente desolato, compaiono schizzi freschi di buona volontà: disillusi commemoratori, inconsapevoli avanguardisti, sfiduciati cantanti (e calciatori), i protestanti del "va bene così", quelli che "chi si accontenta gode" e i miei preferiti, i giustificatori che addormentano le coscienze.

Dentro, nei focolai illuminati dagli schermi TV e le pompe di calore che sparano aria assecondando l' intorpidimento, accade il giorno. Il rituale fiabesco delle vite che si mettono in movimento, un tempo scandite da un tocco di campana, ora si sussegue come un coro di automatismi: l'unica costante è lo sguardo ansioso sull'orologio digitale del telefono smart. Perdersi nel tempo è rimasto più un racconto nostalgico, un rammarico dei grandi; i piccoli, infatti, per loro natura, non fanno caso al tempo e ancora riescono, se liberi dal poliziesco controllo dei genitori, a vivere il momento. Tra le quattro mura della stanza più affollata della mia casa, il nitido color legno deve suggerire accoglienza e ritrovo. Raro è il silenzio, quasi a farsi beffe del mondo circostante. Le posate d'acciaio sbattono nell'apposito contenitore di scolo o dentro le sezione del cassetto predisposto a conservarle. Gli spiccioli frullano nelle tasche dei pantaloni di mio padre, disimpegnato e annoiato. Tutt'altra storia riguarda mia madre, nelle cui pantofole riecheggia ogni passo come tonfo di guerra. 
C'è un'uscita che conduce alla strada, ma sempre in funzione di quel rituale fiabesco, essa è più entrata e sosta al limite per gli innumerevoli visitatori. I più familiari accostano la tenda e sorridono, incurante del quadro giornaliero che possono trovarsi davanti. Noi siamo sempre impreparati e veniamo sorpresi nei più normali momenti di intimità, specie attorno alla tavola. 
E' dopo pranzo che la stanza suole diventare una bolgia di voci, un call center senza telefoni, un accavallamento disordinato e convulso, uniformato dal solo odore di caffè, rigorosamente fuoriuscito dalla moka. 

Ho creduto a lungo che fosse così in molte case di questo posto. Mi dovetti ricredere quando, nella folle avventura di uno spettacolo portato in scena con inesauribile volontà, incontrai molti visi oltre la maschera che, forse per tutelarci, facciamo indossare alle persone. E fu proprio attraversando i corridoi delle loro case, entrando nel riflesso puro delle loro vite, incrociando i loro sguardi nudi. Il bilancio impietoso denota poca felicità e molta solitudine, ma mai , mai e in nessun caso, è privo di speranza. Forse quel rituale fiabesco intristito e monotono ci salva ancora, o forse ci uccide lentamente. Ho imparato però il grande potere curativo che risiede nell'evadere il tempo, e nel ribellarsi per 20 giorni o poco più, in un crescente e ricco stato di adrenalina, con il bagaglio pieno di amici, all'incessante accadimento dei giorni qui. 

Lo stato delle cose non presenta segni costanti di miglioramento, ma il medico ha detto che qualche molecola sana sta viaggiando e circola veloce nei pressi dello spirito.